Elezioni Regno Unito: trionfo Cameron, disastro Miliband

08/05/2015 di Luca Andrea Palmieri

I Tories vincono e potranno governare anche da soli. Il Labour fa la peggior prestazione dai tempi della Thatcher. La Scozia è di un solo partito, i nazionalisti scozzesi. UKIP non sfonda e i Lib-Dem cadono letteralmente a pezzi. Cronaca e analisi della lunga notte delle elezioni del Regno Unito.

Dovevano essere le elezioni più incerte e combattute della storia del Regno Unito, non è stato così. Il Partito Conservatore di David Cameron, già Primo Ministro, ha vinto il suo secondo mandato alla guida del paese. Probabilmente senza il bisogno di alleanze, se le proiezioni saranno rispettate (ed è molto probabile).

L’ultima previsione della BBC prevede infatti 328 seggi per i Tories, contro i 233 dei laburisti di Ed Miliband ed i 56 di SNP, il Partito Nazionalista Scozzese che ha promosso quest’anno il referendum sulla sua indipendenza. Sventato probabilmente il rischio Hung Parliament, che aveva portato cinque anni fa all’alleanza con i Lib-Dem, andati quest’oggi malissimo. Il partito di Nick Clegg, ha ottenuto solo 8 seggi; flop anche per gli ultranazionalisti dell’UKIP che ne vinceranno probabilmente solo uno (con Nigel Farage che, secondo gli analisti, si avvia a perdere).

Il Governo sarà dunque conservatore, per quanto con maggioranza risicata. Fattore che non preoccupa tanto sulla sua tenuta, quanto sulle politiche che adotterà, con l’ala più radicale del partito che prenderà potere grazie a margini così stretti: non è da escludere che Cameron farà ricorso, forse al di fuori di una vera e propria alleanza governativa, al partito unionista nord-irlandese per dare stabilità al proprio esecutivo.

Trionfo Cameron – David Cameron esce comunque trionfatore da questa surreale campagna elettorale. Gli ultimi sondaggi lo davano in netto calo intorno ai 270 parlamentari, in un testa a testa con i laburisti che difficilmente avrebbe permesso la formazione di un Governo Tory anche nel caso fosse primo partito. Insomma, la malattia dei sondaggisti che ha colpito l’Italia è arrivata a tutta forza anche in Gran Bretagna, con risultati disastrosi per le previsioni elettorali. O forse è stata la grande mobilitazione dell’ultimo mese a cambiare le sorti della campagna elettorale? Nell’ultimo mese Cameron e i suoi hanno raccolto fondi pari a un terzo di quelli utilizzati in tutta la campagna: segno di una base finanziaria che, temendo l’impasse che andava configurandosi, ha scelto di appoggiare i Tories con forza, anche se all’ultimo momento. Approccio che ha finito per pagare.

La Scozia agli Scozzesi – C’è probabilmente chi è ancora più felice di David Cameron in queste ore. E’ Nicola Sturgeon, leader dello Scottish National Party, passato dai 6 seggi del 2010 ai 56 di oggi. Un trionfo che ne determina un dominio incontrastato in quasi ogni angolo della Scozia. A danno soprattutto di Ed Miliband: un colpo ancora maggiore se pensiamo che, nella storia delle elezioni inglesi, molte delle possibilità di vittoria per i laburisti sono sempre passate per buoni risultati nel nord del Regno.

Elezioni-Uk-Miliband
Sconfitta totale per Ed Miliband ed il Partito Laburista

Il merito della vittoria dell’SNP sta molto nell’ondata nazionalista che ha travolto il paese con il referendum sull’indipendenza. Per quanto non sia passato, lo slancio emotivo è stato maestoso, e le concessioni politiche che lo stesso Cameron ha dovuto fare agli scozzesi per convincerli a restare nel Regno hanno finito per dare una spinta travolgente ai candidati nazionalisti. Questi avranno comunque un po’ di rammarico, vista la pessima prestazione del Labour, tradizionalmente da loro appoggiato al governo centrale. Cosa che probabilmente sarebbe accaduta anche a questo giro, non ci fosse stata la débâcle: ciò nonostante le parole dello stesso Miliband, che aveva dichiarato di non volersi alleare con un partito che vuole l’indipendenza della Scozia. Scelta poco saggia, a vedere i risultati elettorali. Chi pensa che questi risultati aprano le porte a un nuovo referendum rimarrà però deluso: la Sturgeon ha già dichiarato che non è in programma.

Disfatta Labour – Veniamo dunque agli sconfitti, e su tutti ai Laburisti di Ed Miliband. Le dimissioni del leader del centro-sinistra britannico sono questione di ore, se non di minuti. Il vuoto che la leadership lascia è enorme, visto il disastro totale. La sconfitta è senza appello: rispetto alle elezioni del 2010, i laburisti perderanno intorno ai 25 seggi. Poco importa se le proiezioni sulle percentuali di voto parlano di un lieve incremento rispetto a 5 anni fa: nel sistema uninominale inglese conta la prestazione dei singoli candidati, e la capacità di sfondamento là dove le elezioni sono storicamente in bilico, o persino non c’è tradizione vincente. Capacità che non solo è mancata, ma è accaduto l’opposto. Colpa anche di un fattore imprevedibile alla vigilia, e che molti commentatori evidenziavano stupiti: a danneggiare il Labour è stata soprattutto la crescita dell’UKIP, che ha rubato molti più voti al centro-sinistra che ai Tories. Il risultato è la peggior prestazione dal 1987, contro l’ultima Thatcher. Una sconfitta che porta spettri notevoli in casa laburista: se il radicamento di SNP in Scozia dovesse confermarsi (fatto non scontato), potrebbero volerci anni perché si possa vedere ancora un Primo Ministro laburista a Downing Street.

Devastazione Lib-Dem – Chi forse piange ancora più di Miliband è Nick Clegg: i suoi Liberal Democratici sono stati quasi spazzati via dalla cartina elettorale, sia in termini di voti che di seggi. Si aspettano dimissioni a breve anche per il leader centrista, che ha visto il suo partito venire letteralmente cannibalizzato dai Tories, vincitori in buona parte delle circoscrizioni precedentemente sue. Un passaggio dal 23% dei voti di cinque anni fa all’8% di oggi, da 57 seggi a 8. Clegg passa di colpo da vice-Primo Ministro a una marginalità totale nella politica britannica: un colpo da cui sarà difficile riprendersi.

Delusione UKIP – Diverso il discorso per UKIP e Nigel Farage. Il leader più discusso degli ultimi anni ha promesso di dimettersi se non vincerà il suo seggio in Parlamento: eventualità, quest’ultima, che pare molto probabile. Di UKIP è impossibile non evidenziare la crescita rispetto all’ultima tornata elettorale, quando aveva il 2% dei voti: quest’anno ha il 12,4%. Eppure la sconfitta sta, in parte, nella crudeltà dell’uninominale, che garantirà probabilmente un solo seggio e poca rappresentatività per i suoi elettori. Senza contare che, dopo gli eccellenti risultati delle Europee, si attendeva uno sfondamento maggiore del partito anti-europeista per eccellenza. Il rischio è che la forza propulsiva di Farage e dei suoi si sfaldi, e che l’elettorato – abbondante ma poco coeso – finisca per andare a guardare altri lidi, soprattutto in seguito a un referendum su cui Farage ha solo un blando merito morale.

Il risultato di queste elezioni ci consegna dunque un Regno Unito in mano conservatrice, ma non così solidamente. Il referendum sull’Unione Europea a questo punto pare scontato, con la minoranza anti-europea pronta a chiedere dazio della sua influenza parlamentare: sarà questo probabilmente il primo, enorme, banco di prova della nuova amministrazione Cameron. Sul perché i risultati sono stati così diversi rispetto alle attese, è difficile fare un’analisi a caldo. Tuttavia, resta un dubbio: non è che un popolo tradizionalista come quello inglese, davanti all’incertezza generale del periodo, ha preferito seguire il suo istinto, e votare ciò che già conosce?

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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