Elezioni Turchia: sarà voto “di fiducia” ad Erdogan?

01/06/2015 di Marvin Seniga

In Turchia avranno luogo tra una settimana delle elezioni di fondamentale importanza: dal risultato dipenderà la buona riuscita del progetto-Erdogan di riforma presidenzialista

Erdogan, Turchia

Il prossimo 7 giugno gli elettori turchi saranno chiamati ad eleggere i loro nuovi rappresentanti in parlamento. Qualunque sia il risultato delle urne, queste elezioni sono destinate ad essere un vero e proprio turning point per Ankara: si tratta infatti della prima volta, dal 2003, che l’AKP non sarà guidato dal suo fondatore Recep Tayyip Erdogan ma da Ahmet Davutoglu, ex ministro degli esteri e attuale primo ministro, che Erdogan stesso ha designato come suo successore alla guida del partito nel momento in cui è stato eletto presidente della Repubblica lo scorso 10 agosto.

Ed è proprio a causa della figura del presidente della Repubblica, che ci si appresta ad osservare dei cambiamenti significativi. Attualmente la Turchia è una democrazia parlamentare, ed Erdogan non ha dunque quei poteri di cui gode invece Davutoglu, nel suo ruolo di Primo Ministro. Il progetto dell’ex leader dell’AKP è allora quello di riformare il sistema e sostituire il parlamentarismo con un presidenzialismo, in cui possa tornare ad essere lui il capo dell’esecutivo, così da riprendere sotto il proprio controllo il Paese, soprattutto viste le tensioni non indifferenti con Davutoglu stesso.

Erdogan ha investito gran parte del suo futuro politico in questo progetto, per riuscire nel suo scopo avrà però bisogno di una maggioranza molto forte. Perché la riforma costituzionale possa andare in porto, serviranno infatti i voti di 2/3 dei membri del parlamento, o in alternativa dei 3/5, così da poter indire un referendum popolare. Le prossime elezioni sono dunque destinate a divenire una sorta di referendum su Erdogan, colui che ha probabilmente cambiato di più il paese dai tempi di Kemal Ataturk.

Molto dipenderà dunque dai risultati degli altri partiti politici, e da quanto saranno capaci di conquistare quei voti di opposizione, che in un sistema elettorale con una soglia di sbarramento al 10% rischiano di andare dispersi tra i partiti minori, rafforzando indirettamente l’AKP.

I tre partiti che – oltre all’AKP – hanno le maggiori possibilità di entrare nel prossimo parlamento sono i repubblicani del CHP, formazione laica di centro, forte soprattutto nelle grandi città e sulla costa mediterranea, i nazionalisti del MHP, che criticano l’AKP di Erdogan soprattutto per la sua eccessiva vicinanza ai Fratelli Musulmani e la re-islamizzazione della società turca, ed infine i curdi dell’HDP, partito che si afferma vicino a Syriza e che potrebbe rivelarsi decisivo per la formazione del prossimo parlamento.

MHP e CHP sono infatti – salvo clamorose sorprese – sicuri di superare la soglia di sbarramento, lo stesso non vale per l’HDP, il cui candidato alle scorse elezioni presidenziali ha ottenuto il 9,77% dei voti, un risultato eccellente ma che, se replicato alle prossime elezioni legislative, non varrebbe nemmeno un seggio parlamentare. Se il partito curdo non dovesse riuscire a raggiungere il 10% dei voti, questo favorirebbe nella ripartizione dei seggi il primo partito, con tutta probabilità l’AKP, agevolandolo nel suo obiettivo di ottenere i seggi necessari per la riforma costituzionale. In caso contrario, il sogno di Erdogan di portare a compimento la riforma rischierebbe di complicarsi non poco, considerato che in campagna elettorale tutti i partiti di opposizione si sono dichiarati contrari al presidenzialismo.

La questione del presidenzialismo non sarà l’unico tema a rendere interessante il risultato delle prossime elezioni. Un altro motivo di interesse riguarderà in che misura il supporto popolare per Erdogan ed il suo partito è cambiato dopo due anni di tumulti sociali, scandali interni e difficoltà diplomatiche, specialmente con gli alleati occidentali. Le manifestazioni di piazza Taksim e di Gezi Park del 2013, le critiche del Consiglio d’Europa per il sempre più accentuato controllo sui giornali e sulle fonti d’informazione indipendenti, lo scandalo corruzione che ha coinvolto diversi dirigenti dell’AKP, le complesse discussioni di pace con i curdi del PKK, ed infine la gestione della questione siriana – in particolare il supporto a diversi gruppi ribelli anti-Assad di matrice salafita – hanno indiscutibilmente indebolito il potere di Erdogan, che alle elezioni presidenziali dello scorso agosto ha perso una buona percentuale di sostegno nelle regioni occidentali.

Se l’AKP dovesse stravincere le prossime elezioni il rischio di una deriva presidenzialista, ispirata alle repubbliche turcomanne dell’Azerbaijian e dell’Asia Centrale, potrebbe condurre il paese sempre più lontano dall’Unione Europea e ad abbracciare altri progetti, magari con un occhio di nostalgia al passato imperialista. Sin dai tempi di Ataturk la Turchia resta un paese in cui si mescolano diverse identità, l’ipotesi che con Erdogan queste identità possano venire sintetizzate in un grande progetto neo-imperialista nell’area, è oggi più che mai meno esclusa.

 

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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