Elezioni Irlanda: se la crescita non è sinonimo di benessere

02/03/2016 di Marvin Seniga

Le elezioni in Irlanda offrono un’importante lezione: anche quando le misure di austerità sono accompagnate da una notevole crescita economica, questa, da sola, non è sufficiente ad assicurare al governo in carica la riconferma

Irlanda

Lo scorso venerdì gli irlandesi si sono recati alle urne per rinnovare i 158 seggi della Dail Eireann, la camera bassa del parlamento irlandese. I due partiti che in coalizione hanno guidato il paese negli ultimi cinque anni sono stati i grandi perdenti. Dopo essere stato in testa nei sondaggi per tutta la durata della campagna elettorale, il Fine Gael del primo ministro Enda Kenny è riuscito a confermarsi il primo partito anche nel prossimo parlamento, ma solo per un pugno di voti : 49 seggi, dopo aver raccolto il 25,5% delle preferenze, più del 10% in meno di quanti ne aveva ottenuti nel 2011. I risultati sono stati ancora peggiori per l’altro partito di governo il Labour Party, che passa dall’essere stato il secondo partito più votato nel 2011, quando raccolse il 19,4%, ad essere una forza pressocché ininfluente, controllando solamente 6 seggi.

Del crollo dei Labour e del calo del Fine Gael hanno approfittato tutti gli altri partiti di opposizione ed in particolare il Fianna Fail e il Sinn Fein. Il primo, dopo aver subito una storica sconfitta nel 2011, nel pieno della crisi economica, è riuscito a riscattarsi ottenendo un solo punto percentuale in meno del Fine Gael. Allo stesso modo, anche il Sinn Fein, guidato dallo storico leader nord-irlandese Gerry Adams, ha visto aumentare i suoi consensi tra il popolo irlandese e nel prossimo parlamento sarà il terzo partito più rappresentato con 23 deputati, nove in più rispetto al 2011.

Dai risultati emerge chiaramente, dunque, che gli irlandesi non approvano il modo in cui i due partiti di governo hanno gestito il paese negli ultimi cinque anni. Il principale motivo del malcontento è legato soprattutto alle politiche di austerità. Infatti, sebbene il PIL del paese sia cresciuto a ritmi superiori a quelli della Cina, i redditi di gran parte della popolazione hanno continuato a stagnare, mentre nuovi servizi venivano privatizzati e nuove tasse introdotte. Tra queste la più odiata è stata senza dubbia la tassa sull’acqua. Da quando è stata adottata, nel 2014, decine di manifestazioni si sono susseguite in tutto il paese per protestare. Dal movimento contro la water tax è nato anche un partito apertamente antisistema e anti-austerità, l’Anti-Austerity Alliance – People Before the Profit (AAA-PBP), che in meno di un anno dalla sua fondazione è riuscito ad ottenere il 4% dei voti.

Tuttavia, dai risultati emerge anche un altro fattore più preoccupante. Nessun partito da solo ha la maggioranza assoluta in parlamento e, soprattutto, le uniche due formazioni che in coalizione potrebbero governare il paese, il Fine Gael e il Fianna Fail, sebbene in materia economica condividano posizioni simili ma non uguali, sono divisi da un’antica rivalità, risalente ai tempi della guerra civile, che rende estremamente complicato ogni accordo politico tra di loro. Come in Spagna, anche in Irlanda, senza un compromesso, l’unica via per uscire dall’ingovernabilità è indire nuove elezioni nel più breve tempo possibile. Tuttavia, malgrado i principali esponenti del Fine Gael e del Fianna Fail non sembrano aver dubbi sulla necessità di richiamare gli irlandesi alle urne, rimane tutto da stabilire quanto possano cambiare i risultati nell’arco di pochi mesi.

In conclusione, le elezioni in Irlanda offrono un’importante lezione per tutti i governi attualmente in carica in Europa. Infatti, quello che il voto dell’elettorato irlandese ci dice è che anche quando le misure di austerità sono accompagnate da una notevole crescita economica, questa, da sola, non è sufficiente ad assicurare al governo in carica la riconferma alle prossime elezioni. Gli irlandesi hanno dimostrato come al di là della performance dell’economia, ciò che conta davvero per la popolazione è il suo tenore di vita. Com’è noto infatti nessuna crescita economica garantisce di per sé un miglioramento nelle condizioni di vita delle persone – che è invece ciò che dovrebbe interessare di più al governo nella sua interezza. Una crescita disuguale, unita ad importanti tagli al welfare e all’introduzione di nuove tasse particolarmente invise alla popolazione, non può garantire a nessun governo la riconferma, anche quando il PIL cresce del 7%. Un dato questo che anche a Bruxelles dovrà essere argomento di attenta riflessione per il futuro.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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