Elezioni Israele: il trionfo di Benjamin Netanyahu

18/03/2015 di Marvin Seniga

I sondaggi lo davano per sfavorito. Ieri sera la lotta con Herzog sembrava conclusasi con un nulla di fatto. Stamane Netanyahu si sveglia con una netta vittoria, e una legittimazione totale per il futuro mandato.

Benjamin Netanyahu

Una netta vittoria quella di Likud di Benjamin Netanyahu, contro tutti i sondaggi della vigilia che davano l’Unione Sionista in leggero vantaggio. Dopo la verifica del 99,5% dei voti, il Likud avrebbe ottenuto il 24% mentre la lista del duo Herzog-Livni si sarebbe fermata al 19%. Al partito di Netanyahu dovrebbero andare 30 seggi nel prossimo Knesset, mentre all’Unione Sionista ne andrebbero 24, su un totale di 120. Herzog, in nottata, ha chiamato Netanyahu per congratularsi per la vittoria, certificandone di fatto il trionfo.

Da parte sua Netanyahu si è detto pronto a governare per la quinta volta Israele, indicando che nelle prossime settimane cercherà di riunire intorno al Likud una coalizione sufficientemente forte da garantirgli la maggioranza in parlamento. Alla coalizione di Netanyahu dovrebbero unirsi i partiti nazionalisti di Bennett e Lieberman con 8 e 6 seggi rispettivamente, i due partiti ultraortodossi che hanno superato la soglia di sbarramento dovrebbero invece garantirgli altri 13 seggi e l’appoggio decisivo per ottenere più della metà del Knesset dovrebbe riceverlo dal partito di centro Kulanu (10 seggi), che sarà anche l’unica voce moderata in un governo che si preannuncia come uno dei più estremisti della storia del paese.

Una nota anche per gli altri vincitori di questa tornata elettorale: la lista che riunisce i partiti arabi ha infatti ottenuto un risultato storico, e dovrebbe ottenere 14 seggi. Gli arabi israeliani divengono così una delle principali forze di opposizione, e avranno la possibilità di far sentire ancor più fortemente la propria voce nel dibattito politico. Sempre se saranno in grado di superare le divergenze interne, che rischiano di caratterizzare un agglomerato composto da elementi aventi diverse visioni su molti temi, economici e politici.

Herzog e Netanyahu hanno fatto due campagne elettorali diverse. Il primo ha concentrato quasi tutta la sua attenzione sulla politica interna, concentrandosi in particolare sui temi economici e sociali, mentre il secondo ha fortemente posto l’attenzione dell’elettorato sulla sicurezza nazionale, criticando i colloqui sul nucleare iraniano in corso in questi giorni a Ginevra tra Kerry e Zarif, e sulla difesa delle colonie in Cisgiordania, sottolineando che fino a quando sarebbe stato al governo, non avrebbe permesso la costruzione di nessuno stato palestinese. Netanyahu ancora una volta si è dimostrato un abilissimo stratega politico in grado di concentrare l’attenzione dell’elettorato sui temi securitari ed identitari, riuscendo a mobilitare le masse e capovolgere le previsioni. Un numero così elevato di elettori non si vedeva dal 1999, il 71,8% degli aventi diritto si è recato alle urne ed è probabile che sia stata proprio l’alta affluenza a permettere il rinnovo del mandato al Premier israeliano, che è riuscito ad entrare nelle paure della gente, spingendola a una maggiore partecipazione.

La vittoria rischia però di aumentare l’isolamento internazionale di Israele. Obama ha più volte fatto notare come non condivida la politica estera di Netanyahu: tra i due ormai c’è un rapporto di sfiducia reciproca, soprattutto sulle questioni Palestina e Iran. Ma anche in Europa non sono molti i governi che possono essere contenti del risultato. Su tutte la Francia, dove vive la più grande comunità ebraica d’Europa: Hollande si è più volte scontrato con il premier israeliano. Esemplificativo in tal senso il post Charlie Hebdo, quando Netanyahu chiamò gli ebrei europei a trasferirsi in Israele dove sarebbero stati al sicuro rispetto ad un Europa descritta come un territorio in cui l’antisionismo guadagna sempre più spazio. La vittoria di Netanyahu rischia così di allontanare Israele dai suoi alleati storici naturali, l’Europa e gli Stati Uniti, e di avvicinarlo sempre più all’Arabia Saudita ed all’Egitto di Al-Sisi, con cui condivide l’impegno militare e politico contro Hamas ed i fratelli musulmani e l’ostilità contro ogni accordo sul nucleare iraniano.

Come detto Netanyahu non ha alcuna intenzione di permettere la costruzione di uno Stato palestinese, ogni accordo di una pace stabile tra ANP ed Israele sembra dunque escluso nel prossimo futuro, e aumenta il rischio di nuove crisi a Gaza e in Cisgiordania. Non bisogna dimenticare lo stato di assedio in cui si trova la striscia di Gaza, ancora ridotta in macerie dopo il conflitto di quest’estate, l’ostilità crescente in Cisgiordania tra palestinesi e coloni, una situazione su cui pesa pure il congelamento delle tasse raccolte da Israele per conto dell’ANP in Cisgiordania, fondi che rappresentano una gran parte del budget dell’autorità di Ramallah.

Le elezioni di ieri sembrano dunque sancire una svolta ancora più a destra nella politica di Israele. In uno scenario in cui il Premier uscente era dato per sfavorito, il ribaltamento dei sondaggi e delle aspettative di parte dell’opinione pubblica interna ed estera non possono che dare ancora maggior legittimazione al prossimo governo e alle politiche di Netanyahu e, probabilmente, anche maggiore libertà di movimento. Per quest’ultimo punto, però, occorrerà attendere l’ufficializzazione della composizione della coalizione di maggioranza.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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