Presidente della Repubblica, dopo Ciampi e Napolitano, la destra fa la voce grossa

19/03/2013 di Andrea Viscardi

Ciampi – Giovedì 13 Maggio 1999, tutte le prime pagine dei quotidiani erano dedicate all’accordo sul nome da portare al Quirinale cinque giorni dopo: Carlo Azeglio Ciampi. La scelta e le trattative, condotte in prima persona dall’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema, resero possibile un risultato raggiunto solamente altre due volte nella storia della Repubblica: l’elezione al primo scrutinio. 707 voti sui 990 disponibili, un precedente che trovava riscontro solamente nelle nomine di Enrico De Nicola e Francesco Cossiga. Decisivo fu, allora, l’assenso di Silvio Berlusconi, capo dell’opposizione, insieme a quello di Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini. Ciampi, inoltre, fu il primo “indipendente” – dopo una lunga tradizione di democristiani e socialisti – tra gli inquilini del Quirinale. Indipendente, sì, ma fino ad un certo punto. La sua vicinanza all’Ulivo era cosa ben nota, ma il suo incessante lavoro per la creazione di un’Europa unita e le importantissime tappe che l’Unione avrebbe dovuto affrontare da lì a poco, convinsero tutti i partiti – tranne la Lega Nord – che fosse l’uomo giusto. A discapito di Rosa Russo Jervolino. Il nome dell’allora ministro degli interni – molto meno indipendente –  non venne considerato adatto, dopo un quasi avvallo iniziale, da D’Alema: difficilmente sarebbe stato avvallato dall’opposizione.

Elezione Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica dal 2006

Napolitano – Nonostante, negli ultimi vent’anni di governo, la sinistra italiana sia stata poco più di una comparsa, nel 2006 è ancora lei  a dover proporre il nome forte per il Quirinale. La scelta ricade, al quarto scrutinio, su Giorgio Napolitano: una carriera politica nel PCI, presidente della Camera nel 1992 (in sostituzione di Scalfaro) ed Europarlamentare per i DS tra il 1999 e il 2004. Prodi nelle sue dichiarazioni di stasera si è tradito dicendo che si dispiaceva che la Cdl non si fosse unita a votare Napolitano… Non ci si unisce nell’indicare un presidente di tutti ma lo si trova insieme” – così commentava Gianfranco Fini, poche ore dopo la nomina dell’attuale Presidente della Repubblica. Una scelta carica di polemiche e tensioni, fortemente condannata dalla Casa delle Libertà. Nei giorni precedenti alla scelta dell’ex esponente del PCI, infatti, Berlusconi aveva cercato un’intesa su diversi nomi (Giuliano Amato, Lamberto Dini, Franco Marini e Mario Monti) salvo poi proporre Gianni Letta. Le critiche erano incentrate sul fatto che, solamente un mese prima, l’Unione, guidata da Romano Prodi, aveva portato alla Camera Fausto Bertinotti e al Senato Franco Marini, occupando così tutte le cariche istituzionali.

Il presente – Sicuramente, nel contesto odierno, le parole pronunciate sette anni fa da Gianfranco Fini assumono particolare importanza. Oggi più che mai – in un cima di tensioni, precarietà e senza alcuna certezza per il futuro della nostra nazione – sarebbe necessario trovare un accordo il più ampio possibile fra tutte le forze politiche, piuttosto che cercare un atto di forza. Personaggi come Pertini o Ciampi hanno dimostrato quanto – in momenti di difficoltà – l’inquilino del Quirinale sia l’ultimo riferimento, colui che deve togliere dal fuoco le patate bollenti, approfittando, perché no, di una Costituzione molto generica sulle competenze della prima carica dello stato. Non per nulla, Napolitano, è stato soprannominato Re Giorgio. Oggi, però, sembra anche abbastanza evidente la necessità di un uomo super partes non solo nel futuro, ma anche – per quanto possibile – nella sua esperienza presente e passata. Soprattutto qualora Bersani dovesse, miracolosamente, riuscire a formare un governo capace di durare e non solo di sopravvivere. Per uno stato nel quale la necessità principale – ancora sottolineata da pochi – è superare la vecchia contrapposizione tra partiti, così da guardare al futuro in un’ottica più costruttiva, un segnale di “occupazione” potrebbe creare ulteriori tensioni. In un anno in cui l’Italia dovrà giocarsi il tutto per tutto con l’unico obbiettivo di uscire da una crisi capace di bollarla, una volta per tutte, come uno “stato periferia” dell’Europa. La destra, per questo, ha messo le cose in chiaro: non opporrà veti a Bersani per la formazione di un governo, a patto che sul nome del futuro Presidente vi sia un accordo preventivo.

I nomi – Sino a qualche giorno fa, sembrava possibile un accordo sui nomi di Massimo D’Alema o Romano Prodi. Il primo, per quanto uomo di sinistra, è stato uno dei pochi leader a riuscire a parlare e a trattare, in passato, con Silvio Berlusconi. Il secondo, invece, forse il principale candidato, appariva, tra gli uomini legati al PD, il più neutrale tra tutti. Senza dimenticare il suo ruolo in Europa. Un segnale forte anche per l’Unione, dunque. Queste possibilità, però, sembrano scartate dopo l’elezione dei presidenti delle camere. Lo stesso vale per Mario Draghi, che ha declinato già da settimane tale possibilità. Chi, dunque? Voci dicono di un centrodestra desideroso di ricandidare Gianni Letta. Un uomo legatissimo a Berlusconi – sottosegretario della Presidenza del Consiglio nei suoi governi – ma mai iscritto né appartenente a nessun partito. Un salvacondotto per la posizione giudiziaria del leader del PdL, dicono in molti. E’ circolato anche il nome di Emma Bonino – verso la quale, però, l’ostruzione delle correnti cattoliche presenti in Parlamento sembra troppo forte. Nell’incertezza generale la lotteria dei nomi, insomma, sembra aver perso la strada. Tanto che qualcuno ha pure proposto il nome Pierferdinando Casini o recuperato quello di Giuliano Amato. Le certezze, sembra, arriveranno solo con le proposte definitive, in quella che appare come una delle più imprevedibili elezioni della storia della Repubblica.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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