Elezioni Malesia: il dilemma tra passato, presente e futuro.

04/05/2013 di Elena Cesca

Le elezioni del prossimo 5 Maggio potrebbero essere ricordate come un momento storico per Kuala Lumpur. L’Alleanza del Popolo potrebbe seriamente intaccare l’indiscusso primato del Barisan Nasional (BN), il Fronte nazionale al governo da 56 anni. Governo di coalizione più duraturo del mondo. Necessità di cambiamento e sfiducia verso l’opposizione appoggiata da Washington. Alla vigilia delle elezioni politiche, la terra che diede i natali a Sandokan vanta successi nella lotta alla povertà, ma non si emancipa dalla lotta interetnica e si presenta come una realtà estremamente controversa.

Elezioni Malesia
Anwar Ibrahim, leader dell’opposizione malesiana.

Sistema partitico. Nei manuali di scienza politica, il regime di Kuala Lumpur è annoverato tra quelli autoritari ibridi e semi-democratici, in cui non v’è alternanza al governo. Da 56 anni, infatti, governa indiscussa la coalizione anti-occidentale del Barisan Nasional, composto dalla Organizzazione Nazionale dei Malesi -UMNO-, l’Associazione Cinese Malese e il Congresso Indiano Malese. Il vento di cambiamento ha iniziato a soffiare durante la tornata elettorale del 2008, quando il BN ha perso per la prima volta il controllo dei due terzi del Parlamento. Da allora si è accresciuta l’opposizione dell’Alleanza del Popolo (Pakatan Rakyat), guidata da un ex esponente dello stesso UMNO, Anwar Ibrahim, vice Primo Ministro (1991-1998) nel governo di Mahathir. L’Alleanza è composta dal partito cinese dell’Azione Democratica –DAP- e dal Partito Integralista Islamico (PAS) ma è divisa proprio sulla figura di Anwar, sempre più vicino all’ala neo conservatrice statunitense e filo-israeliana.

Caratteri generali. La Malesia è uno stato federale multi-culturale e multi-religioso. I tre maggiori gruppi etnici sono i Malay (60 %, musulmani, detti anche Bumiputra– figli della terra), i Cinesi (25%, prevalentemente buddisti) e gli Indiano-malesiani (7%, indù). Le ultime riforme costituzionali di stampo religioso hanno introdotto l’Islam come religione della federazione, ma si professa la secolarità dello stato, sebbene il gruppo dei Malay goda, da sempre, di molti privilegi. Dal 1986 è stato lanciato un vero e proprio processo di islamizzazione; il diritto civile si basa sulla fatwa e non è semplice classificare lo Stato come laico o teocratico. Secondo la Costituzione, per “malese” si intende una persona che professa la religione dell’Islam. Dal punto di vista economico, negli ultimi vent’anni, la Malesia è passata da paese esportatore di olio di palma e altre materie prime grezze, a paese industrializzato, produttore di automobili e tecnologia avanzata. Il miracolo economico malese passa alla storia come Mahathirismo.

Mahathirismo. Nazionalismo, capitalismo, islam, populismo e autoritarismo. Attento dosaggio di procedure ostentatamente democratiche e pratiche dispotiche; apertura al capitale straniero e lotta all’imperialismo neocoloniale. Alla figura di Mahathir Mohamad, leader dell’UMNO e Primo Ministro per 22 anni (1981-2003) è associata la leadership più incisiva della storia malese. Grazie alla “Wawasan 2020” (Visione 2020), il paese ha intrapreso una spinta verso uno sviluppo industriale, economico e finanziario senza precedenti. In pochi anni il livello di vita è stato allineato a quello occidentale, pur non intaccando il complesso sistema dei cosiddetti “valori asiatici” e la resistenza all’individualismo. Manifesto programmatico è stato, difatti, il The Malay Dilemma (“Il dilemma malese”), a favore del nazionalismo e dei diritti malesi ma anche della necessità della modernizzazione.

NEM. All’uscita di scena di Mahathir, il BN ha cercato di proseguire sulla scia dello sviluppo economico. L’adozione nel 2010 del Nuovo Meccanismo Economico ha contribuito a migliorare il tenore di vita dei cittadini attraverso la creazione di una classe di alto reddito e la riduzione della disparità tra ricchi e poveri. Al contempo, si è accresciuto il dominio del capitale detenuto dal gruppo Malay. Bisogna ricordare che sin dai tempi del colonialismo inglese, i Malay hanno giovato di diversi privilegi rispetto alle altre etnie. Essi costituivano la maggioranza della popolazione, ma detenevano solo il 2% della economia della penisola. Contrariamente, la minoranza cinese costituiva la ricca e operosa borghesia commerciale del paese. Il fatto che Mahathir, nel corso degli anni, abbia inasprito la sua posizione xenofoba a favore dei bumiputra fa innescare la risposta di protesta dell’Alleanza Popolare, ma anche rafforzare il senso di superiorità degli aderenti all’UMNO.

Tra presente e passato. La sfida si gioca ora tra i retaggi del passato e le urgenze del presente. Le politiche economiche contro le istituzioni finanziarie internazionali avviate vent’anni fa permisero al Paese di non retrocedere durante la crisi del ’97. Ora, se da una parte l’attuale crisi finanziaria globale inasprisce la posizione antioccidentale tipica del Barisan Nasional, dall’altra il leader dell’opposizione, Anwar, gode dell’appoggio della comunità finanziaria internazionale che chiede il rispetto delle prescrizioni del Fondo Monetario Internazionale. Come se non bastasse, anche il gruppo cinese della regione del Sarawak sta facendo sentire la sua voce. Sempre più emarginati nelle consultazioni interne del BN, i Cinesi iniziano ad appoggiare l’ala progressista del DAP legato alla People’s Alliance.

Ubah, Cambiamento. L’Alleanza Popolare ha il vento in poppa, ma l’impresa è ardua. Dopo aver vinto 82 seggi nel 2008, per avere qualche possibilità di ottenere una maggioranza in parlamento (222 posti), ora deve raccogliere almeno dieci seggi in più negli stati del Sabah, Sarawak e Johor, tutte roccaforti BN. Sotto il grido del cambiamento, Anwar ha catturato un sentimento diffuso tra i più giovani, per lo più delle aree urbane, ricche di quegli elettori caduti nella “trappola del reddito medio” malese. Dall’altra parte il Primo Ministro uscente, Najib Razak, usa lo slogan della “trasformazione”, richiamando la popolazione alle leggi oppressive dell’epoca coloniale che lui ha abrogato.

Il punto. Al momento dell’indipendenza dalla Gran Bretagna, la giustificazione della democrazia autoritaria si radicava nel tentativo di consolidare un nuovo sistema di governo, costruire una identità nazionale e raggiungere lo sviluppo economico. Quest’ultimo è diventato il bersaglio principale delle classi dirigenti della regione, indipendentemente dalla loro tendenza più o meno marcata all’autoritarismo. Il ‘sistema paternalistico’ autoritario non ha, però, sviluppato una parallela evoluzione della sua società in tutte le sue componenti.

L’esito delle elezioni in Malesia è, quindi, importantissimo per due fattori. Da una parte, l’aumento dei consensi per l’opposizione aiuterebbe lo stato ad uscire dal sistema bloccato e ad inaugurare l’alternanza al governo. Dall’altra, renderebbe chiaro il desiderio dell’affermazione delle sue minoranze. Tuttavia, bisognerà vedere più nello specifico dove confluiranno voti, dato che si prospetta il rafforzamento dell’ala estremista del Partito islamico (PAS), il cui consenso è stato finora confinato alle aree rurali del nord. Un’affermazione dei fondamentalisti islamici avrebbe implicazioni rivoluzionarie non solo all’interno della Malesia, ma anche nella più ampia area del Sud-Est Asia dove già altre regioni di matrice islamica (come quella del Mindanao o del Bangsamoro nelle Filippine) si appellano al principio dell’autodeterminazione. Le grandi riserve di petrolio e materie prime rende il Paese un’area di investimento molto redditizia per la Cina, l’India e soprattutto il Medio Oriente. Adottare investimenti conformi alla Sharia renderebbe la Malesia un avamposto non solo per la finanza islamica, ma anche per i minacciosi movimenti fondamentalisti islamici.

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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