L’elezione presidenziale del 1971 e la solitudine di Giovanni Leone

21/01/2015 di Lorenzo

Le più lunghe elezioni nella storia della Repubblica Italiana, dalla bocciatura di Amintore Fanfani alla nomina di Giovanni Leone: un Presidente destinato alla solitudine e costretto dalle circostanze, nel 1978, a dimettersi. Ma quella rivincita del 1998...

Giovanni Leone, Presidente della Repubblica

Era un piovoso 15 giugno del 1978 e a Roma, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, inviava alle Camere l’atto ufficiale delle sue dimissioni. Poco dopo, lasciava, rifiutando qualunque cerimonia, il palazzo del Quirinale. Uno dei motivi di tale abbandono in sordina fu la terribile campagna mediatica costruita contro il Capo dello Stato dopo lo Scandalo Lockheed. I vari attacchi, portati soprattutto dal Partito Radicale e dall’Espresso, ma appoggiati anche dal PCI e, indirettamente, dal suo partito, la Dc, che in quegli ultimi tempi lo aveva completamente abbandonato. Solo ed indifeso, il Presidente Leone venne addirittura gettato nel tritacarne delle accuse di malgoverno e corruzione.

Ma solo era anche nel 1971, quando venne eletto. La sua persona fu sempre vista, all’interno della Democrazia Cristiana, come una figura terza, super partes, quasi un corpo estraneo. Egli ,infatti, lontano dagli scontri interni al partito (i rumoriani, andreottiani, colombiani, piccoliani, morotei, ecc), si era sempre distinto per la sua caratura di notabile della politica. Un aggettivo, questo, oramai appartenente al passato, quasi scomodo, caratteristica d’altri uomini che, con il passare inesorabile del tempo, andava via via sempre più appiattendosi.

La votazione per il successore di Giuseppe Saragat, la prima a cui parteciparono i delegati delle neonate regioni, si tenne, per l’esattezza, il 9 dicembre 1971 e fu la più lunga elezione della storia repubblicana: ci vollero ventitré scrutini prima di convergere la decisione dei Grandi Elettori su di un nome condiviso. Tenendo conto che la passata tornata era stata vinta da un personaggio estraneo alla DC, questa volta il Colle più alto sarebbe dovuto andare proprio alla Balena Bianca. Il prescelto sembrava rispondere all’identikit dell’allora Presidente del Senato, Amintore Fanfani. Lo spauracchio per i democristiani era, per forza di cose, solo uno: i franchi tiratori. Bisognava chiudere subito e non ripetere un secondo 1964, quando ci vollero ben due settimane per eleggere Saragat, a ridosso della notte di San Silvestro.

Come ci insegna Indro Montanelli, nella corsa al Quirinale il primo obiettivo non è quello di eleggere il Presidente della Repubblica, ma di individuare l’avversario e di conseguenza eliminarlo dalla corsa, dopo di che si può procedere all’elezione. Nemico politico giurato di Amintore Fanfani era il Divo Giulio Andreotti. Nonostante negasse qualsiasi diatriba e avversione personale con il politico di Arezzo, finì per ammettere, pesando parola per parola, quanto “non siamo mai stati grandi amici”. Al di là di Fanfani, candidato principe degli scudocrociati, gli altri papabili erano: Aldo Moro, Mariano Rumor e, quindi, Giovanni Leone. I repubblicani proposero il loro segretario Ugo La Malfa; i socialisti Francesco De Martino, Giacomo Mancini e Pietro Nenni; i liberali Giovanni Malagodi; i socialdemocratici il Saragat-bis e i missini il senatore Augusto De Marsanich. Da ultimo, c’era il tecnico Giuseppe Branca, presidente della Corte Costituzionale.

La battaglia per il Colle venne inaugurata con un colpo di scena: Francesco De Martino (PSI) 397, Amintore Fanfani (DC) 384. Venivano mostrate così tutte quelle crepe che il segretario della Dc di allora, Arnaldo Forlani, aveva più volte evidenziato, esclamando il famoso “se passa è un miracolo!”. Al secondo scrutinio Fanfani fu ulteriormente ridimensionato, arrestandosi alle 368 preferenze contro le 398 di De Martino. Per sei scrutini consecutivi si ripeté il solito copione, ovvero i franchi tiratori all’interno del suo stesso partito bloccarono la sua elezione e portarono la Dc e i suoi colonnelli a riflettere sul da farsi. Si arrivò addirittura ad utilizzare il metodo dello scambio delle schede, voluto dal vice segretario Nino Gullotti, affinché ogni grande elettore democristiano potesse supervisionare l’operato dell’altro, evitando defezioni. Tutto ciò portò al caos totale: solo grazie all’intervento dell’allora presidente della Camera, Sandro Pertini, la situazione venne riportate nei ranghi. L’epilogo del Fanfani si ebbe proprio durante il sesto scrutinio, quando questi, passando in rassegna i vari voti, scorse la famosa frase a lui rivolta da un franco tiratore: “Nano maledetto, non sarai mai eletto”.

Dal settimo al decimo scrutinio, la maggior parte della DC si astenne dalla lotta quirinalizia per poi tentare un ultimo fanfaniano assalto nell’undicesimo scrutinio, il 15 dicembre, ma anche questo si rivelò un’umiliante sconfitta, facendo tramontare per sempre l’ipotesi del Cavallo di Razza. La DC rimase senza un candidato ufficiale sino al 22 dicembre, data del ventunesimo scrutinio, quando le sue componenti si incontrarono sempre più  in maniera frenetica per cercare un nome su cui convergere e chiudere la disputa prima del Natale. Si racconta che in uno di questi raduni il deputato Carlo Ceruti, di fede fanfaniana, arrivò addirittura a minacciare il segretario Forlani, reo di aver scaricato il suo candidato, con una sedia, urlando “Fanfani o morte”.

Si giunse così a optare per Giovanni Leone, una figura super partes nel partito, distante anni luce dalle lotte fratricide che stavano facendo vacillare la Balena Bianca nei giorni dell’Avvento. Una cosa era certa: la sua figura poteva, in quel determinato momento storico – e questa sarà anche la genesi della sua disgrazia – mettere d’accordo tutte le correnti. Il nome di Leone esordì nella tornata del 23 dicembre, al ventiduesimo scrutinio, fronteggiando il nuovo candidato del PSI, Pietro Nenni che nel frattempo aveva preso il posto dell’oramai logorato Francesco De Martino. Non la spuntò per una manciata di voti, arrivando a quota 503, ma oramai il grosso della DC si era ricompattato intorno all’ex Presidente del Consiglio.

Il 24 dicembre, al primo scrutinio della giornata (il ventitreesimo), Leone la spuntò, grazie anche all’aiuto di qualche voto proveniente dal Movimento Sociale Italiano. Questa vittoria, raggiunta sul filo del rasoio e con i voti dei missini, diventò un pesante fardello che il nuovo Capo dello Stato portò a lungo con sé e venne sempre sfoderato contro di lui nei momenti di difficoltà, bollandolo, ingiustamente, come conservatore e autoritario. Al contrario di tali previsioni fu un Capo dello Stato all’altezza del suo ruolo che si trovò, durante tutto il settennato, a rappresentare il Paese in un periodo molto difficile e cupo della nostra storia, quale quello dello stragismo. Chiuse il suo mandato pochi giorni dopo il ritrovamento del corpo dell’ideatore del Compromesso Storico tra le due fazioni politiche più grandi del paese, Aldo Moro. Alla cui famiglia il Presidente Leone, al contrario di molti, non aveva mai fatto mancare la sua vicinanza, promettendo “la penna pronta” per firmare la grazia ai suoi rapitori.

Sommerso dalle accuse dello scandalo Lockheed – sebbene la sua estraneità fosse stata largamente riconosciuta dalla Bicamerale d’indagine -, oramai abbandonato dalla DC e gettato in pasto agli attacchi aperti delle sinistre e dei radicali, Leone cedette. Non ci volle molto a svelare la completa innocenza ed estraneità dell’ex capo dello stato che, nonostante l’età, il 3 novembre 1998 in occasione del suo novantesimo compleanno a Palazzo Giustiniani, ebbe la sua rivincita. Due dei suoi più acuti accusatori, i radicali Marco Pannella ed Emma Bonino si presentarono all’evento, andando a stringere la mano all’anziano presidente, consegnandogli una lettera di scuse, poi resa pubblica:

« Le siamo grati per l’esempio da lei dato di fronte all’ostracismo, alla solitudine, all’abbandono da parte di un regime nei confronti del quale, con le sue dimissioni altrimenti immotivate, lei spinse la sua lealtà fino alle estreme conseguenze, accettando di essere il capro espiatorio di un assetto di potere e di prepoteri, che così riuscì a eludere le sue atroci responsabilità relative al caso Moro, alla vicenda Lockheed, al degrado totale e definitivo di quanto pur ancora esisteva di Stato di Diritto nel nostro Paese. »

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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