Elezioni in Iran: Hassan Rowhani e il governo della competenza e della speranza

22/06/2013 di Elena Cesca

Le elezioni hanno portato al governo Hassan Rowhani, cosa ci si aspetta dal nuovo presidente?

Iran, il nuovo presidente

Uscire dalle acque agitate dell’amministrazione radicale di Ahmadinejad. 8 erano i candidati, 2 si sono ritirati prima delle elezioni. Uno il nocchiere eletto: Hassan Rowhani.  Il 14 giugno, in 36 milioni (circa 73%) su 50 aventi diritto si sono recati alle urne, vincendo la paura e lo sdegno che avevano sollevato i brogli elettorali della scorsa tornata. L’Iran si affida al “governo della competenza e della speranza”.

8 candidati. Scegli dal Consiglio dei Guardiani e accomunati da una visione conservatrice moderata, tra gli otto candidati che si sono confrontati nelle elezioni del 14 giugno, c’erano l’ex ministro del petrolio durante la presidenza di Mir Hossein Mousavi (Mohammad Gharazi), l’ex ministro della Cultura (Gholam-Ali Haddad-Adel), della Sanità  dopo la rivoluzione del 1979 e degli Esteri dal 1981 al 1997 (Ali-Akbar Velayati), ma anche il vicepresidente nel secondo mandato Khatami (Mohammad Reza Aref), il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza (Saeed Jalili) , il capo della polizia e sindaco di Teheran(Mohammad Bagher Qalibaf), il segretario del Consiglio del Discernimento e alleato fedele alla Guida Suprema (Mohsen Rezai). Infine, anche un esponente del clero vicino agli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, Hassan Rowhani. Giustizia sociale, università, richiami alla cultura islamica, ai giovani. Diversi i progetti elettorali avanzati.

Il presidente. Hassan Rowhani. classe 1948, laurea conseguita in legge a  Glasgow nel 1972, nell’ambiente diplomatico è considerato come uno dei migliori strateghi politici del Medio Oriente. Per i media di Teheran è lo “sceicco diplomatico”. Per gli Iraniani è ora il nuovo presidente. Ha condotto la sua corsa alla presidenza attraverso facebook, twitter e i blog. Decisivo il confronto televisivo contro il rivale Qalibaf, sindaco di Tehran, nel quale aveva accusato il regime di aver soppresso la libertà di stampa, d’espressione e le manifestazioni studentesche. Rowhani è collocabile tra i conservatori, ma è sostanzialmente un riformista moderato che più volte ha mosso denunce contro il governo radicale di Ahmadi-Nejad (nel 2005 si dimise da membro del parlamento) e contro i conservatori stessi, sia per le posizioni intraprese sul piano della politica interna, che su quella estera, venendo anche accusato di derive occidentaliste.

In passato, è stato comandante delle difese aree nella guerra Iran-Iraq e per 8 anni è stato segretario generale del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, ricoprendo il ruolo di capo della delegazione per il negoziato sul nucleare con l’Eu-3 (2003-05), durante il quale accettò di sospendere il programma dell’uranio arricchito e concedere all’AIEA, l’agenzia atomica dell’ONU, di portare avanti le sue ispezioni in loco. Al momento è membro del Consiglio del Discernimento e dell’Assemblea degli Esperti e di un think tank di ispirazione realista che lui gestisce, il Center for Strategic Research.

Governo della competenza e speranza. Uno slogan forte, un connubio congeniale quello di Rowhani. Probabilmente il richiamo alla speranza è stato l’ingrediente che gli ha permesso arrivare a più di 18 milioni (50,70%) di cuori iraniani, mentre il bisogno di competenza ha guidato le loro matite nelle urne. È propizio il tempo per le riforme economiche e sociali. Il rial, la moneta locale ha perso 2/3 del suo valore negli ultimi 16 mesi, le sanzioni internazionali e gli embarghi USA e UE bloccano l’esportazione di più di 1,8 milioni di barili di petrolio al giorno e più di 100 miliardi di dollari di riserve valutarie. Una crisi che investe anche i più giovani che, come durante la parentesi bellica del golfo, vogliono solo evadere da un paese privo di segnali di riforma. L’annuncio di un ministero per gli Affari femminili, inoltre, potrebbe seriamente fungere da punto di svolta per un paese sciita. L’utopia settantanovina della rivoluzione islamica di Khomeini non sembra ancora sfumata nel disincanto e Rowhani è pronto a far rinascere il paese.

Possiamo fidarci? Durante i negoziati sul nucleare del 2003-2005, si dice che non ci sia stata notte in cui l’Ayatollah non abbia pregato per Rowhani. La vicinanza del neoeletto presidente alla Guida suprema è risaputa. È noto, infatti, che abbia seguito Khomeini nelle sue tappe in esilio. Secondo i più fondamentalisti, se l’Iran riuscì ad evitare le sanzioni internazionali di quel periodo non fu per la bravura diplomatica di Rowhani, bensì per le preghiere dell’Ayatollah. Difatti il presidente iraniano, come qualsiasi altro detentore del potere esecutivo, è in un perenne stato di tensione con la Guida Suprema. Quest’ultima, infatti, è scelta e illuminata a vita direttamente da Dio e indirettamente dalle persone, mentre il presidente è soggetto a mero voto popolare per un massimo di due mandati. Inoltre, il contributo di Rowhani alla proclamazione della Repubblica d’Iran non lo rende etichettabile a strenuo discepolo dell’Ayatollah, né tantomeno come il profeta politico del cambiamento radicale. Rowhani è pronto ad apportare un’evoluzione dell’impianto iraniano, non una sua rivoluzione. Discende da una famiglia di bazaari e come tale è favorevole agli scambi commerciali, ma senza troppo intaccare le pratiche e le tradizioni del paese. È ostile alla visione retrogada del sistema, ma condivide l’idea di un Iran forte regionalmente, la cui rilevanza, secondo lo sceicco diplomatico, va sollevata attraverso un maggiore coinvolgimento nei tavoli decisionali internazionali. Molti i punti in agenda, in primis quelli che interessano Israele e il Medio Oriente e che hanno dirette ripercussioni nel resto del globo.

L’ondata di speranza ha coinvolto gli Iraniani. Speriamo non si traduca in un pericoloso tzunami.

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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