Le elezioni in Tunisia, intervista alla prof.ssa Sebastiani

26/10/2014 di Redazione

Europinione ha intervistato Chiara Sebastiani, professoressa dell'università di Bologna, per fare il punto della situazione tunisina, unico paese che sembra in grado di trasformare la primavera araba in democrazia

La Tunisia è a un punto di svolta: le elezioni di oggi possono consolidare, quantomeno da un punto di vista istituzionale, la transizione democratica iniziata nel paese dal 2011. Si tratta di un fatto storicamente importante, perché, dopo i quasi 20 anni del regime di Ben Ali, si tratterebbe del primo paese che, dopo la primavera araba, riesca a portare avanti un processo sostanzialmente fallimentare negli altri stati dell’area magrebina-mediorientale. Questione rilevante anche per un paese storicamente legato all’Europa, in particolare alla Francia, e che geograficamente è il più vicino alle nostre coste tra quelli dell’area nord dell’Africa. Europinione ha avuto l’opportunità di intervistare Chiara Sebastiani, docente dell’Università di Bologna ed esperta dell’argomento, avendo a lungo soggiornato a Tunisi, città in cui si trova anche in questi giorni per seguirne le elezioni. Su questi temi esordirà a breve il suo libro, “Una città una rivoluzione – Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico“, edito da Pellegrini, in cui viene studiato, nel caso specifico della Tunisia, il rapporto tra lo spazio pubblico e il cambiamento politico, allargato allo spazio astratto dei media e delle nuove tecnologie: insomma, una riflessione sul rapporto tra politica, media e social network e la “piazza”, intesa come luogo fisico “vero” in cui donne e uomini reali interagiscono tra di loro – con un particolare focus al ruolo della donna – nel contesto dell’islamizzazione della società post-rivoluzione. Un percorso che affronta il rapido cambiamento con cui la rivoluzione ha cambiato il paesaggio urbano della capitale.

Mehdi Joma, primo ministro uscente della Tunisia
Mehdi Joumma, primo ministro uscente della Tunisia

Veniamo dunque all’intervista:

A che punto è il processo democratico tunisino? Come si è evoluto durante il governo di Mehdi Joumma?

Queste elezioni dovrebbero rappresentare il completamento istituzionale del processo di transizione democratica, con il passaggio da un’Assemblea costituente ad un Parlamento ordinario, dopo che all’inzio di quest’anno è stata adottata a larghissima maggioranza la nuova Costituzione. Come prevedeva la roadmap sottoscritta dai principali attori politici e sociali del Paese, dopo l’adozione della Costituzione il governo a maggioranza islamista di Ali Laarayedh si è dimesso ed è stato sostituito da un governo tecnico di unità nazionale con a capo Mehdi Joumma, incaricato di traghettare il paese verso le elezioni. Il suo operato è ritenuto da buona parte dell’opinione pubblica soddisfacente anche perché ha dato una svolta decisiva al problema della sicurezza, ottenendo diversi successi nella lotta al terrorismo, sia quello presumibilmente nato all’estero e che si manifesta nelle zone di frontiera come il monte Chaambi, sia quello che sembra presentare una matrice endogena di stampo radicale fondamentalista.

Cosa ci si può aspettare da queste elezioni? Chi sono i favoriti, e, in caso di vittoria, che genere di politiche attueranno? Quale tipo di Islam (o di regime laico) portano avanti, e quale influenza potrà avere sul paese?

Se le elezioni si svolgeranno ordinatamente, senza incidenti rilevanti e senza un tasso di astensionismo eccessivo (per quanto probabilmente alto), si potranno considerare un successo per la transizione democratica. Gli scenari possibili al momento sono tre. Il primo vede in testa due grandi partiti, il partito islamista Ennahdha vincitore nelle elezioni del 2011, e il partito detto “desturiano” (il neo-Destur era il partito di Burghiba) Nida Tunès, nato dopo il 2011 con l’obiettivo esplicito di contrapporsi a Ennahdha, nel quale confluiscono anche elementi del disciolto partito Rcd di Ben Ali. Nel caso i due partiti fossero molto vicini nei risultati (a prescindere da chi sia il primo) e fossero seguiti da una pletora di piccole formazioni, i due potrebbero formare insieme un governo di “larghe intese”. Il secondo vede il partito Ennahdha nettamente in testa: in tal caso esso tenterebbe di formare una larga coalizione tanto con la galassia desturiana (Nida Tunès ma anche altri) quanto con partiti del fronte laico-modernista. Il terzo scenario vedrebbe emergere, accanto ai due grandi partiti di massa Ennahdha e Nida Tunès alcuni partiti minori ma sufficientemente forti e capaci di coalizzarsi per formare un terzo polo in grado di pesare sugli equilibri parlamentari.

Tutti i partiti hanno in testa alla loro agenda le politiche economiche e in particolare la creazione di occupazione. Tutti concordano che ciò richiede stabilità e riforme per attirare gli investimenti. La linea divisoria tra chi opta per ricette liberiste e chi per ricette socialdemocratiche è tutt’altro che chiara: Ennhdha è considerato liberista ma propugna una “economia sociale di mercato”; il fronte laico-progressista include tanto una forte componente socialdemocratica (Al Massar) e operaista (il Fronte popolare) quanto formazioni prettamente liberali e tecnocratiche (Afek Tunès); Nida Tunès è statalista ma include importante istanze del mondo degli affari e dell’impresa. Le difficoltà di una futura coalizione sono legate anche a questa diversità di orientamenti.

In questo contesto si è andati ormai oltre la contrapposizione identitaria laici/islamisti: la Costituzione mette dei paletti agli uni e agli altri. Non ci sarà né uno stato teocratico di stampo saudita né uno stato laico sul modello francese ma piuttosto una blanda religione di stato sul modello svedese a anglicano.

Com’è la situazione col terrorismo, dopo il ritorno degli attentati? Quanto si sente il rischio dell’infiltrazione di gruppi terroristici esterni come l’IS o Al-Qaeda? Com’è la situazione coi gruppi salafisti? Quale rischio c’è – e quanto si sente – in questi giorni di elezioni?

Vi sono due tipi di rischi per la sicurezza: quelli che vengono dalle frontiere con l’Algeria e la Libia e quelli di matrice endogena. Le inflitrazioni di formazioni jihadiste o qaediste alle frontiere negli ultimi tempi sono state combattute con successo – è significativo tutttavia che i passaggi alle frontiere verranno chiusi per due giorni durante le elezioni. Il terrorismo endogeno ha avuto una manifestazione clamorosa proprio alla vigilia delle elezioni: una banda che preparava attentati è stata sgominata nel quartere periferico di Oued Ellil a Tunisi: nello scontro sono stati uccisi sei terroristi di cui cinque donne, giovanissime, e si sono salvati due bambini. Le immagini di studentesse con il kalashnikov in una mano e il figlioletto in braccio non evocano né la guerriglia jihadista né i salafiti raggruppati intorno alle moschee delle periferie urbane (dei quali si sente parlare sempre meno dopo che le moschee sono state poste sotto rigoroso controllo): fanno pensare, come qualcuno qui nota esplicitamente, alla banda Baader Meinhof o alle Brigate Rosse italiane.

Come si è evoluta la situazione delle donne in Tunisia dall’approvazione della Costituzione che sancisce l’uguaglianza davanti alle legge di entrambi i sessi? Ci sono stati miglioramenti? Ci sono ancora situazioni critiche al riguardo?

Dal punto di vista legale la situazione delle donne in Tunisia è paritaria da tempo. La Costituzione introduce delle interessanti misure di “azioni positive” volte a favorire la rappresentanza femminile negli organismi politici. Va anche notato che la Tunisia si è dotata, dopo la Rivoluzione, di una legge elettorale “paritaria”: essa impone che tutte le liste siano formate da candidati uomini e donne alternati. La legge ha portato all’Assemblea Costituente un nutrito numero di donne e lo stesso avverrà presumibilmente questa volta. Sul piano legale vi sono pochissime situazioni critiche, se si esclude la questione dell’eredità che assegna ai maschi una quota legittima doppia a quella delle femmine. Essa tuttavia pare in realtà incontrare tuttora il consenso della maggioranza della popolazione che la lega all’obbligo dell’uomo di mantenimento della famiglia. Peraltro molte famglie benestanti la aggirano con donazioni alle figlie.

Come in Europa, le criticità non risiedono tanto nel quadro giuridico-legale quanto nel costume e nell’implementazione delle leggi. Le donne sono tutt’altro che assenti nella governance economica, assai più marginali nel contesto politico: la divisione dei ruoli sessuali è attualmente oggetto di rinegoziazione, con differenze a seconda dei gruppi sociali e generazionali, e vige anche un certo pluralismo nelle concezioni delle libertà femminili e nelle aspirazioni delle donne. La famiglia ad esempio continua ad essere un valore importante, ma la carriera per le giovani non è da meno.

Qual è lo stato dell’economia tunisina? Sono previsti miglioramenti dopo il crollo che ha accompagnato la rivoluzione dei gelsomini? Quali sono i problemi principali che affliggono la situazione socio-economica del paese?

Dopo la Rivoluzione si è avuto un crollo del turismo, una caduta degli investimenti, una fuga delle imprese, un’inflazione galoppante legata a rivendicazioni salariali indiscriminate e assunzioni nella pubblica amministrazione fatte sull’onda di scioperi selvaggi. Nei tre anni successivi vi è stata già una graduale ripresa e gli indicatori sono tutt’altro che negativi.
Vi è accordo sul fatto che occorra un governo stabile per metter mano da un lato alle infrastrutture, dall’altro a riforme in particolare della pubblica amministrazione. Per il resto, a seconda di chi andrà al governo, una politica liberista punterà sulla defiscalizzazione per le imprese, una poltica di stampo sociale cercherà di attuare politiche fiscali redistributive. Misure di austerità paiono comunque inevitabili e richiedono un governo con forte legittimazione nonché probabilmente buoni esempi che vengano dall’alto.

Una linea divisoria sembra passare tra quanti vedono la salvezza negli investimenti esteri (e quindi propongono misure fiscali e finanziarie per creare un terreno favorevole, oltre a una riforma dell’amministrazione pubblica) e quanti ritengono che il paese debba “fare da sé“, senza continuare ad indebitarsi, valorizzando le risorse locali.

Discorsi sullo sviluppo locale o su modelli alternativi di turismo si affacciano per ora solo molto timidamente sulla scena pubblica: non a caso, se il processo istituzionale a livello nazionale va felicemente in porto,
la prossima partita cruciale sarà quella del decentramento politico e amministrativo, già iscritto nella Costituzione, da implementarsi mediante elezioni per il governo locale l’anno prossimo.

Chiara Sebastianiinsegna Teoria della sfera pubblica e Politiche locali e urbane presso l’Università di Bologna. Nata a Vienna, ha vissuto all’Aja, a Sidney e a Tunisi. Ha intrapreso la carriera universitaria di sociologa e politologa alla Sapienza di Roma, proseguita presso l’università della Calabria e approdata infine all’Alma Mater di Bologna. La ricerca sul campo è sempre stata una parte importante della sua attività: ha partecipato a indagini empiriche su larga scala – sui militanti e i quadri del Pci, sui lavoratori dell’Italsidier di Taranto, sulle donne nei governi locali – e ha svolto ricerca qualitativa indipendente. È autrice di La politica delle città (il Mulino 2007). Ha curato Conversazioni, storie, discorsi (con G. Chiaretti e M. Rampazi, Carocci 2001). Ha tradotto e curato l’edizione italiana della Sociologia della Religioni (2 voll., Utet 1988) di Max Weber.

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