Le elezioni della Duma nella Federazione Russa: tra apatia e astensionismo

17/09/2016 di Lorenzo Cerimele

Per quanto il risultato possa essere tutto sommato scontato, il rinnovo dell’assemblea legislativa porterà alla luce temi importanti: riuscirà il partito Russia Unita di Putin a ottenere la maggioranza assoluta? E quanto influirà il livello crescente di astensionismo sul risultato finale?

Domenica 18 settembre i cittadini russi saranno chiamati a rinnovare, per la settima volta nella storia del Paese, la Duma di Stato, camera bassa dell’Assemblea Legislativa della Federazione Russa ed erede di quella imperiale, ideata dal primo ministro dell’Impero conte Sergej Witte, che esercitò le sue funzioni tra il 1906 e il 1917. Questa si compone di 450 deputati in carica per 5 anni dalla riforma costituzionale del 2011 (art. 96 comma 1). La metà dei 450 seggi verrà decretata tramite il sistema proporzionale e con liste di partito chiuse. La soglia di sbarramento sarà del 5% con l’intero Paese come singola circoscrizione. I restanti 225 seggi verranno eletti in collegi uninominali secondo la regola del first-past-the-post system, come nel Regno Unito.

Tali elezioni, anticipate per la prima volta dal 1993 da dicembre al mese di settembre, sono le prime che vedono la Russia rispolverare il suo ruolo di attore chiave nel palcoscenico internazionale e, dopo quasi vent’anni, saranno anche espressione degli effetti della crisi economica che ha investito il Paese dall’autunno-inverno 2014. Una crisi economica che non è stata ancora superata, accompagnata da un parziale isolamento finanziario rispetto all’Occidente, determinato da alcune sanzioni decise dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, in seguito alla crisi con le provincie separatiste in Ucraina e all’annessione russa della Crimea.

Di notevole importanza è stata la decisione del Cremlino di rendere le consultazioni di domenica 18 le più trasparenti e democratiche della storia russa, onde evitare che, dato il periodo di crisi economica, si alzi qualsiasi ulteriore malcontento, così come accadde nel dicembre 2011, e che si accresca sempre di più la legittimità del partito di (ampia) maggioranza e del sistema russo agli occhi della comunità internazionale. Per avviare questo processo, il Cremlino ha rimosso il malvisto presidente della commissione elettorale, Vladimir Churov, nominando al suo posto l’ex-commissaria dei diritti umani Ella Panfilova, ben vista dalle opposizioni, consentendo inoltre anche a storici avversari, in precedenza tenuti fuori della vita politica, di partecipare alla tornata elettorale di domenica.

Il clima in cui si terranno le legislative di domani, secondo i sondaggi condotti dall’istituto Levada, sarà di generale apatia, anche perché l’anticipo delle elezioni da dicembre a settembre inciderà molto sul flusso dei votanti. Tale clima, secondo alcuni, è anche figlio del calmierato interesse generale per queste elezioni (la maggior parte dei russi sa che le decisioni chiave si prendono in altra sede), per il poco tempo speso dai partiti storici in campagna elettorale – più o meno due settimane contro il classico mese o mese e mezzo – e per l’incapacità dei partiti extraparlamentari d’opposizione, soprattutto – e sorprendentemente – nei grandi centri urbani, di incanalare un blocco minimo di consenso per superare lo sbarramento del 5%. Tutto ciò nonostante le attese flessioni di alcuni partiti storici come il governativo Russia Unita o il Partito Comunista della Federazione Russa, non porterà dunque ad un mutamento degli equilibri tale da ritoccare il sistema.

I partiti in lizza sono quattordici, ma, sondaggi alla mano e salvo qualche seggio assegnato ad un outsider, rimangono favoriti i 4 partiti tradizionali che siedono alla Duma: Russia Unita del premier Dmitri Medvedev, il Partito Comunista della Federazione Russa di Gennadij Zjuganov, Russia Giusta di Sergey Mironov e il Partito Liberal-Democratico di Russia guidato da Vladimir Žirinovskij. Tutti e quattro, sebbene con alcune peculiari differenze, a sostegno della politica del Cremlino.

Il partito Russia Unita del premier Medvedev e del presidente Vladimir Putin non dovrebbe avere problemi ad erigersi un’altra volta come partito leader della Duma di Stato, il problema forse risiederà nella possibilità che questo avrà nel raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi ottenuta nelle precedenti elezioni del dicembre 2011. In tale ottica, è doveroso dare uno sguardo al netto calo di Russia Unita nei sondaggi che, raggiunto il suo picco massimo nel maggio-giugno 2015 (circa 50-51%), dopo un crescendo dovuto all’annessione della penisola di Crimea, ha poi subito un arresto di circa 3-5 punti percentuali (45-47%). Le ragioni di tale calo sono molteplici: in primis gli effetti della crisi economica, la crescente disoccupazione, la crisi valutaria, la scarsa fiducia in alcuni deputati e ministri di RU (importanti sono state alcune manovre di svecchiamento del partito) e la decisione impopolare di non voler indicizzare le pensioni da parte del governo. Tutto ciò ha portato ad un calo di popolarità nel partito di Medvedev, anche se questi voti, secondo alcuni osservatori, non andranno ad ingrossare tanto le fila di altri partiti quanto quelle del già cavalcante astensionismo. E forse proprio sull’astensionismo si giocherà la partita più importante per il raggiungimento della maggioranza assoluta da parte di Russia Unita.

Questo obiettivo, però, diverge da quello delle altre tre formazioni politiche favorite ad entrare nella Duma, che dovranno accontentarsi degli avanzi della torta. Secondo i sondaggisti, molto probabilmente vi sarà un avvicendamento tra quello che fu il quarto partito per seggi, la formazione ultranazionalista dei Liberal-Democratici russi del Trump russo Žirinovskij, e quella che era la seconda forza della Duma, ovvero il partito comunista del settantaduenne Zujuganov, dati rispettivamente all’11% e 7%. L’altro partito Russia Giusta è dato intorno 6-7% dei suffragi. Per quanto concerne invece i partiti extra-parlamentari, sembrano avere minime chance di entrare nella Duma la formazione anti-sistema di Yabloko, dato comunque intorno al 3% e dunque sotto la soglia minima consentita con qualche speranza di eleggere un paio di deputati con il sistema uninominale maggioritario, e quella del Partito dei Pensionati russi per la giustizia, dato al 3-4%.

Anche se non direttamente coinvolto, dato anche l’esito quasi certo di domenica, il presidente Putin rappresenta la più grande delle risorsa del partito di maggioranza alla Duma grazie al suo strabiliante indice di gradimento che, secondo l’Istituto indipendente Levada, raggiunge picchi di oltre l’80% (82% nel mese di agosto) di approvazione da parte dei russi, doppiando quelli del primo ministro e capo di Russia Unita, Dmitri Medvedev, il cui indice di gradimento è dato intorno al 48%.

Queste elezioni legislative saranno anche il primo banco di prova su scala nazionale per la nuova Repubblica di Crimea, annessa alla Federazione Russa nel maggio 2014, nonostante le proteste e gli inviti del governo di Kiev di boicottare le elezioni per la Duma e i recenti attacchi e le proteste registratesi nella notte sotto l’Ambasciata russa in Kiev.

Per quanto siano già state definite le «elezioni più noiose della storia russa», il risultato di Russia Unita avrà sicuramente un certo peso sulle prossime elezioni presidenziali, stabilite per marzo 2018, ma che, come ha fatto trasparire il Cremlino, si potrebbero anticipare già al 2017. Un primo dato importante, forse l’unico dell’election day di domani (si rinnoveranno anche alcune assemblee legislative regionali e i presidenti di alcuni distretti federali), sarà quantificare il livello di astensionismo, indice fondamentale della risposta popolare all’operato del presidente Putin; quest’ultimo impelagato, nonostante i notevoli risultati portati avanti in politica interna nell’ultimo quindicennio, a fronteggiare la recessione che si è abbattuta sul suo Paese.

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Lorenzo Cerimele

Nato a Roma il 25-02-1992, è un grande appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali con un debole per l'Europa del Concerto delle Potenze. Attualmente studia Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma. Si occupa di storia e di esteri.
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