Elezioni in Venezuela, l’eredità di Chavez in soffitta

07/12/2015 di Redazione

Trionfo dell’ opposizione in Venezuela. Il paese vede andare in pensione, per la prima volta dopo 16 anni, il Partito socialista unificato di Venezuela (PSVUP).

Venezuela

La creatura politica, figlia del presidente Hugo Chavez, scomparso nel 2013, lasciata in eredità al suo delfino, Nicolas Maduro, ha visto la sua fine. La Corte elettorale ha diffuso infatti dei risultati shoccanti per l’attuale leader venezuelano: 99 seggi alla Mesa de Unidad, solo 46 ai chiavisti, e 22 seggi da assegnare e che, molto probabilmente, aumenteranno il divario.

Elezioni, quelle di ieri, che hanno avuto grande risonanza mediatica, ma i cui risultati concreti, in realtà, dovranno farsi attendere. Infatti il mandato di Maduro scadrà nel 2019, ma in realtà sarebbe possibile per l’opposizione, già a partire dall’anno prossimo, indire un referendum per revocare la carica all’attuale Presidente.

Secondo gli analisti, la questione fondamentale non era infatti tanto la vittoria dell’opposizione, ma il distacco con cui sarebbe stata raggiunta. La maggioranza qualificata dei tre quinti (101 seggi), oramai scontata, permetterebbe al MdU di intervenire, da solo, su alcune questioni cruciali, quali le leggi di amnistia e l’approvazione del bilancio. Arrivare a 110 significherebbe avere il potere di censura contro i ministri e il presidente e, addirittura, per avviare una revisione Costituzionale.

Negli scorsi mesi l’erede di Chavez aveva messo in atto, come da tradizione, la macchina del consenso, portata avanti come sempre attraverso una fittissima rete di relazioni clientelari e corruzione. Per questo gli analisti avevano lasciato porte aperte all’incertezza sui numeri della vittoria dell’opposizione, ma questa volta tali strumenti non sono bastati. Era lecito, dunque, attendersi sorprese. Ma forse in molti le attendevano  diverse, con un assottigliarsi della forbice tra opposizione e governo. Qualcuno negli scorsi giorni (esagerando) si era addirittura spinto a parlare di una possibile reazione violenta di Maduro che, invece, ieri ha come prevedibile riconosciuto la sconfitta, attribuendola però in toto alle politiche aggressive portate avanti contro il Paese dagli stati imperialisti, primi fra tutti gli Stati Uniti.

Le conquiste della “rivoluzione bolivariana” sembrano dunque essere lontane, e Maduro del tutto inadeguato per i venezuelani. Infatti erano troppi i cittadini contrari non tanto al chavismo in sè, ma all’atteggiamento e all’operato del Presidente. Non per ultima la sua politica economica, con la scelta di mantenere fisso il cambio bolivar/dollaro, capace di acuire la crisi successiva al crollo del petrolio. Senza contare le dure accuse pendenti sulla sua famiglia: gli arresti di due dei suoi familiari e la denuncia per crimini contro l’umanità alla Corte penale internazionale dell’Aia.

A conferma di ciò basti considerare un dato molto semplice, il 50 per cento dei venezuelani continua a pensare che il chavismo sia la strada migliore per governare il Paese, e ben il 56% ha una visione negativa del leader anti-chavista Henrique Capriles.

Un dato però, è sicuro. A prescindere da quanto appena scritto, domenica 6 dicembre potrebbe essere la data ricordata in Sud America come il principio della fine per il sogno del socialismo democratico chavista. Un sogno la cui fine è stata festeggiata da piazze gremite e folle festanti. Difficilmente Maduro potrà, in futuro, tornare a combattere in prima linea per riconquistare il potere. La sua immagine è troppo compromessa. E di altri potenziali eredi, all’orizzonte, non vi è neanche l’ombra.

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