Elezioni Cile, Michelle Bachelet verso la vittoria

20/11/2013 di Iris De Stefano

Elezioni in Cile, Michele Bachelet verso il secondo mandato

Idro Montanelli scriveva: “Il Cile di oggi ha un livello di libertà e di dialettica politica – nonostante Pinochet – che tanti paesi del Terzo mondo vezzeggiati dai nostri democratici dovrebbero invidiargli. Come ha osservato un lettore, né l’Etiopia né lo Zaire né la Siria, né il Nicaragua avrebbero tollerato corrispondenze come quelle che gli inviati della Rai diffondono, in diretta dal Cile.” In effetti, sebbene la maggioranza governativa di centrodestra del presidente uscente Sebastián Piñera fosse composta da due partiti che sostennero la dittatura di Pinochet, la democrazia in Cile sembra godere di buona salute.

La dittatura – Il generale Augusto Pinochet (o Pino Chet, ma solo per la nostra senatrice Sara Paglini -M5S) stabilì nel paese sudamericano una lunga ed efferata dittatura, durata dal 1973 alla fine degli anni ’80 in seguito ad un vero e proprio colpo di stato con cui scalzò il democraticamente eletto Salvador Allande. Lui e quella parte della società civile che lo sosteneva furono complici ed artefici della morte di quasi tremila oppositori politici e responsabili per più di mille desaparecidos e quasi 130mila arresti. Le stime del Rapporto della Commissione Nazionale per la Verità e la Riconciliazione del 1990 sembrano però incomplete, tant’è che, come riportato dalla BBC, la Commissione avrebbe indicato altre quasi dieci mila persone come prigionieri politici (da sommare agli altri 30mila riconosciuti come perseguitati o torturati dal regime). Una dittatura così cruenta e conclusasi nel 1988 con un referendum in cui i no ad un mandato presidenziale di otto anni per Pinochet ottennero la vittoria con il 56% dei voti, non può non avere ripercussioni importanti sulla vita democratica immediatamente successiva del paese. Il 6 settembre scorso, ad esempio, le commemorazioni per il 40esimo anniversario del golpe organizzate dal governo uscente, hanno creato dibattiti e tensioni, con solo quattro dei nove candidati alle presidenziali tenutesi il 17 novembre che hanno accettato l’invito.

Evelyn Matthei, elezioni Cile
Evelyn Matthei

Le presidenziali 2013– “Gli uomini detengono il potere economico e politico, e se lo passano l’un l’altro come in una staffetta, mentre le donne, salvo rare eccezioni, restano escluse. Il Cile è un paese maschilista: l’aria è talmente densa di testosterone che è un miracolo se alle donne non spuntano i peli in faccia.” Isabel Allande, forse la più conosciuta scrittrice cilena vivente, quando nel 2003 pubblicava Il mio paese inventato, non immaginava il grado di potere che avrebbero acquisito di lì a breve le donne nella sua nazione. Alle presidenziali tenutesi pochi giorni fa infatti, le due principali sfidanti erano, appunto, donne. Michelle Bachelet, esponente del partito socialista, ha vinto il primo turno con il 46,68% dei voti ma, non avendo raggiunto la maggioranza assoluta, dovrà sfidare al ballottaggio Evelyn Matthei, candidata del centro destra e legata alla dittatura di Pinochet a causa della forte amicizia tra il padre e il generale. Quello che si profila è dunque un vero e proprio scontro di idee poiché la Bachelet, grande favorita di queste elezioni, è figlia di una delle vittime degli arresti politici organizzati in quel periodo. Il primo turno di domenica scorsa ha in verità sorpreso molti dei commentatori, poiché il risultato della candidata di centro destra (circa il 25% delle preferenze) è superiore alle più rosee aspettative pre-elettorali. Dalla sua parte, però, Michelle Bachelet sembrava (e sembra ancora) avere la sua storia politica: pediatra e militante nel Partito socialista quando quest’ultimo era ancora fuorilegge, è stata già Presidente del Cile dal 2006 al 2010 poi, non potendo ricandidarsi poiché proibito dalla Costituzione, ha guidato la neonata UN Women, l’agenzia delle Nazioni Unite per le politiche di genere fino alle dimissioni per la nuova candidatura.

Donne al potere – Non è retorica femminista quella che porta a sottolineare quanto esiguo sia al mondo il numero di donne che siedono in posti di prestigio. Cinque decenni sono passati da quando Sirimavo Bandaranaike divenne Primo Ministro dello Sri Lanka nel 1970 in seguito alla morte del marito e tre e mezzo da quando Isabel Perón successe a Juan Perón, suo marito, come Presidente dell’Argentina ed è giusto ammettere che il processo di uguaglianza uomo-donna, benché neanche lontanamente esaurito, si muove a velocità mai registrate prima. Resta però che su 339 Capi di Stato o Governo solo 22 sono donne e solo in 78 paesi ( su 193 ) una donna è stata almeno un giorno al vertice della scala politica. Perfino in Europa che pure può vantare un buon numero di governanti di sesso femminile ( nove quest’anno, dieci quello scorso, undici nel 2010 ), se escludiamo la Presidenza del Parlamento Europeo delle francesi Simone Veil e Nicole Fontaine non si è mai vista una donna ai vertici esecutivi. Questi numeri non sono un comune malfunzionamento o una variante statistica ma un problema culturale evidentemente esteso –con le dovute differenze- a buona parte del mondo. Tre secoli fa veniva scritto da Mary Wollstonecraft, ed è valido ancora oggi che: “Ci deve essere maggiore uguaglianza nella società, altrimenti la moralità non guadagnerà mai terreno e la moralità virtuosa non avrà solidità neanche se impiantata sulla roccia; finché una metà dell’umanità resterà incatenata alla sua base, la virtù sarà sempre minacciata dall’ignoranza e dall’orgoglio.”

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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