Le elezioni svedesi, tra sinistra ed estrema destra

15/09/2014 di Andrea Viscardi

Nelle elezioni di ieri, Stefan Löfven esce vincitore a metà, ma il vero successo è del'estrema destra. Vediamo, insieme, i motivi dietro a questo risultato.

Elezioni Svezia 2014

Il leader socialdemocratico Sefan Lofven vince le elezioni, ma la sua coalizione – Socialdemocratici, Verdi, Sinistra – raggiunge circa il 45% dei voti, aprendo alla possibilità concreta di un governo di minoranza. Difficile, infatti, un asse con l’oramai ex premier, il moderato Fredrik Reinfeldt, la cui Alleanza si ferma al 39%;  impossibile quella con gli xenofobi democratici svedesi, vincitori “morali” con il 12%. Ma piuttosto che ai risultati, diamo un breve sguardo ai punti caldi della politica svedese e alle sfide che il nuovo governo dovrà affrontare.

Negli ultimi otto anni, Fredrik Reinfeldt ha guidato la Svezia in modo contraddittorio. Da una parte è stato in grado – soprattutto durante il primo mandato – di mantenere, per quanto possibile, il paese fuori dalla crisi, affermandolo come uno dei massimi modelli relativamente sani a cui guardare in Europa. Il rapporto debito/Pil è sceso dal 50,4% del 2006 al 40,6% attuale, e le previsioni annuali di crescita danno Stoccolma tra i primi posti nell’Eurozona.

Stefan Lofven
Stefan Lofven

Dall’altra, però, non tutto quello che luccica, è oro: la Svezia reale, quella che guarda allo storico sistema di lavoro e di welfare, arranca. Per la prima volta da decenni – soprattutto nel corso del secondo mandato Reinfledt – il tasso di disoccupazione ha raggiunto picchi preoccupanti: dal minimo del 5% del 2001, a punte superiori al 9% nel 2010, al circa 8% odierno. Un dato che preoccupa, soprattutto se si guarda al futuro: tra il 2000 e il 2014 la disoccupazione giovanile è passata dal 10% al 24%. Intanto, il sistema di welfare “dalla culla alla tomba” è andato riformandosi – in una chiave più sostenibile per le casse statali – aprendosi alla partecipazione dei privati. Ma la politica di riduzione della pressione fiscale per la classe media fortemente perseguita dal governo e criticata dall’opposizione, ha intensificato ulteriormente la deregulation del welfare, causando, su tutti, una diminuzione degli standard sanitari ed educativi. Una sorta di sacrilegio per gran parte dei cittadini svedesi. Bisogna però specificare come, gran parte di queste trasformazioni del Welfare, in chiave di alleggerimento sui conti pubblici, siano in corso sin dalla crisi degli anni ’90, e rappresentino, in parte, il motivo del calo di consensi dei socialdemocratici, grazie al quale lo stesso Reinfeldt riuscì a salire al potere nel 2006.

Quindi, vi è stato un rallentamento dell’economia industriale, sebbene arginato dalle politiche del governo: basti pensare ai casi Volvo ed Eelctrolux. La Svezia può compensare il piccolo mercato interno solo con le esportazioni, in diminuzione a causa della crisi. Certo, occorre fare attenzione, non si può parlare di crisi in riferimento a Stoccolma: se paragonata al resto dell’Eurozona, continua ad essere uno degli stati le cui politiche economiche sono state più efficaci nel corso dell’ultimo decennio. Ma si può parlare di grosse difficoltà in relazione al passato del Paese stesso e ad un modello sociale svedese considerato come punto di riferimento dai suoi cittadini. Potremmo definire quella svedese una crisi d’identità, caratterizzata da forti dubbi sul futuro del sistema svedese. Una crisi che la sinistra ha promesso di risolvere, rivedendo il sistema dei sussidi, ma anche intervenendo su quello della tassazione, promettendo non vi saranno ulteriori tagli al welfare che, anzi, rappresenterà una delle priorità del nuovo governo..

E come la storia ci insegna, nei momenti di difficoltà di un modello di sistema, sociale o politico che sia, i movimenti più estremisti hanno gioco facile, e spesso chi viene assunto a colpevole sono gli stranieri, gli immigrati. Tale sviluppo ha avuto gioco facile in Svezia, ed il 12,9% dei Democratici svedesi ne è la principale testimonianza. La questione è relativamente semplice da spiegare, e si basa sul sistema di garanzie fornite, più che altro, ai rifugiati: sussidi economici, corsi formativi e di avviamento al lavoro gratuiti, Il problema, a detta dei Democratici è altrettanto elementare: in un momento di crisi e di difficile sostenibilità del welfare, non è possibile proseguire su questa strada.

I numeri non possono che favorire la propaganda populista di un partito che, pur cercando di ripulire la propria immagine, mantiene in sé aspetti che travalicano un già preoccupante xenofobismo. Nel corso del 2013, a fronte di una popolazione di 9.5 milioni di persone, la Svezia ha ricevuto 54 mila richieste di asilo, un aumento del 24% rispetto all’anno precedente. Per intenderci, se l’Italia avesse lo stesso numero di domande di asilo in proporzione alla popolazione, queste dovrebbero aumentare a circa 320 mila: circa tredici volte di più rispetto a quelle registrate nel 2013. Inoltre, si consideri come, nel corso di circa dieci anni, la percentuale di abitanti stranieri (extra-UE) in Svezia sia passata dall’11% del 2000 al 17% del 2013. Dati, dunque, che se fanno della Svezia un modello di accoglienza, pongono urgentemente domande sul futuro del sistema di welfare sociale e dubbi ancora più pensati sulla sua sostenibilità.

La questione viene accentuata da un’altra dimensione, quella dell’integrazione. Nonostante gli ingenti investimenti del governo, ad oggi, l’obiettivo resta un miraggio: il tasso di disoccupazione tra gli immigrati è il doppio di quello dei cittadini di origini svedesi, quello di scolarizzazione ancora troppo basso: ne deriva un conseguente aumento delle disparità e delle diseguaglianze sociali, nonché di tensioni che sfociano, sempre più, in una sorta di ghettizzazione, anche volontaria. Ecco, allora, che la relativa incapacità di dare effettive risposte da parte del Governo, aiutata da un aumento della disoccupazione giovanile che ha gioco facile nel trovare nell’immigrazione un bersaglio, ha portato all’exploit di un partito come quello dei Democratici svedesi capaci di guadagnare circa il 7% nell’arco di quattro anni.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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