Elezioni Turchia: Erdogan, l’Europa e la disfatta di laici e curdi

02/11/2015 di Marvin Seniga

L’Akp stupisce tutti e conquista la maggioranza assoluta. La strategia anticurda messa in atto dopo la “sconfitta” di pochi mesi fa è servita a far riconfluire i voti persi all’interno del partito del Presidente. L’Europa – con la Merkel che aveva visitato il Premier e il Presidente in piena campagna elettorale – tira un sospiro di sollievo per la variabile migranti. Ma nel lungo periodo?

Erdogan, Turchia

Erdogan ha avuto la sua rivincita. Dopo il fallimento delle elezioni di giugno, il voto di ieri in Turchia segna la rinascita dell’uomo che, negli ultimi tredici anni, ha dominato la vita politica del paese. Contro le previsioni di tutti i sondaggi, che davano l’Akp tra il 42% e il 45%, il partito di Recep Tayyip Erdogan ha stravinto conquistando poco meno del 50% dei voti. L’Akp tornerà, così, ad avere la maggioranza assoluta nel prossimo parlamento e a poter governare da solo la Turchia, come è sempre successo dal 2003 fino allo scorso 6 giugno. Se cambiano i rapporti di forza all’interno del parlamento, non cambiano però i partiti ad esservi rappresentati. Questo significa che l’HDP è riuscito, malgrado tutte le difficoltà, a superare anche questa volta la soglia di sbarramento al 10%.

La questione curda è stata una delle chiavi per il successo dell’Akp. A giugno, quando i colloqui di pace tra il PKK e il governo turco erano ancora nel vivo, l’HDP era riuscito a conquistare quella parte di elettorato curdo conservatore che, in passato, aveva sempre votato per Erdogan. La pace sembrava ormai raggiunta e, in questo modo, veniva meno la necessità di votare per l’uomo forte, come invece era accaduto negli anni passati. Oltre all’HDP, i negoziati di pace tra PKK e governo avevano indirettamente favorito anche i nazionalisti dell’MHP, che erano, invece, rimasti fermamente contrari ad ogni accordo di pace con il PKK, e, in questo modo, erano a conquistare quell’elettorato nazional-conservatore, scettico verso ogni concessione di maggiore autonomia ai curdi.

Dopo la disfatta di giugno, la linea di Erdogan è radicalmente cambiata. Prima sono stati interrotti i colloqui di pace, poi, dopo l’attentato di Suruç, sono ricominciati i raid dell’esercito contro le postazioni dei combattenti curdi del PKK. La ripresa delle ostilità con la minoranza curda ha ricreato quelle condizioni tali da permettere ad Erdogan di tornare a proporsi come l’unico garante della stabilità del paese. Così, i voti che sono defluiti dall’HDP (-3% rispetto a giugno) e dall’MHP (-5%) sono andati a confluire verso l’Akp, visto come l’unico partito in grado di governare in Turchia, e metter fine al caos di questi ultimi mesi.  Un caos dietro al quale, però, per quanto detto, appare più come conseguenza di una strategia ben precisa del Presidente turco.

Una strategia che nelle ultime settimane si è fatta di nuovo prepotente verso i media e la libertà di espressione. Dopo gli oltre tremila giornalisti licenziati negli ultimi anni perché considerati “scomodi” dal partito al potere, nelle ultime settimane sono stati oscurati due canali televisivi e “occupati” due giornali vicino alle opposizioni. Circostanze che però non hanno turbato gli elettori turchi, che schiacciati dalle questioni IS, Curdi e migranti, hanno optato decisi per la stabilità del Paese.

La questione curda non è stata, appunto, l’unico fattore determinante per il successo di Erdogan. Una parte della responsabilità deve essere attribuita anche all’Unione Europea e alla Germania. La visita, in piena campagna elettorale, di Angela Merkel a Erdogan a Davutoglu è sicuramente servita ai due leader, dando loro una maggiore legittimità internazionale agli occhi del proprio elettorato. Non a caso la vittoria dell’Akp è stata accolta positivamente a Bruxelles e Berlino. Il contributo della Turchia è giustamente considerato fondamentale per gestire l’emergenza migranti, e il supporto dato ad Erdogan è stato il prezzo da pagare per mettere un freno all’arrivo dei migranti dalla coste turche.

Il calcolo razionale della cancelliera tedesca servirà a dare respiro ad un Unione Europea, che è ancora incapace di superare qualsiasi crisi che richieda uno sforzo collettivo per essere superata. Ma nel lungo periodo, cosa accadrà? Dallo scoppio delle primavere arabe, la Turchia ha dimostrato di perseguire una propria autonoma linea in politica estera. Una linea che – in molti casi – si è rivelata in aperto contrasto con quella dell’Unione Europea. In Libia, mentre la Turchia rimane tra i principali partner internazionali di Fajr Libya, Bruxelles preferisce dialogare con il governo di Tobruk. In Egitto, mentre Erdogan ha sostenuto il deposto presidente Morsi, i governi europei appoggiano il generale Al-Sisi. In Siria, infine, i principali alleati dell’Unione Europea nella lotta all’ISIS sono le milizie curde, che per Ankara sono invece il problema principale, dopo Bashar Al-Assad.

Dall’Unione Europea la vittoria dell’Akp può, dunque, esser accolta positivamente perché è destinata a riportare un governo stabile alla guida del paese. Un governo in grado di controllare più efficacemente le proprie frontiere e ridurre il quotidiano flusso di migranti verso le coste greche. Non bisogna, tuttavia, dimenticarne i rischi. Per l’Unione Europea è necessario riportare la Turchia all’interno del proprio campo, appianando le divergenze in politica estera, facendo pressioni affinché valori come la libertà di stampa e di espressione (per fare soltanto due esempi) vengano rispettate, e promuovendo il ritorno ad un dialogo tra governo centrale e curdi.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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