Egitto: un golpe pericoloso

05/07/2013 di Lorenzo Vermigli

Morsi non è Mubarak. L’Egitto rischia grosso su più fronti

Egitto, Morsi e il Golpe Militare

Il golpe – Mercoledì 3 luglio l’esercito egiziano ha messo agli arresti domiciliari il Presidente Morsi, dopo che era scaduto l’ultimatum di 48 ore imposto dai militari per lasciare la Presidenza. Morsi aveva dichiarato che non avrebbe dato le dimissioni in quanto democraticamente eletto ma che avrebbe avallato un governo di coalizione, includendo rappresentanze delle proteste secolariste di piazza Tahrir. Dopo la deposizione del leader legato ai Fratelli Musulmani, il Supremo Consiglio Militare ha nominato Adli Mansur (un magistrato) Presidente ad interim.

I punti interrogativi – Quello degli ultimi 5 anni sembra un popolo senza pace, in continua protesta contro i suoi leader, smanioso di condizioni di vita migliori. In piazza Tahrir si protesta contro la deriva autoritaria di Morsi e il suo eccessivo attaccamento al partito “Libertà e Giustizia” (alias, i Fratelli Musulmani). In altre parole, il popolo si aspettava da lui un Egitto diverso, benché non era un mistero che fosse legato ai principi filo-islamisti. Come si può notare, però, sono numerose le differenze con la deposizione di Mubarak e di natura diversa (e più preoccupanti a mio avviso) sono le possibili conseguenze. Potrebbero verificarsi traumi sia dal punto di vista economico che di sicurezza interna.

 Il punto economico – Molti degli attuali finanziamenti all’Egitto derivano da due colossi economici: gli Stati Uniti e il Qatar. Ora, per quanto riguarda il Qatar, è noto che i finanziamenti giungono in quanto sono (almeno fino a qualche giorno fa) i Fratelli Musulmani a gestirli. Difficile pensare che, fatti fuori gli islamisti dal governo, i giganti qatarioti siano disponibili a immettere denaro nelle casse di un paese secolarizzato e laico, lontano quindi dai principi che guidano sia l’emirato del golfo persico che il partito di Morsi. E dato che la situazione economica egiziana è sull’orlo del collasso, un taglio netto dei finanziamenti genererebbe ancora più tensione e malcontento, per non andare oltre. Agli Stati Uniti, per contro, non dispiacerebbe affatto avere un alleato laico in Egitto, ma il punto qui è un altro. Washington non può applaudire un colpo di Stato, quantomeno non pubblicamente. Obama ha dichiarato che servono elezioni democratiche e subito, in modo da mettere fine alle proteste. Ma davvero gli Stati Uniti possono mostrarsi disponibili a finanziare un paese in cui c’è stato un colpo di Stato contro un leader democraticamente eletto e la sospensione di una costituzione votata a maggioranza appena un paio d’anni prima? Vedremo cosa succederà.

Capitolo “sicurezza interna” – Premesso che Morsi possa aver avuto una svolta autoritaria e premesso che i diritti degli egiziani possano essere stati calpestati, come si pensa che ci possa essere sicurezza se le proteste vanno contro non solo il leader, ma la maggioranza stessa del Paese? Il punto qui non è fare gli elogi del conservatorismo ma semplicemente rendersi conto che l’Egitto sta protestando contro se stesso, fino a prova contraria. C’è stata una rivoluzione nel 2011 di matrice islamista (ovviamente non ai livelli di quella iraniana del 1979, ma comunque i Fratelli Musulmani erano chiaramente al comando della protesta), è stata scritta una costituzione ed è stata approvata dal popolo, è stato eletto un leader (anche lui filo-islamista). Ora, a meno che gran parte dei Fratelli Musulmani non si sia convertita al secolarismo (ipotesi alquanto surreale), pare difficile non fare i conti con gli islamisti alle nuove elezioni (supposto che non ci siano tensioni e violenze prima). Le previsioni non sono auree, nel senso che, per quanto le nostre idee possano diversificarsi sui contenuti, quel che è certo è che si è estromesso un leader democraticamente eletto (e per di più, poco tempo fa). Non che non si possa fare; alla fine anche Hitler era stato democraticamente eletto. Però questo non ci promette sonni tranquilli.

L’arcano dell’esercito – Nelle rivoluzioni o proteste in Medio Oriente, l’esercito si schiera solitamente con il popolo. Di solito questo accade perché i militari sentono e vivono la protesta come ogni cittadino, anche grazie allo spirito islamico che li accomuna (è più facile che sia un leader a deviare dai concetti islamici, piuttosto che un intero popolo). In questi giorni l’esercito, infatti, si è schierato con la protesta, e questo è un fatto da sottolineare. Ciò vuol dire che l’esercito sta col popolo. Ma allora, chi è il popolo? E’ quello che protesta o è quello che si è espresso alle urne e che sosteneva il governo? L’auspicio è che sia entrambi, nel senso che il popolo, resosi conto della deriva di Morsi, ha abbandonato la sua linea e agisce compatto verso un nuovo orizzonte. Se non così non fosse, il rischio sarebbe quello di una pericolosa guerra civile…

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Lorenzo Vermigli

Nato a Massa Marittima (GR) il 13/02/1989, ma cresciuto nella ridente Follonica (GR). Ha frequentato il Liceo Linguistico Sperimentazione Brocca di Follonica e ha conseguito la maturità con 100/100. Ha studiato Scienze Politiche alla LUISS di Roma e si è laureato con una tesi sul fondamentalismo islamico (110 e lode). E' attualmente iscritto al secondo anno del corso di Laurea Magistrale in International Relations alla LUISS. Ha studiato all'Institut d'études politiques di Parigi e alla University of Pennsylvania di Philadelphia. Ha frequentato un corso di Security Studies presso l'Institute of Global Studies di Roma. Appassionato di calcio, storia e viaggi.
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