Elezioni Turchia: Erdogan, una vittoria che sa di sconfitta

08/06/2015 di Marvin Seniga

Il Partito Curdo raggiunge il 10% ed entra in Parlamento. L'AKP guidato per la prima volta da Davutoglu non sfonda, ed il Presidente della Repubblica Erdogan è costretto a salutare i suoi progetti di presidenzialismo.

Erdogan, Turchia

Per la prima volta da quando, nel 2002, vinse le sue prime elezioni , l’AKP, il partito fondato da Recep Tayyip Erdogan, non avrà la maggioranza assoluta dei seggi nel prossimo parlamento turco. Le elezioni tenutesi questa domenica infatti si sono trasformate in una cocente delusione per il Presidente della Repubblica. L’AKP rimane il primo partito con poco più del 40% dei voti, ma questo gli vale solamente 255 seggi sui 550 totali. Eccellente è stato il risultato, invece, del partito curdo, vicino alla sinistra radicale europea di Podemos e Syriza, che per la prima volta supera la soglia di sbarramento del 10%, raccogliendo quasi il 13% dei voti. Positivi anche i risultati degli altri due partiti di opposizione, i moderati del CHP ottengono il 25 % dei seggi, mentre i nazionalisti del MHP il 16%.

Le conseguenze di questa sconfitta per l’AKP guidato per la prima volta in campagna elettorale da Ahmet Davutoglu, ex ministro degli esteri e uomo di fiducia di Erdogan, restano ancora tutte da decifrare. Gli scenari possibili sono tre: un governo di minoranza guidato da Davutoglu, che però potrebbe avere delle difficoltà nel convincere le altre forze politiche a non affondarlo alla prima occasione possibile; una coalizione di tutte le forze di opposizione, ma mettere d’accordo i nazionalisti con i curdi della sinistra radicale, sembrerebbe alquanto arduo; infine l’ultima possibilità, la più ventilata nelle ore post-elettorali, è quella di un ritorno alle urne, senza sapere bene però cosa potrebbe cambiare.

Il 40% non può che essere interpretato come una pesante sconfitta per l’AKP, e per il suo leader Erdogan che, sebbene dallo scorso agosto sia stato eletto Presidente della Repubblica, un ruolo per definizione super partes, si è mosso in prima persona durante la campagna elettorale per convincere l’elettorato turco a sostenere il suo progetto di una riforma del sistema in senso presidenziale, di cui avevamo già parlato qui.

Un progetto che ha subito un forte stop dopo il voto di ieri, ed uno dei motivi che ha portato l’elettorato turco a voltare le spalle a chi negli ultimi 13 anni ha governato quasi incontrastato è stata proprio l’avversione del popolo al modello presidenziale. Nei sondaggi condotti prima delle elezioni,  più del 70% della popolazione si diceva contrario al presidenzialismo, e favorevole al sistema parlamentare attuale.

Ma i motivi di questa debacle sono anche altri. Erdogan paga una congiuntura economica poco favorevole, dopo diversi anni di crescita a tassi cinesi ed una censura sempre più sistematica sui media e sulle fonti di informazione indipendenti, negli ultimi giorni ha fatto scandalo nel paese l’arresto del direttore del popolare quotidiano di opposizione Hurryet per aver diffuso un video in cui viene mostrato come i servizi segreti turchi del MIT spediscano illegalmente armi e munizioni alle forze ribelli anti-Assad in Siria, nascondendole in convogli umanitari. Oltre a ciò pesa inoltre il fatto di essersi mostrato indifferente alla sorte dei curdi al confine tra Siria e Turchia, e specialmente di non aver fornito alcun tipo di supporto alle milizie curde impegnate nella difesa della città simbolo di Kobane. Questo fattore, unito allo stallo nelle trattative di pace con i ribelli curdi del PKK, ha determinato l’allontanamento dell’elettorato conservatore curdo, che in tutte le scorse elezioni aveva sempre sostenuto l’AKP di Erdogan, e che questa volta invece ha premiato l’HDP di Demirtas.

In Turchia sembra dunque concludersi il ciclo politico di Erdogan, che senza una riforma presidenziale sarà destinato a non essere più al centro della vita politica di Ankara. Ma malgrado le forze di opposizione siano riuscite a infrangere i suoi sogni – almeno per il momento – non sembrano in grado di fornire un’alternativa governativa credibile L’unica eccezione è il curdo Demirtas, che però rimane il rappresentante di una comunità minoritaria, in cui peraltro ancora non sono si sono sopite del tutto le aspirazioni rivoluzionarie e autonomiste. Per mettere definitivamente fine all’era Erdogan è necessario che una figura nuova emerga dall’opposizione, dotato di quella leadership capace di convincere l’elettorato turco a sostenerlo. Ma attenzione ancora a Davutoglu, che potrebbe approfittare della situazione politica attuale per imporsi come la figura di compromesso, e continuare nella sua scalata al potere, cogliendo l’occasione di un Erdogan debole e di un’opposizione fragile.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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