Elezioni: incontro con Roberto D’Alimonte

17/01/2013 di Giacomo Bandini

roberto-d-alimonteRoberto D’Alimonte – uno dei massimi esperti nazionali di sistemi elettorali e direttore del Cise – ha tenuto Martedì 15 Gennaio un incontro, presso l’Università LUISS Guido Carli, riguardante la situazione della campagna elettorale, al fine di analizzare numeri e spiegare le tecnicità della legge elettorale. Data l’esperienza e la bravura del personaggio, noi, non potevamo mancare.

Il primo argomento affrontato riguarda, in realtà, la descrizione dei retroscena di un incontro – sbattuto in prima pagina da Lucia Annunziata sull’Huffington Post ma ignorato da molti – tra Monti e, appunto, D’Alimonte. L’ex Presidente del Consiglio, convinto di poter vincere, avrebbe chiesto al direttore del Cise una consulenza elettorale da buon tecnico. Questi spiegò al Presidente del Consiglio che la vittoria sarebbe potuta giungere solamente qualora avesse accettato la guida del nuovo centro-destra italiano, rispecchiando, insomma, la realtà del PPE. “Ho capito che Monti non si scaldava troppo all’idea di rappresentare il nuovo centrodestra italiano. Lui, alla destra e alla sinistra, non ci crede più. Crede a chi sta dalla parte dell’Europa e a chi sta con le riforme”. Al Direttore del Cise, quindi, non rimase altro che spiegare chiaramente al Professore di non aspettarsi più di un 15% come risultato elettorale.

Dopo l’excursus, l’analisi: alla fine di dicembre alcuni sondaggi davano Monti intorno al 23%. Secondo D’Alimonte, questa partenza a razzo è stata dovuta principalmente ad un campione elettorale ancora troppo squilibrato innanzi alla novità, non sapendo questi, ad esempio, se il Professore sarebbe sceso in campo  con un proprio partito o in altro modo. “Quando invece la gente ha cominciato a vedere che alla Camera si è presentato assieme a Fini e Casini, mentre al Senato con una lista unica, la mescolanza di vecchio e nuovo ed il progetto ancora troppo indefinito hanno determinato il calo nei sondaggi” sentenzia il professore. Ed aggiunge anche qualcosa di personale: “Uscito dal colloquio ho visto un uomo con un forte senso morale, un senso del dovere che deve preservare i sacrifici fatti dagli italiani, il timore che tutto si sfasci. Non è un politico, è un economista con un forte senso civico: ma in politica ci vuole coraggio, passione e visione. Monti probabilmente si è reso conto che mancava il tempo per fare una cosa nuova, non aveva un’infrastruttura sua, doveva appoggiarsi a infrastrutture esistenti.  Non se l’è sentita di rompere con il passato, perché il passato lo ha aiutato: Casini e Fini si sono dimostrati i suoi alleati più fedeli, quelli che lo hanno sostenuto di più”

Ci spiega, quindi, le motivazioni che hanno obbligato la presentazione di una lista unica al Senato. Tale scelta è stata necessaria a causa dell’esistenza della regola delle soglie 3-8-20. La legge Calderoli infatti prevede che ogni partito o lista debbano ottenere almeno l’8% dei voti mentre le coalizioni il 20%. La soglia del 3%, invece, è riferita a liste collegate a coalizioni aventi superato la soglia del 20%. Visto che, giustamente, Monti e i  suoi erano ben lontani dall’essere sicuri di ottenere il 20% unendosi in coalizione, hanno deciso per questa via, andando, peraltro contro la volontà di Casini. La lista unica è nata  per necessità più che per vocazione.

Quando parla di previsioni, il Professore è molto chiaro. Per la Camera da per sicura la vincita di PD e SEL, con un risultato compreso tra il 35% e il 38% e  circa 346 seggi. Affrontando la situazione al Senato, invece, sostiene possano configurarsi tre scenari. Il primo è che PD e Sel ottengano la maggioranza assoluta, con la conseguente capacità di governare da soli. Il secondo, quello forse più probabile, è che, contando sulla maggioranza relativa dei seggi, il PD possa appoggiarsi al risultato di Monti e creare, insieme, una maggioranza. Con o senza Sel. L’ultimo, quello definito “disastroso” da D’Alimonte, vede un Monti incapace di conseguire un numero di seggi tale da creare, insieme al PD, una maggioranza. In quel caso, per governare, sarebbero fondamentali i voti di Grillo e Berlusconi.

Perchè il secondo scenario possa realizzarsi, tutto dipende dal superamento della soglia dell’8% da parte della Lista Monti in più regioni possibili. L’obiettivo di Berlusconi, dunque, è duplice: da una parte deve per forza vincere in alcune regioni chiave (Lombardia, Lazio, Campania) così da impedire a Bersani di poter raggiungere la maggioranza; dall’altra, però, deve essere in grado di scippare alla lista di centro il maggior numero di elettori possibili, altrimenti, de facto, la sua strategia per avere influenze decisive sul prossimo governo (o per rendere il Paese ingovernabile) verrà meno. D’Alimonte, infatti, spiega: “Monti non è in grado di vincere in alcuna regione ed è quindi lontano dal poter impedire a Bersani di raggiungere la maggioranza in Senato, situazione che permetterebbe all’ oramai ex Presidente del Consiglio di giocare un ruolo fondamentale nella maggioranza. Proprio per questo deve sperare sia Berlusconi, vincendo in almeno due delle regioni più importanti, ad impedire la creazione di una maggioranza di sinistra, senza però che questa vittoria porti il Partito di Monti sotto la soglia dell’8% in alcuna regione”. Ma c’è tempo anche per un ultima battuta: di Berlusconi e Santoro, D’Alimonte, cosa ne pensa? “Berlusconi in televisione è – come si dice a Roma – er mejo…”

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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