Educazione Finanziaria, la non utilità della proposta Bernardo

08/04/2016 di Andrea Viscardi

Lo scandalo di Banca Etruria & co. ha dimostrato quanto un'educazione finanziaria seria e diffusa rappresenti una necessità non più derogabile. Ma la proposta del Presidente della Commissione Finanze della Camera, che solo parzialmente tocca il tema, rischia di essere una limitazione ed un ostacolo rispetto alla necessità di affrontare l'argomento in modo completo e approfondito.

Educazione Finanziaria

È stata presentata, dal Presidente della Commissione Finanze della Camera, Mauro Bernardo, una proposta di legge, salutata da parte di qualcuno come una soluzione alle carenze rispetto all’ Educazione Finanziaria del nostro Paese. Abbiamo visto tutti, coi casi di Banca Etruria & co, alcune delle gravi conseguenze dettate da tale mancanza. Facciamo qualche esempio. Al 2010, solamente il 4 per cento degli italiani era in grado di valutare correttamente il ritorno e i rischi dei propri investimenti finanziari, il 26 per cento considerava, oltre al rendimento possibile di un investimento potenziale, anche la rischiosità. E ancora, solamente 1/3 dei cittadini è in grado di indicare la differenza di rischiosità di azioni e obbligazioni, stessa proporzione di chi utilizza con regolarità una pianificazione delle proprie entrate e uscite. Tutti aspetti, questi, rientranti nell’ambito proprio dell’Educazione Finanziaria.

Quella di Bernardo è allora una proposta da cui ripartire per aumentare la consapevolezza e gli strumenti per pianificare la propria vita finanziaria da parte dei cittadini, che gli scandali degli ultimi tempi hanno mostrato essere tra i più impreparati in Europa? La proposta in questione non tratta, in realtà, di educazione finanziaria, ma solo di una sua sfumatura, occupandosi di misure atte a migliorare la diffusione di informazioni volte a promuovere la conoscenza e l’acquisizione delle competenze di base sulla gestione del risparmio privato. Quindi la parola educazione finanziaria, utilizzata da molti media, è in tal senso inadeguata. Possiamo allora rispondere, al quesito precedente, nel modo più semplice possibile: non è di questo che hanno bisogno i cittadini o, almeno, non solo di questo. Il testo manca completamente il bersaglio più logico da implementare per venire incontro alla vera criticità italiana, che non si limita all’informazione quanto, piuttosto, all’educazione finanziaria nel suo insieme, composta da tre pilastri: istruzione, informazione, consulenza oggettiva.

Oggi la materia dell’educazione finanziaria si presenta nel nostro Paese come un insieme di iniziative tra le più variegate. Tutto è educazione finanziaria. Un calderone in cui – tra le altre – non è raro assistere all’autopromozione da parte dei soggetti erogatori dei propri strumenti finanziari. Un obbrobrio che con i principi dell’educazione finanziaria non ha nulla a che vedere, al contrario. Dinamiche di questo tipo favoriscono i soggetti interessati a perpetuare un sistema in cui non è il mercato a chiedere specifici strumenti, ma dove sono i loro stessi creatori a decidere di cosa il mercato abbia bisogno, e ad imporre i prodotti. Rare sono le iniziative che seguono i dictat in materia così come stabilite dalle norme tecniche esistenti (in Italia, ad esempio, l’UNI11402), il cui punto di partenza può essere considerato anche il grande lavoro svolto in materia dall’OECD.

La confusione esistente è totale, ed è palese se nei licei anche corsi sulla storia della moneta vengono etichettati come “educazione finanziaria”. Chi scrive dubita fortemente che a seguito di tali lezioni, i ragazzi interessati possano aver sviluppato – per utilizzare la definizione tecnica della materia – le capacità e la fiducia necessaria per divenire maggiormente consapevole dei rischi e delle opportunità finanziarie, per effettuare scelte informate, comprendere a chi chiedere consulenza o mettere in atto azioni efficaci per migliorare il proprio benessere finanziario. Forse, ai ragazzi, sarebbe più utile conoscere la differenza tra i vari strumenti finanziari, o cosa sia un’obbligazione, questioni, queste sì, rientranti nel contenitore dell’educazione finanziaria.

La soluzione sarebbe, invero, molto semplice e potrebbe essere sintetizzata in alcuni punti chiave. Anzitutto creare una cornice di regolamentazione chiara di cosa si intenda per educazione finanziaria, limitandone l’etichettatura a precisi requisiti, magari anche attraverso una procedura di accreditamento dei programmi, così da evitare distorsioni oggi diffuse e capaci di provocare più danni che benefici. Non occorre inventare nulla: come già riportato, esiste una normativa tecnica, l’UNI11402, più che esaustiva e che affronta ogni aspetto della materia. Quindi, l’altro tassello fondamentale è da individuarsi nell’attuazione di misure volte ad implementare, nel modo più omogeneo possibile, la diffusione e l’accesso all’educazione finanziaria di ogni fascia di popolazione, con una particolare attenzione a quelle più deboli e che non possono, oggi, permettersi una consulenza finanziaria. Servirebbe, infine, un organismo centrale di coordinamento, in grado di monitorare il rispetto dei requisiti, dare le linee guida, coordinare.

Nel nostro Paese uno dei pochi casi significativi di efficacia è quello di Milano, dove un Partenariato composto da Comune, Dipartimento di Statistica dell’Università Cattolica, UNI e PROGeTICA, ha inaugurato un piano di welfare finanziario, che ha portato in poco più di un anno a risultati concreti e significativi, trovando anche nella partnership pubblico-privato un tassello fondamentale di finanziamento. Un esempio, appunto, di una delle strade che potrebbero essere sostenute e promosse dal livello centrale, anche attraverso incentivi per gli enti in grado di replicare tale programma.

Il dl Bernardo, invece, non fa nulla di tutto questo. Affronta solamente una sfumatura dell’educazione finanziaria, istituendo – per quest’unico aspetto – un’agenzia autonoma il cui direttore è indicato dal CdM, in cui siedono dodici membri rappresentativi di alcune (ma non tutte) le parti interessate in materia. Ad esempio vi è la CONSOB, vi sono Bankitalia, il MEF, l’IVASS, l’ABI, il Consiglio Nazionale dei Consumatori e così via. Il compito? Quello di coordinare, organizzare, dettare le linee guida e promuovere quanto detto sopra, oltre che inviare un report annuale sull’attività svolta, che poi, transitato dal MEF, arriverà alle Camere.

Se il Parlamento continuerà sul solco tracciato dalla proposta Bernardo, le prospettive per il nostro Paese in materia di Educazione Finanziaria non saranno certo le migliori. È infatti complesso immaginare si possa intervenire a posteriori ed in tempi ragionevoli, approvato un intervento di questo tipo, con una norma in grado di affrontare la necessaria regolamentazione del settore. Il risultato sarà semplice: chi oggi utilizza l’etichetta “educazione finanziaria” in modo discutibile, potrà continuare a farlo. Sia tale discutibilità rappresentata da “tutor” non formati, contenuti inappropriati, inefficaci, eterogenei o, nei casi estremi, dalla promozione e la vendita di strumenti finanziari specifici. Con tutte le conseguenze del caso per i cittadini. Quella del Presidente della Commissione Finanze della Camera appare proprio come una proposta spot, il cui unico risultato, se approvata, sarà quello di non danneggiare gli interessi di quei soggetti che preferiscono il mondo dell’educazione finanziaria non si configuri come un qualcosa di importante e utile per i cittadini.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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