Elezioni del Presidente della Repubblica: addio Napolitano, inizia la corsa

14/01/2015 di Luca Andrea Palmieri

Napolitano ha lasciato il Quirinale, e la macchina politica corre per arrivare preparata alle elezioni del prossimo Presidente della Repubblica. Ma chi sarà?

Il giorno, alla fine, è arrivato: Giorgio Napolitano ha lasciato il Quirinale, e non è più il Presidente della Repubblica. Le elezioni del nuovo Capo dello Stato dovrebbero iniziare a fine mese – voci parlano del 29 gennaio. Nel frattempo la “reggenza” è stata assunta, come da Costituzione, dal Presidente del Senato Pietro Grasso. La sede provvisoria della Presidenza, in attesa del nuovo inquilino del Quirinale, è Palazzo Giustiniani, già residenza ufficiale della seconda carica dello Stato.

La cronaca politica è da tempo molto attiva nella ricerca di un successore designato, anche se, come spesso accade in questi casi, non sono da escludersi sorprese. Ora  la trattativa politica entra nel vivo. Mancano solo due settimane al momento fatidico, in cui le Camere si riuniranno, sotto la gestione della Presidente della Camera Laura Boldrini, e avrà inizio il voto segreto che riunirà Deputati, Senatori (compresi quelli a vita, tra cui lo stesso Napolitano) e i 58 rappresentanti delle Regioni. Totale: 1009 grandi elettori.

Per i primi tre scrutini la maggioranza richiesta è dei 2/3 degli aventi diritto, ovvero 672 voti, mentre dal quarto scrutinio in poi basterà la maggioranza assoluta, di 505 votanti. Per questo è molto probabile che il nuovo Presidente venga scelto a partire dal quarto scrutinio, come d’altronde spesso è accaduto – per esempio con Einaudi, Gronchi e con la prima elezione dello stesso Napolitano. Per raggiungere la soglia dei due terzi, infatti, servirebbe una totale coesione della maggioranza, a cui aggiungere la partecipazione in toto di Forza Italia: una missione praticamente impossibile. Escludiamo, poi, dal conto, salvo clamorosi quanto improbabili ribaltoni, i 137 parlamentari del Movimento 5 Stelle. Se confermeranno la scelta strategica delle scorse elezioni, accetteranno margini di trattativa solo a partire dalla loro proposta: difficile, allora, arrivare ad un accordo.

Giorgio Napolitano
Giorgio Napolitano, da oggi Senatore a vita e Presidente della Repubblica Emerito

Dal quarto scrutinio le cose cambiano, e notevolmente: se si prende in esame solo la maggioranza parlamentare – senza i delegati regionali – PD, Scelta Civica, NCD e UDC superano i 545 votanti, potendo potenzialmente scegliere in autonomia il Presidente. Ovviamente, la questione non è così semplice. Non dimentichiamo che la composizione del Parlamento è pressappoco la stessa dell’ultima elezione, quando, tra franchi tiratori e mancanza di nomi validi, si optò, alla fine, per la riconferma di Napolitano. È evidente come l’arbitro più rilevante della questione sia il PD stesso, visto il rischio di ricomparsa, con la complicità del segreto dell’urna, proprio di quei 101 franchi tiratori che impallinarono Romano Prodi (il cui nome, tra l’altro, è anche oggi in corsa).

Ad oggi non si è saputo, almeno ufficialmente, chi fossero questi 101 deputati, né quale logica politica mosse il loro voto. Certo è che, a più di un anno e mezzo di distanza, gli equilibri sono notevolmente cambiati. A uno sguardo più approfondito, la grana peggiore per Renzi è anche la sua più grande possibilità. I suoi luogotenenti e le fonti governative parlano della scelta di un nome che sia “di massima condivisione possibile” – ergo accettato da un ampio numero di forze politiche –, e lo stesso Premier si è spinto a dichiarare come  il nuovo inquilino del Colle sarà scelto entro la fine del mese, al quarto scrutinio. Questo atteggiamento sembra far pensare a scelte già fatte e calcoli già compiuti: se a ciò aggiungiamo anche le dichiarazioni di Pippo Civati, uno dei più grandi oppositori del Premier – “finirà che Renzi riesce davvero a far eleggere il nuovo Presidente alla quarta votazione” – più di un sospetto emerge. Ma non è detto che le cose vadano così lisce per il Governo.

Chi erano i 101 franchi tiratori? Al tempo, i sospettati principali erano i più vicini a D’Alema o a Renzi. Se fossero stati i secondi, la questione potrebbe essere relativamente semplice: la scelta di un nome che vada bene a tutto il PD – Anna Finocchiaro, Piero Fassino, Dario Franceschini, Walter Veltroni, per citarne alcuni – o uno, come Prodi, appoggiato anche da SEL, basterebbe ad ottenere un grado accettabile di convergenza da parte degli altri partiti, anche misurati in voti sparsi, per ottenere la sessantina di schede necessarie a passare la soglia del quarto scrutinio. Inutile dire che alcuni di questi nomi potrebbero avere una certa approvazione anche nell’altro lato dell’emiciclo parlamentare. Tra questi quello della Finocchiaro, protagonista della trattativa parlamentare sulle riforme istituzionali con i partiti di centro-destra, ma anche di Stefano Fassino, presidente dell’ANCI votato a stragrande maggioranza un paio di anni fa.

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Uno dei candidati alla Presidenza della Repubblica, l’ex Ministro Sergio Mattarella

Nomi, questi due, che potrebbero funzionare anche qualora i famosi 101 provenissero dalle schiere di D’Alema. Il rischio però, in questo caso, sarebbe più alto: per circumnavigare la dissidenza interna, i renziani avrebbero bisogno di un appoggio cospicuo all’interno di Forza Italia. A quel punto tutto dipenderebbe dal dialogo con Berlusconi, e dalla sua capacità di tenere coeso il proprio partito. Capacità che, negli ultimi tempi, è parsa scricchiolante.

Viene da sé quanto questo sia un ragionamento squisitamente politico, ma utile a segnare una base di cui ciascun partito deve tenere conto. Fatto sta che, nella dialettica del “metodo” proposta dallo stesso Renzi, l’identikit del candidato presidente sembra essere quello di una figura super partes, “arbitro saggio” e “personalità di grande livello”. Oltre al nodo Prodi, sulla cui candidatura, a questo punto, penderebbe la mannaia della sua personalità politica, tornerebbe in gioco l’ex ministro Sergio Mattarella, ma possibilità vi sarebbero anche per l’esponente storico della sinistra DC Sergio Castagnetti, e per la coppia Linda Lanzillotta / Franco Bassanini. Declinata la possibilità da parte di Mario Draghi, aggiungiamo, infine, un nome recente, il ministro dell’economia del governo Letta, Fabrizio Saccomanni, che giusto la settimana scorsa ha incontrato Napolitano.  Tutti nomi, ad eccezione dello stesso Saccomanni, con un forte profumo di Prima Repubblica, che potrebbero stimolare il palato politico di un maestro delle trattative come Renzi.

Ciononostante, le sorprese sono sempre dietro l’angolo: sia sui nomi, che sul voto. Infatti già mettere d’accordo tutti (o quasi) non è facile, ma c’è poi un rischio più sottile, non per questo minore: quello che l’elezione diventi una trappola della minoranza PD al Governo stesso. Sarebbe senza dubbio un atteggiamento irresponsabile e suicida, ma non si può dimenticare come il segreto dell’urna presidenziale presenti l’occasione ideale per mettere in crisi l’esecutivo senza che nessuno si debba prendere alcuna responsabilità diretta. Trovarsi nel pantano dopo una quinta votazione potrebbe, infatti, mettere in seria difficoltà il Premier. A meno che le tattiche di riconoscimento del voto (ricordate i vari “Prodi Romano” o “R. Prodi” del 2013?) non permettano a questo giro calcoli più precisi.

Una cosa è certa: la scelta del Presidente della Repubblica sarà un importante momento di svolta per l’attuale legislatura. In quale modo, lo scopriremo, con molte probabilità, lo stesso 29 gennaio.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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