Egitto: la costituzione due anni dopo Mubarak

07/01/2013 di Elena Cesca

costituzione-egittoApprovato il referendum sulla nuova costituzione, ma l’Egitto è ancora lontano dalla svolta

A quasi due anni dalla caduta di Mubarak e dall’annuncio di una nuova era caratterizzata dalla modifica costituzionale e da nuove e più trasparenti elezioni, l’Egitto rivive l’incubo della deriva autoritaria. La tornata referendaria del 15 e 22 Dicembre, la bassa affluenza alle urne (33%) e l’approvazione, sebbene ricca di misteri, del referendum (64%) dimostrano come la patria dei faraoni ondeggi ancora in un clima politico-istituzionale e socio-economico di volatilità ed incertezza. In diverse interviste, il leader dell’opposizione al nuovo governo Morsi, Hamdeen Sabahy, ha evidenziato come la classe dirigente egiziana sia ancora lontana dalla svolta.

Nuove e ripetute critiche vengono mosse non solo dal Fronte Nazionale, ovvero la coalizione dei diversi gruppi di opposizione laici, liberali e cristiani, al governo dei Fratelli Musulmani attualmente alla guida, ma da gran parte delle amministrazioni straniere. Ciò che riporta l’Egitto sulle prime pagine dei giornali non sono più tanto le forti tensioni e scontri che si registrano nei pressi di piazza Tahrir e nel quartiere di Heliopolis, ma le nuove preoccupazioni riguardanti la carta costituzionale e il modo in cui la bozza e poi il referendum siano passati.

La preoccupazione non sarebbe da attribuire al carattere islamico della nuova legge fondamentale che già era presente nella precedente costituzione, ma ad un’ennesima combinazione tra brogli elettorali e confisca delle libertà fondamentali. Dopo la revoca, avvenuta l’8 dicembre scorso, del decreto con il quale il presidente Morsi si assegnava i pieni poteri e si liberava del controllo della magistratura, ora il  Fronte chiede che venga nominata una commissione bilaterale (appartenente al governo e all’opposizione) incaricata di emendare gli articoli della Costituzione e verificare l’esatto esito delle votazioni. Se all’inizio di Dicembre l’annullamento del decreto è stato raggiunto non senza spargimento di sangue (7 morti e 600 feriti), ora gli attivisti nazionali e le altre entità nazionali estere reclamano l’urgenza di una revisione di una costituzione che metterebbe a rischio l’esistenza e la dignità della persona egiziana.

Per capire meglio di cosa stiamo parlando, analizziamo in breve alcuni dei 235 articoli sui quali si scontrano le forze politiche egiziane. In primis c’è il famoso art.2 che definisce i principi della Shari’a, ovvero la legge islamica, come “fonti primarie della legge”. Ad esso va associato l’art. 219, secondo cui i suddetti principi sono definiti “regole fondamentali della giurisprudenza”.  Secondo quanto appena detto, dunque, i principi del Corano sarebbero chiamati a guidare il sistema legislativo.

Sebbene la Casa Bianca abbia ufficialmente espresso il diniego di volere celebrare “la fine di un regime autoritario con una dittatura islamista”, è bene ricordare che il carattere confessionale dello Stato non è nuovo in Egitto. Tuttavia, si teme che l’applicazione di questi principi possa esacerbare l’attuale discriminazione conto le donne in materia di diritto di famiglia (matrimonio, divorzio e vita familiare) soprattutto se letto in associazione all’art.33 che stabilisce l’uguaglianza tra i cittadini. Nonostante l’uguaglianza “nei diritti e nei doveri pubblici” dell’art.33, il principio di non discriminazione è affievolito dalla rimozione delle più “comuni” cause (sesso, origine, religione, nazionalità).  Ciò equivale a non prevedere le più basilari tutele alla persona, sia essa una donna, un cittadino non professante la religione islamica, un immigrato o un rifugiato.

Contro il primo dettame della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia (1990),  nella nuova Costituzione egiziana non si stabilisce più che un minore sia una persona minore di 18 anni e si autorizzano matrimoni precoci; contro la Convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL, 1948), l’art. 70 autorizza alcune forme di lavoro minorile; contro la Convenzione contro la Tortura (1987), l’art. 36 non vieta espressamente le punizioni corporali. Relativamente ai maltrattamenti, inoltre, non vi sono previsioni sul tema aberrante delle mutilazioni genitali delle donne in una realtà dove il tasso di circoncisione femminile (85%) non accenna a diminuire.

Ancora, l’art. 43 stabilisce che la libertà di Credo è inviolabile e sancisce la libertà di culto per le tre grandi religioni monoteiste, e l’art. 44 proibisce “l’insulto o l’abuso di tutti i messaggeri e i profeti”.  Mentre l’art.45 garantisce la libertà d’espressione, il 2 Gennaio il conduttore dello show satirico ‘el Barnameg’ (‘il programma’) il cui cavallo di battaglia è fare gag sul presidente egiziano Morsi è stato denunciato per ”offesa al presidente della repubblica”.

Secondo i lavoratori, la svolta potrebbe arrivare dall’ala sindacale. Solo i più miopi, difatti, non scorgerebbero dietro alle famose sommosse di Gennaio la disperata richiesta di garanzie economiche da parte della popolazione. I livelli salariali dei lavoratori egiziani non hanno registrato un trend positivo con il cambio di regime. Per anni l’apparato sindacale egiziano ha versato in uno stato di assoluta subordinazione al regime, in cui l’ETUF (una sorta di sindacato unico, rappresentante di tutte le classi lavoratrici creato sotto Nasser) fungeva da surrogato e non faceva altro che impedire alla forza lavoro di dotarsi di un’autentica, indipendente e ufficiale rappresentanza con potere contrattuale.

Il fatto che la nuova costituzione non preveda nuove disposizioni nel settore sindacale fa sì che la legge per i sindacati n. 35 del 1976 persista indiscussa  nel perpetuare la violazione del pluralismo e della libertà associativa di tipo lavorativo.

Sebbene si siano formati nuovi e liberi sindacati, a due anni dalla riformulazione del sistema sindacale, l’Egitto è ancora in fase di transizione e non è in grado di vantare delle strutture rappresentative indipendenti e forti. Di conseguenza, appare ancora prematuro oltre che arduo confidare in una loro effettiva capacità di azione collettiva se i gruppi di lavoratori sono ancora privi di potere economico e ideologico.

Ad un decennio dal secondo millennio, appare che le lotte per i diritti dell’uomo trovino ancora mancata applicazione e la persona, sia essa una donna, un fedele di altra religione, un lavoratore o un bambino sarebbe ancora svuotata di tutela politica, civile ed economica. Nonostante i sommovimenti popolari, il cui motore primo resta sempre legato alle condizioni economiche, ancora ci si domanda se le proteste fossero e siano pilotate da forze esterne allo stato o siano scaturite da un sentimento sincero di rinascita. La realtà è che la popolazione non è ancora realmente cosciente dei diritti che le spettano. La possibilità, inoltre, che un leader o una forza partitica si ergano su di essa tanto da far intravedere una nuova deriva autoritaria evidenzia come né governanti né governati siano in grado di intraprendere la strada della democrazia politica, economica e sociale.

Il fatto che la Costituzione non riconosca la supremazia del diritto internazionale sulla normativa interna lascia ancor più difficile presagire come l’Egitto si faccia testimone attivo delle Convenzioni internazionali da lui ratificate. Ad un tale stadio, invece di puntare il dito semplicemente sul carattere religioso della nuova costituzione, l’appello è rivolto agli Alleati di sempre e alla Comunità internazionale che tanto si fa garante delle disposizioni contenute nei trattati internazionali.

 

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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