Egon Schiele: The Radical Nude

17/11/2014 di Simone Di Dato

Dopo anni di perbenismo e ipocrisie, la mostra organizzata dalla Courtauld Gallery di Londra rimedia finalmente alla chiusura delle istituzioni pubbliche britanniche verso l’arte di Egon Schiele, da sempre ritenuta troppo esplicita e offensiva.

“Qui mi distendo sul muschio vivo, parlante, tra gialli, luminosi, mitiganti fiori; acque che respirano dicono la vita. E sopra il mondo così vasto. Anch’io sono ebbro e perdo la sobria terra. Dormo.”

Egon Schiele, Radical Nude, London
Egon Schiele, Seated Female Nude with Raised Arm (Gertrude Schiele), 1910.

Egon Schiele (1890-1918) è il pittore dell’intensità espressiva, della sensualità spregiudicata e dei conflitti interiori. E’, per chi si lascia coinvolgere dai suoi lavori, un fragile interprete. Dipinge, disegna ed esegue con frenetica passione paesaggi dell’anima, visioni simboliche, ma più di ogni altra cosa sa tradurre l’emotività dell’uomo con atteggiamento realista e sognatore al contempo. Sebbene tra il debutto di Schiele e la sua grande affermazione all’esposizione primaverile della Secessione nel 1918 (sei prima della morte) passino soltanto dieci anni, il giovane pittore è convinto sopra ogni cosa della sua arte. “Prima o poi – scriveva – nascerà una fede nei miei quadri, nei miei scritti, nei concetti che esprimo con parsimonia, ma nella forma più pregnante. Hanno torto quanti pensano che dipingere sia meglio di niente. Dipingere è una capacità. Io penso all’accostamento dei colori più caldi, che sfumano, che si liquefanno, rifrangono, stanno in rilievo, carica terra di Siena grumosa con verdi o grigi, e accanto una stella di un azzurro freddo, bianca, biancoazzurra.

Più profeta che psicologo, Schiele si fa portavoce di una nuova espressività, della cruda rappresentazione dell’esistenza umana. Se con linee irregolari e frammentarie rende l’immediatezza delle figure nella loro dimensione plastica, è nel nudo il motivo dominante dei suoi lavori. Che sia nel ritratto di una modella o nella figurazione dell’io, i contorni spigolosi risaltano con grande vigore le posizioni più provocatorie, movimenti di una danza contorta ed enigmatica. I corpi sono esibiti, offerti, a volte spregiudicati e carichi di violenza, quasi sempre consapevoli del loro erotismo ostentato, ma mai disonorati. Perché dopo tutto, spiegava l’artista stesso, “anche l’opera d’arte erotica ha la sua sacralità”.

Egon Schiele, mostra, Londra
Egon Schiele, Squatting Female Nude, 1910.

Dopo anni di perbenismo e ipocrisie, la mostra organizzata dalla Courtauld Gallery di Londra rimedia finalmente alla chiusura delle istituzioni pubbliche britanniche verso l’arte di Egon Schiele, da sempre ritenuta troppo esplicita e offensiva. Si tratta della prima monografica nel Regno Unito dedicata esclusivamente all’artista “che riempie questo spaventoso e inspiegabile vuoto” come afferma il direttore della mostra Barnaby Wright. Con un’accurata selezione di capolavori, tra acquerelli e disegni, il percorso espositivo punta sulle opere più significative caratterizzate dal motivo-chiave del nudo, tra la vibrante spiritualità dei ritratti e la più radicale provocazione.

L’obiettivo dell’inedita monografica è disegnare l’approccio innovativo del grande precursore dell’espressionismo (e non solo viennese), ripercorrendo la parabola artistica e personale di Schiele, passando dal virtuosismo tecnico alla visione tragica e suggestiva del nudo, quel nudo che si fa sforzo analitico e immedesimazione profonda, tanto da aver condizionato e contribuito allo sviluppo dell’arte moderna. Dopo di lui artisti come Francis Bacon, Tracey Emin e Marlene Dumas dimostreranno la forte influenza che quell’audacia ritenuta disturbante e grottesca nella Vienna della Secessione ha esercitato negli anni a venire.
Nei suoi nudi il mondo ostile e l’io interiore si fondono, l’esterno e l’interno raggiungono l’unisono. L’interiorizzazione emotiva rende l’arte primordiale e profetica, ma non solo. Schiele riesce a tradurre come pochi sensazioni tattili e illusorie, immagini visionarie e cariche di significati universalmente umani. Perché il pittore può anche guardare, ma vedere è qualcosa di più.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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