Elezioni Iran: la vittoria di Rohani

01/03/2016 di Lorenzo Cerimele

È il trionfo di Hassan Rohani. L’Iran, chiamata venerdì alle urne, ha premiato la politica aperturista del Presidente della Repubblica

È il trionfo di Hassan Rohani. L’Iran, chiamata venerdì alle urne, ha premiato la politica aperturista del Presidente della Repubblica, facendo balzare l’assemblement dei moderati e riformisti in testa in molte circoscrizioni, tra cui la capitale Teheran dove la lista della Speranza ha conquistato tutti e 30 i seggi disponibili per il Parlamento e 15 su 16 tra quelli dell’Assemblea degli Esperti. È un duro colpo ai conservatori che, nonostante ciò, reggono nelle zone rurali del paese. Ma rappresenta soprattutto una conferma dell’approvazione della politica perseguita dal presidente Rohani.

Nella giornata di venerdì gli elettori iraniani sono stati chiamati alle urne per rinnovare il Majlis, il Parlamento iraniano e l’Assemblea degli Esperti, la quale, alla morte dell’ayatollah Khamenei, eleggerà la prossima Guida Spirituale del Paese, la più alta carica dello Stato e comandante in capo delle forze armate della Repubblica islamica dell’Iran.

Gli organi chiamati a rinnovare sono l’Assemblea Consultiva islamica o Majilis, organo monocamerale legislativo, che secondo i dettami della costituzione iraniana si rinnova ogni quattro anni ed è composta dai 290 membri, di cui 5 seggi sono ripartiti tra le minoranze presenti sul territorio della Repubblica islamica, come gli zoroastriani, ebrei, armeni e caldei cristiani. Inoltre, così come è accaduto quest’anno per ben 69 seggi, nei collegi uninominali dove non si è raggiunto il quorum del 25% dei suffragi, i due candidati che avranno ricevuto il numero maggiori dei voti dovranno vedersela al ballottaggio che si terrà in aprile. Ciò potrà dare una più chiara e definitiva visione su chi avrà la maggioranza all’interno del Parlamento.

L’altro organo chiamato a rinnovarsi, l’Assemblea degli Esperti dell’Orientamento, organo costituzionale composto da 88 religiosi, viene rinnovato ogni otto anni ed eletta a suffragio universale. Possiede altresì il potere di esprimere, in caso di ritiro o di morte, la nuova Guida Spirituale del Paese, il Rahbar, o di decretarne la decadenza.

Alla chiusura dei seggi, giunta intorno alla mezzanotte di venerdì 26 febbraio, la percentuale dei votanti si è attestata intorno al 62% degli aventi diritto. Difatti, sin dalle otto del mattino, i vari timori segnalati da molti di un possibile astensionismo sono stati cancellati dalle sempre più folte file formatesi fuori dai seggi, spingendo i governatori generali delle diverse provincie iraniane a prorogare più volte la chiusura: rispetto all’ora prefissata, le 18, sono stati pian piano tenuti aperti sino alle 23:45.

Tale mobilitazione ha soddisfatto il presidente della Repubblica Hassan Rohani che spera così di poter arginare l’intervento del Consiglio dei Guardiani della Costituzione, organo costituzionale della Repubblica islamica che agisce come corte costituzionale e vaglia le candidature sia per il Parlamento che per le elezioni presidenziali, il quale ha cassato quasi la totalità dei candidati chiave del presidente, molti dei quali vicini all’ultimo presidente riformista Mohammad Khatami.

Ma secondo i dati definitivi forniti dal ministero dell’Interno iraniano, nell’Assemblea degli Esperti la coalizione moderato-riformista, capitanata dall’ex-presidente Rafsanjani e dal presidente Rohani, precisamente il primo e secondo per preferenze in Teheran, sembra aver assestato un duro colpo ai conservatori riuscendo a strappare la maggioranza all’interno dell’Assemblea degli Esperti con il 64% dei seggi.

Per quanto riguarda, invece, il fronte conservatore, è da confermare la caduta di molti personaggi di spicco come l’ayatollah Yazdi, il religioso per il quale «il popolo non conta nulla» e presidente della precedente assemblea. Inoltre, la marcata presenza di personalità legate all’ex-presidente Rafsanjani, pur se candidati nelle liste conservatrici, potrebbe aprire a scenari inediti e molto favorevoli per il fronte moderato-riformista in caso l’Assemblea fosse chiamata ad eleggere il successore di Khamenei prima del 2024.

Per quanto concerne il Majilis, sono di lunedì sera i dati definitivi, seppur parziali – mancano infatti all’appello 69 seggi da definirsi al ballottaggio: la lista moderato-riformista si è attestata a 95 seggi a poche lunghezze dai conservatori fermatisi a 103 senza comunque riuscire ad ottenere la maggioranza assoluta come nel 2012. Inoltre, secondo i dati riportati dal quotidiano iraniano «Etemad», a fare un ulteriore passo in avanti sono stati i candidati indipendenti che hanno conquistato 14 seggi, 5 invece sono andati alle minoranze religiose del Paese e 4 a candidati non affiliati a nessuna lista. Dato non secondario è quello delle donne in Parlamento che raggiungono lo storico numero di 15 unità, tra cui Soheila Jelodarzadeh, la candidata più votata di tutto l’Iran con oltre 500 mila preferenze nella circoscrizione di Teheran. Altre cinque donne, invece, si apprestano ad affrontare il secondo turno in programma per il mese di aprile.

Rispetto alle tornate passate, queste rappresentano le prime elezioni realizzate in Iran dopo la storica firma dell’accordo sul nucleare del 14 luglio 2015, all’emergere del nuovo ruolo dell’Iran nello scacchiere mediorientale e alla fine, giunta nel gennaio di quest’anno, delle sanzioni mirate a colpire alcuni settori vitali per l’economia iraniana, quali il nucleare, quello petrolifero e delle armi, perpetrate da Stati Uniti, Unione Europea e Nazioni Unite.

Il successo del fronte moderato-riformista, legato al presidente Rohani e al ritorno di fiamma di Rafsanjani, potrebbe contribuire a dar maggiore spolvero al nuovo corso iniziato all’indomani delle presidenziali 2013 e che ha portato lentamente, senza non poche critiche da parte di alcuni attori della regione mediorientale e a tensioni interne con alcune frange dei conservatori, a quella apertura desiderata da Rohani e dal suo ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif. È un forte segnale, giunto soprattutto dai centri urbani dell’Iran e dalla maggioranza dei giovani. Nonostante ciò la vittoria se da un lato legittima la politica di Rohani, dall’altro dovrà fare i conti con i conservatori sul tipo di controllo che il governo effettuerà sugli investimenti stranieri giungeranno in Iran, poiché terrorizzati dal veder sottratto allo Stato i principali asset (circa il 75%) dell’economia del Paese controllati sino ad oggi dagli ex-militari e dai membri delle Guardie della Rivoluzione.

Le elezioni di venerdì ci hanno dato anche un segnale di spaccatura: il grosso del Paese, eccezion fatta per Teheran e dei grandi centri urbani, è più incline a sostenere i candidati di idee conservatrici. Ovvio, perché la politica aperturista di Rohani ha riscosso più successo laddove tale apertura all’Occidente è più sentita, ovvero nei centri ove la classe media è più sviluppata. Ora il prossimo step, per il fronte dei moderati-riformisti, è quello di conquistare consenso anche all’esterno delle zone più sviluppate ed aiutare il grosso del Paese ad uscire da quella spirale di disoccupazione che da anni affligge l’Iran. A risultati oramai definitivi, possiamo contentarci di dire, citando Rohani, che «oggi l’era dello scontro [con l’Occidente] è finita».

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Lorenzo Cerimele

Nato a Roma il 25-02-1992, è un grande appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali con un debole per l'Europa del Concerto delle Potenze. Attualmente studia Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma. Si occupa di storia e di esteri.
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