Le elezioni comunali: nella crisi del sistema politico vince l’astensionismo

28/05/2013 di Luca Andrea Palmieri

All’indomani delle elezioni amministrative, che hanno coinvolto Roma e ben 15 comuni capoluogo di provincia, i risultati sono stati abbastanza sorprendenti. Si andrà al ballottaggio (9 e 10 giugno) praticamente nella maggior parte delle città, ma il centro-sinistra ha ottenuto molti consensi praticamente ovunque, soprattutto nella capitale. Ignazio Marino ha infatti preso il 42,6% dei voti, contro il 30.3% del sindaco uscente Gianni Alemanno. Il grande “vincitore”, tuttavia, è stato l’astensionismo, che a Roma ha raggiunto quota 48%.

Ignazio Marino e Gianni Alemanno: Marino è avanti, ma la sfida va al secondo turno
Ignazio Marino e Gianni Alemanno: Marino è avanti, ma la sfida va al secondo turno

Débâcle 5 Stelle? – Male praticamente ovunque, invece, il Movimento 5 Stelle: tra i risultati più positivi il 12,4% della Capitale, comunque una percentuale inferiore alle attese. Nella stragrande maggioranza dei capoluoghi di provincia gli stellati non sono riusciti ad andare oltre il 10%. Pisa e Massa fanno eccezione, ma qui la tradizione di sinistra ha fatto sì che le coalizioni di PD e SeL passassero al primo turno. Nota positiva, invece, Ancona, dove il Movimento è arrivato al 15%: magra consolazione. Si conferma e si rafforza la tendenza – già osservata alle ultime regionali – del Movimento di raggiungere risultati migliori alle politiche piuttosto che alle amministrative: una situazione in parte paradossale, ma che si spiega anche nella maggiore visibilità di Beppe Grillo rispetto ai singoli movimenti di provenienza locale che, sostanzialmente federandosi, hanno dato origine al Movimento 5 Stelle. Un problema, quello del radicamento, su cui Grillo e i suoi dovranno interrogarsi.

I dubbi del centro-destra – Anche il centro-destra ha motivo di farsi qualche domanda. Il risultato di Alemanno sa di sconfitta sonora: più di 12 punti di distacco rendono la rincorsa per il ballottaggio lunga e complicata. Molto dipenderà da come si distribuiranno i voti andati agli altri partiti e all’affluenza alle urne al secondo turno. L’astensione, infatti, è stata la più alta d’Italia, con il 47,2%.  Ma tra Movimento 5 Stelle e Alfio Marchini (liberale dalla famiglia di simpatie comuniste), non sembrano esservi motivi per essere ottimisti. Il resto d’Italia dal canto suo non porta buone notizie.

E’ vero che nella maggioranza dei casi il centro-destra è arrivato al ballottaggio. Al secondo turno spesso entrano in gioco con forza le situazioni locali, dove contano molto i singoli candidati e l’appoggio che possono avere dagli interessi cittadini che hanno votato precedentemente per altre liste. Ma bisogna ammettere che la coalizione berlusconiana parte male praticamente ovunque. Solo a Iglesias e in parte a Treviso il distacco non è stato ampio, mentre una parità sostanziale si è raggiunta a Brescia, dove il sindaco uscente Paroli ha una manciata di voti in meno rispetto al suo concorrente Del Bono: una situazione ben diversa da 5 anni fa, quando i contendenti erano gli stessi e Parolo la spuntò al primo turno. Una situazione che ricorda quella di Treviso, dove la Lega ha perso, rispetto a 5 anni, fa ben 7 punti in una delle sue roccaforti. Ad Avellino il Pdl non è neanche arrivato al ballottaggio: ma la situazione politica della città campana, “feudo” storico di De Mita, è particolare, con il primo candidato, del Pd, al 25% e il secondo, appoggiato dall’Udc, a seguire a breve distanza: sembrerebbe l’ultima roccaforte di un sistema che sa tanto di Prima Repubblica, quando a fare da padrona alla fine era sempre la Democrazia Cristiana.

C’è da interrogarsi su quanto abbia influito la situazione nazionale per questi risultati. Il Popolo delle Libertà, è bene ricordarlo, nonostante i proclami a febbraio non era andato bene rispetto al passato, attestandosi intorno al 30% alla Camera e al Senato. I sondaggi, che danno un grande recupero di Berlusconi sul piano nazionale, portavano un cauto ottimismo, smentito dai fatti. Il dubbio riguarda quanto sia mancato il traino della leadership nazionale e quanto, al contrario, possa aver influito l’ingresso in un governo di larghe intese, che tuttavia pare aver avuto un buon riscontro sul piano nazionale. Alla fin fine sembra che le apparizioni di Berlusconi siano sempre essenziali: laddove ha fatto sentire la sua presenza il centro-destra è andato meglio. Non stupirebbe, a questo punto, qualche colpo di mano (che non per forza significa caduta del governo) da parte del cavaliere per rafforzare la sua posizione, quantomeno sui territori.

Il Pd: una vittoria comunque problematica – Il Pd esce dunque vincitore da queste elezioni? All’apparenza si, visti i risultati, ma questa spesso si scontra con la realtà dei fatti. Una realtà che ricorda un Pd sempre internamente spaccato, per quanto la scelta di Epifani quale segretario di “garanzia” ha solo momentaneamente silenziato le voci contro. Così da un lato c’è il sospiro di sollievo dei leader storici, che vedono la loro posizione alleggerita, da un altro i “dissidenti” rivendicano la paternità del risultato.

Non bisogna dimenticare che lo stesso Marino si è sempre dichiarato contrario alla linea nazionale, e l’elezione un mese fa di Debora Serracchiani in Friuli è simbolo di una forte simpatia per quella parte del Pd che più si distacca dai leader storici. A questi si potrà aggiungere la figura di Renzi: in vista del ballottaggio romano pare che sia lui che la Serracchiani stessa verranno invitati a parlare a favore di Marino. I sondaggi intanto continuano a darlo quale leader preferito dagli italiani. Per il PD il rischio dunque è che questi risultati portino visioni diverse che radicalizzino ancora una volta le posizioni interne. Sarebbero pessime notizie per il centro-sinistra in vista di un congresso quanto mai poco chiaro nei tempi e nell’organizzazione, che servirebbe soprattutto a riavvicinare l’elettorato su quel piano dove le cose non vanno mai bene: il nazionale.

Schede Elettorali e astensionismo
E’ l’astensionismo il dato più rilevante di queste elezioni amministrative.

Vince l’astensionismo – Il vero vincitore di queste elezioni è stato senza dubbio l’astensionismo. Va tenuto conto che 5 anni fa si votò in molti degli stessi luoghi di ieri in concomitanza con le politiche, che da sempre tirano più cittadini alle urne e danno un effetto traino. Ma è comunque impressionante il dato di Roma: dal 73,6% del primo turno scorso si è passati al 52,8% di ieri. Più di 20 punti in meno, comunque 10 in meno dello scorso ballottaggio, quando il traino delle politiche non c’era. E, in ogni caso, 13 punti in meno del 2006, quando Veltroni stravinse ma Alemanno riuscì comunque a far meglio di ieri. Nel resto del paese i dati sull’affluenza sono migliori, ma rimane impietoso il paragone col passato. Tra tutti i 563 comuni al voto si è espresso il 62,38% degli elettori, contro il 77,16% delle precedenti amministrative, seguendo un trend comunque in calo già nel resto degli anni 2000.

Scelte dolorose – La misura prima di queste elezioni è proprio qua, nella disaffezione sempre maggiore alla politica da parte dei cittadini. E’ una sconfitta per il sistema politico intero, potenzialmente pericolosa, e figlia dell’incapacità di quest’ultimo nel dare risposte alla gente rispetto ai problemi, sempre maggiori, che la crisi impone. L’instabilità, il fatto che il paese si sia spaccato in tre blocchi separati che hanno reso difficilissimo trovare uno straccio di governabilità, non aiuta. Ogni scelta è stata dolorosa, e qualsiasi altra lo sarebbe stata altrettanto se non di più. Se i dati dei comuni devono sempre tener conto della forte influenza delle realtà locali, dove il radicamento sul territorio conta moltissimo e spesso è la faccia del singolo candidato, più che del partito, a decidere il risultato finale, il grado di astensionismo invece può essere benissimo misura di uno scontento generalizzato che percorre la penisola in lungo e in largo, e che ha coinvolto tutti coloro che, al di fuori delle logiche locali di appartenenza, simpatia o, nel peggiore dei casi, clientelismo, ha dovuto scegliere un modello a cui affidarsi.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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