Elezioni regionali, l’analisi dei risultati

01/06/2015 di Luca Andrea Palmieri

Non va bene per il Pd, nonostante le vittorie. Bene invece Movimento 5 Stelle e Lega. Maluccio Forza Italia, nonostante la vittoria inaspettata di Toti in Liguria. Analisi a caldo di una tornata elettorale ricca di sorprese, che avrà sicuramente effetti sulla politica nazionale dei prossimi mesi

Sono dunque giunte al termine queste elezioni regionali. Il risultato finale è 5-2 per il centro-sinistra, utilizzando la terminologia calcistica che tanto piace ai nostri giornali e alla politica. Un risultato che, a una prima analisi, sembrerebbe consegnare la vittoria al Pd di Matteo Renzi. Non è davvero così, in realtà. C’è una serie di riflessioni da fare, alcune per comprendere meglio la portata del voto, altre per capire quanto i risultati abbiano un valore nazionale o vengano dalla spinta regionale.

Ricapitolando: il centro-sinistra porta a casa tutte le regioni in cui era nettamente favorito: Toscana, Umbria, Marche, Puglia. In più riporta a casa la Campania, nonostante le accesissime polemiche sul caso De Luca. Perde però la Liguria, baluardo rosso sotto l’amministrazione Burlando, andata al forzista Giovanni Toti, e perde male in Veneto, dove Luca Zaia, comunque già iper-favorito, più che doppia l’ex europarlamentare Alessandra Moretti. Detto questo, c’è da considerare anche come si sono svolte le elezioni nelle singole regioni, chi sono i candidati e quanto hanno contato nella campagna elettorale rispetto al partito.

Un referendum sul governo? Il caso Pd

Partiamo però da una domanda basilare, viste le esternazioni pre e post-voto: queste regionali erano un referendum sul Governo? La risposta è “Ni”. Da una parte infatti, è innegabile che il voto sia stato influenzato dalla politica nazionale. Renzi inizialmente ha cercato di accentrare su di sé il dibattito, per poi rendersi conto che semplicemente non era possibile, visti gli scontri e le polemiche che hanno caratterizzato i contesti locali, soprattutto in Liguria e Campania. La partita non si è giocata solo sulla sentenza della Corte Costituzionale, sulla scuola, sulle tasse, etc. Si è giocata sulla figura di Vincenzo De Luca, di Raffaella Paita, sulle polemiche dei giorni scorsi.

Ciononostante per il Pd il risultato non è affatto buono, anzi. In Regioni come l’Umbria, le Marche e la Toscana storicamente rosse, e che sono sicuramente tra le più influenzate dal discorso nazionale, il calo di consensi (rispetto alle ultime elezioni regionali come alle europee) è dovuto sicuramente da questioni interne, ma non ci si può limitare a questo nella spiegazione. Il Pd ha rischiato seriamente di perdere l’Umbria, Regione che è sempre stata di sinistra. In Toscana e Marche ha perso più di 10 punti. Guardando alle sette Regioni, là dove il Pd si presentava anche con liste civiche a sostegno non è andato molto bene. Non c’è dubbio che molti dei voti delle liste, in altre elezioni, sarebbero andati ai democratici, ma non certo tutti. La media sulle sette Regioni dà ancora il Pd al primo posto, con circa il 22% dei voti, a cui andrà sommata una percentuale importante dalle liste civiche: si può immaginare, all’incirca, un Pd intorno al 30%. Lontano. Molto, molto lontano dal 40% delle europee.

In parte la cosa era relativamente prevedibile, visto come il Governo, abitualmente, logori il consenso, ed alla fine Renzi ha rinunciato a un ruolo realmente attivo in campagna elettorale, per evitare di essere trascinato troppo nel calderone delle polemiche, rispetto a un Matteo Salvini iperattivo e in campagna permanente da mesi. Certo, alle regionali i candidati contano molto, e possono far cambiare la direzione dell’ago della bilancia dell’elettorato, ma le cifre per Renzi e i suoi comunque scottano.

Sarebbe interessante capire come sarebbe andata anche nel resto del paese, soprattutto nel resto del nord, e nel profondo sud. Il Pd fa malissimo in Veneto (16,6%, e con la lista per la Moretti sfiorerebbe il 20%), male in Campania (20%, con un 10% delle liste civiche per De Luca, di certo non del tutto pro Pd), maluccio in Liguria (25%), rispetto alle aspettative. Meglio nelle Regioni rosse, dove c’erano meno liste civiche, ma c’è comunque la base perché si creino allarmi, rispetto ai risultati storici (36% in Umbria, 46% in Toscana, 35% nelle Marche). Il Pd, insomma, è in linea coi sondaggi? Sembra proprio di no. Non c’è dubbio che le polemiche con la vecchia dirigenza abbiano danneggiato il partito, anche oltre il risultato secco: i voti di Luca Pastorino, avrebbero permesso la vittoria della Paita per la presidenza, ma a livello di coalizione i risultati erano molto simili. Ergo, comunque la candidata Pd non sarebbe riuscita ad avere una maggioranza stabile in Consiglio Regionale. Segno che, stanchi dei litigi, molti elettori di sinistra hanno preferito stare a casa.

Ci sono altri tre dati politici, senza ombra di dubbio di rilevanza nazionale, che vanno considerati. Da un lato c’è il boom della Lega, dall’altro il risultato del Movimento 5 Stelle. Nel mezzo il sostanziale flop di Forza Italia, seppur mitigato in certe zone.

Il boom Lega

Matteo Salvini è quello che ha più di che esultare. Non solo per il fatto che la sua crescita esplosiva sia stata certificata in sede elettorale, ma anche per come è arrivata. In Veneto Luca Zaia si è confermato bene, perdendo in sostanza solo le percentuali andate al fuoriuscente Flavio Tosi, e non subendo per niente l’impatto 5 stelle, che sembra aver toccato solo il centro-sinistra. La Lega ha preso il 17,7%, che però va sommato al risultato della lista legata al candidato, un enorme 23,5% che attesta sì la popolarità di Zaia, ma porta i risultati potenziali della Lega nel nord-est a livelli mai visti. In Liguria Toti era il volto di Forza Italia, ma è la Lega ad aver portato l’effetto trascinamento, con un 20% che quasi doppia Forza Italia, ferma al 12%. Il boom però è al centro. La Lega ha fatto il 16% in Toscana e il 14% in Umbria e Marche, segno di un radicamento ormai in espansione in territori un tempo ostili. Insomma, il progetto di Salvini di estendere il credo leghista fuori dalle valli padane sta riuscendo. Bisogna capire quanto sarà in grado di esportarlo al sud. Fatto sta che il leader del Carroccio potrà presentare un conto salatissimo a Berlusconi: in tutte le Regioni in cui concorrevano sia Lega che Forza Italia, insieme o no, Salvini ha avuto la meglio. Come potrà l’ex Cav negare la leadership al volto nuovo della politica di centro-destra?

I problemi di Forza Italia

Silvio Berlusconi dunque ride per le difficoltà di Renzi, come dimostrano le parole del solito Brunetta, ma non ha di che rallegrarsi per il suo risultato. Resiste come roccaforte solo la Campania, anche se il 18% di questa tornata è lontano mille miglia dal 31,6% del Pdl nel 2010. Della Liguria si è già detto, ed il 12% è probabilmente anche frutto di un effetto trascinamento da parte di Toti. Per il resto, i risultati gravitano sul limite della cifra singola: meno del 4% in Toscana (nel 2010 il Pdl prese il 27%), solo il 5,9% in Veneto, regione un tempo contesa alla Lega, 9,4% nelle Marche, dove forse il risultato può essere un po’ innalzato dalle liste civiche, 10,8% in Puglia, con i fittiani che hanno vinto la competizione interna. E poi 8,53% in Umbria: tutto stabilmente sotto la media dei sondaggi nazionali. Una questione che mette sempre più in dubbio la leadership di Berlusconi sul centro-destra – che, è vero, quando gareggia unito vince o quantomeno è competitivo –, in cui i forzisti contano sempre meno. L’unica consolazione per B. e i suoi è che i risultati dimostrano come l’asse Lega-Forza Italia sia sempre necessaria al centro-destra perché porti a casa un buon risultato elettorale. Magra consolazione, visti i fasti degli anni passati.

Radicamento 5 Stelle

Diversa la situazione del Movimento 5 Stelle. I risultati degli stellati sono in generale molto buoni. Nel complesso sicuramente migliori della Lega, che però giova delle alleanze di centro-destra e subisce l’assenza di radicamento a sud. Non siamo però ai livelli prospettati dai sondaggi nazionali, ma non è questo il punto. Quello che sembra iniziato, è infatti il loro radicamento anche nei contesti territoriali, dove finora hanno sempre sofferto. Se questo dato sarà confermato, gli stellati potranno essere considerati a tutti gli effetti una forza parlamentare con una base, e non solo un movimento dipendente dagli umori e dalla popolarità del suo leader Beppe Grillo. Le percentuali sembrano mostrare una loro presenza “a macchia di leopardo” nel paese: hanno preso quasi il 25% in Liguria, l’11,88% in Veneto, il 14,5% in Umbria, il 17,7% in Campania, il 15% in Toscana, il 21,8% nelle Marche, il 18% in Puglia. Nelle Regioni rosse evidentemente colpiscono il dominio della sinistra (con Rossi e Ceriscioli che, nonostante le vittorie, hanno portato al Pd risultati sensibilmente inferiori al 2010), in Veneto subiscono l’erosione dovuta alla Lega, che è tornata a presidiare con grande forza il territorio. La Liguria è spesso considerata un test elettorale importane sul piano nazionale: se queste sono le premesse Grillo e i suoi hanno di che ben sperare.

L’importanza del radicamento

Per il resto, è sempre forte l’importanza dei candidati radicati nel territorio: la questione su Vincenzo De Luca lascia mille interrogativi, ma il sindaco di Salerno ora si può far forte di aver portato a casa il risultato nonostante tutto gli remasse contro. E l’elezione di Michele Emiliano in Puglia a sua volta certifica l’importanza di candidati indipendenti e molto amati nel territorio, soprattutto al sud, con Sel che, senza una lista a suo nome, è praticamente scomparsa dalla cartina elettorale nonostante i 10 anni di Nichi Vendola alla guida della Regione.

Arriva la stagione calda del Pd

Cosa resterà di queste regionali è tutto da vedere. Per Renzi arriva una nuova marea di difficoltà. E’ evidente come l’offerta politica dell’ultimo periodo non abbia pagato, ma nemmeno alcune strategie elettorali. Il primo problema del Premier, se vuole mantenersi competitivo nelle elezioni locali, è scegliere una classe dirigente interna che sia credibile. Raffaella Paita e Alessandra Moretti non lo erano, e sono state severamente punite dal voto. E’ il segno che l’accentramento totale del renzismo intorno al suo leader non funziona, e soprattutto in enti intermedi come le Regioni non potrà mai funzionare. Ma è anche il segno che senza la crescita del radicamento e di candidati forti, il Pd rischia di essere fin troppo soggetto agli umori elettorali che girano intorno al suo leader. Una condizione pericolosa che mostra una fragilità preoccupante per il centro-sinistra nel lungo periodo.

Allo stesso tempo c’è da scommettere che Renzi, tutto sommato, non abbia preso troppo male i risultati non del tutto positivi dei candidati delle Regioni rosse, tutti legati alla vecchia dirigenza, che a sua volta soffre un po’ le polemiche. Certo, la questione Pastorino dimostra come il PD abbia bisogno della sua minoranza per essere pienamente competitivo. Questo dato verrà fatto pesare moltissimo in Parlamento nei prossimi mesi. Ma Civati, Bersani & co. non possono festeggiare del tutto, visto come, anche dove correvano stabilmente i loro candidati, il centro-sinistra sta incontrando difficoltà crescenti.

L’astensione: ormai il solito, vero, vincitore

Il dato finale, forse il più importante, è quello dell’astensione. Non si è arrivati ai livelli dell’Emilia Romagna, ma un italiano su due ha scelto di non votare per questa tornata elettorale. E’ un dato importante, che certifica la crescente (nonostante l’aumento delle forze di protesta) sfiducia degli italiani nei confronti della politica. Banale dirlo, ma questo è il dato più preoccupante di un’Italia che sembra essere in balia di sé stessa, che decide di non decidere perché non riesce a trovare una rappresentazione nonostante gli schieramenti coprano ampiamente il parco ideologico moderno. Frutto di difficoltà, delle continue polemiche, di una politica che fa una fatica immane a riformarsi e che soprattutto non sembra riuscire a trovare soluzioni pratiche ai guai che affliggono il questo paese, se non nelle urla, in progetti utopistici o in infiniti giri di parole.

E’ difficile dire ora chi sia quel 50% che ha preferito restare a casa, e senza ombra di dubbio racchiude i potenziali elettori di un po’ tutti gli schieramenti. Ci sentiamo però di provare un’analisi: c’è una grande parte di moderati, in quelle cifre. Sono elettori che hanno punito col non voto Renzi, quantomeno rispetto alle Europee di un anno fa, dopo un anno di Governo con risultati pratici controversi e tante, tantissime polemiche. Ma anche Forza Italia e Berlusconi, il cui calo costante sa della parabola discendente di un progetto politico che vive degli exploit dell’ex Cav in campagna elettorale, sempre meno convincente però col susseguirsi dei problemi e con l’avanzamento dell’età. Sono gli stessi moderati che sono sempre stati maggioranza nel paese, e che ora sembrano vivere un deficit di speranza, per usare una parola tanto cara al Premier. “Dovrà andare molto peggio prima che vada meglio”, dice un corollario alle leggi di Murphy. Ma se le cose non inizieranno ad andar meglio, chiunque lo permetta, c’è da chiedersi cosa ne sarà del paese.

RISULTATI

1.790 sezioni su 1.790

 PaittaRaffaella Paitta (Csx)27,84%
 TotiGiovanni Toti (Cdx)34,44%
 SalvatoriAlice Salvatore (M5S)24,84%
 Luca PastorinoLuca Pastorino (Sx)9,41%

4.739 sezioni su 4.741

 MorettiAlessandra Moretti (Csx)22,74%
 ZaiaLuca Zaia (Cdx)50,08%
 BertiJacopo Berti (M5s)11,87%
 TosiFlavio Tosi (Area Popolare)11,86%

5.816 sezioni scrutinate su 5.835

De LucaVincenzo De Luca (Csx)41,14%
 CaldoroStefano Caldoro (Cdx)38,35%
  CiarambinoValeria Ciarambino (M5s)17,55%

Sezioni 3.966 su 3.969

 RossiEnrico Rossi (PD)48,03%
 BorghiClaudio Borghi (Lega e FdI)20,01%
 MugnaiStefano Mugnai (FI)9,09%
 GiannarelliGiacomo Giannarelli (M5S)15,05%

1.012 sezioni su 1.012

MariniCatuscia Marini (PD)42,78%
 RicciClaudio Ricci (Cdx)39,27%
  Andrea LiberatiAndrea Liberati (M5S)14,30%

Sezioni 1.583 su 1.583

   CeriscioliLuca Ceriscioli (Csx)41,07%
 SpaccaGian Mario Spacca (FI+Ncd/Udc)14,21%
 AcquaroliFrancesco Acquaroli (FdI e Lega)18,98%
 MaggiGianni Maggi (M5S)21,78%

Sezioni 3.971 su 4.016

  EmilianoMichele Emiliano (PD)47,08%
 SchitulliFrancesco Schittulli (Fittiani, NcD, FdI e altri)18,27%
 Poli BortoneAdriana Poli Bortone (FI, Noi con Salvini e altri)14,44%
 LaricchiaAntonella Laricchia (M5S)18,45%
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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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