Quando Edgar Allan Poe “uscì fuori a riveder le stelle”

03/10/2015 di Nicolò Di Girolamo

Pochi conoscono "Eureka. Un saggio sull'universo materiale e spirituale" del celebre autore americano. Un lavoro in cui, con la grazia dell'artista, Poe indaga i segreti dell'universo in maniera inconcepibile per la scienza moderna, e riesce, nel suo piccolo, a anticipare alcune delle più importanti teorie moderne

Se siete abbastanza profani nei confronti della scienza concorderete sul fatto che i migliori osservatori delle stelle e dello spazio nel corso storia umana non siano stati certo gli scienziati in senso stretto, quanto piuttosto poeti, pittori, gli antichi pensatori (non i moderni filosofi, in quanto la moderna filosofia è simile ad una scienza), tutti coloro insomma che si sono persi ad osservare il cielo (non è forse il più diffuso sinonimo/stereotipo di “artista”?).

Se i numeri non vi hanno mai stregato e portato dalla loro parte, se non avete subito il loro fascino artificioso, se infine non avete mai creduto alla possibilità di una dimostrazione definitiva, non potete che riconoscere che matematici e fisici, per quanto abili, non siano realmente in grado di descrivere ciò che traspare dalla nostra atmosfera. Forse non c’è da stupirsene eccessivamente, come può un’unità di misura terrena misurare ciò che non è terreno? Esso è un evidente controsenso. Nemmeno un paradosso: un’ovvietà.

Ad esempio la geometria Euclidea – com’è noto – è uno strumento utile solamente a comprendere la nostra minuscola porzione di spazio, il nostro cortile di casa per così dire, oltre questo intimo cortile vi è il Chaos, l’imponderabile e l’inconcepibile, vi è una ridda di rette parallele che cozzano tra loro, angoli retti che si contraggono fino a chiudersi, e la somma degli angoli interni di un triangolo può essere rappresentata da ogni possibile risultato. Persino il tempo e lo spazio si deformano fino a scomparire. In parole povere, per provare a comprendere qualcosa dell’universo in cui siamo immersi, uno scienziato dovrebbe abbracciare tutti i libri che hanno costruito la propria formazione e gettarli dalla finestra.

L’artista solitamente non deve fare tutta questa fatica e perciò è favorito nell’osservazione celeste (Emanuel Lasker, filosofo, matematico, campione di scacchi e amico personale di Albert Einstein disse una volta di aver passato molto più tempo a cercare di disfarsi della teoria sul gioco di quanto avesse impiegato ad apprenderla). Per questi motivi vi invito a non prendere troppo sul serio il (pur interessantissimo) best-seller di Carlo Rovelli Sette brevi lezioni di fisica e piuttosto, se sentite il desiderio di sondare i misteri del Cosmo di dedicarvi a ben altro tipo di lettura.

In particolare questa rubrica vi indica un preziosissimo saggio pubblicato nel lontano 1848 (la letteratura, a differenza dei saggi scientifici, non invecchia) a firma di Edgar Allan Poe e intitolato Eureka. Un saggio sull’universo materiale e spirituale. Anche se non è certo questo il genere che ha donato fama imperitura a Poe, vi stupirà la profondità del pensiero e la preparazione sulla materia del celebre scrittore di racconti dell’orrore. Addirittura è più noto l’alcolismo di Poe che non il suo interesse per gli spazi siderali, ma così è la vita.

In ogni caso questo saggio vi fornirà una visione della materia del tutto alternativa a quella positivista predominante ai giorni nostri, infatti l’assunto principale di quest’opera è che l’universo e le sue leggi sono, nel loro insieme, del tutto inconcepibili, in altre parole questa infinita distesa di spazio non può essere contenuta nella mente umana. Una volta chiarito questo concetto fondamentale Poe si inoltra in un viaggio di fantasia, un affascinante percorso in cui cerca di immaginare quale possa essere stata la nascita dell’universo, quale sia la sua direzione e se esso abbia o meno dei confini.

Le conclusioni di Poe sono talmente sconvolgenti per il lettore moderno che alcuni addirittura attribuiscono a questo ‘Poema’ (come lo definisce l’autore stesso) una anticipazione della teoria della relatività. Infatti Poe sostiene la finitezza del nostro universo e ritiene, osservando le leggi di gravitazione, che esso tenda a tornare verso l’unità da cui si è originato. Ben pochi fisici moderni si azzarderebbero a contraddire una simile tesi, in quanto è comunemente ritenuto che il nostro universo, seppur in espansione dai tempi del Big Bang, sia destinato in futuro a contrarsi e a collassare su se stesso.

Sarete colmati di ammirazione e vertigine nello scoprire quanto lontano si sia spinta l’immaginazione di quest’uomo e sarete riempiti dal desiderio di seguire le sue orme in questo incredibile viaggio astrale.

“Se la successione delle stelle fosse senza fine, allora il fondo del cielo si presenterebbe come una luminosità uniforme, come quella mostrata dalla Galassia [la Via Lattea, ndr], dato che non ci sarebbe assolutamente alcun punto, in tutto il cielo, nel quale non esisterebbe una stella. La sola maniera, perciò, con la quale, in questo stato di cose, potremmo comprendere i vuoti che i nostri telescopi trovano in innumerevoli direzioni, sarebbe supporre che la distanza del fondo invisibile sia così immensa che nessun raggio proveniente da esso ha potuto finora raggiungerci.

La certezza e la convinzione che si incontrano del discorso di Poe non nascono da calcoli e dimostrazioni, bensì dalla sensazione e dal sentimento di un artista che si perde ad osservare la volta celeste, come ogni essere umano che si rispetti ha fatto almeno una volta nel corso della propria esistenza (ominidi inclusi). Così ancora una volta questa rubrica vi esorta a interrogare letterati su questioni che trascendono la natura umana e questa volta lo fa con le parole della prefazione di Eureka:

Ai pochi che mi amano e che io amo, a quelli che sentono piuttosto che a coloro che pensano, ai sognatori e a coloro che hanno fede nei sogni come nella sola realtà, offro questo Libro di Verità, non come esposizione di verità, ma per la Bellezza che abbonda nella sua Verità, e che lo rende vero. A questi offro il mio lavoro come un semplice Prodotto d’Arte, diciamo come un Racconto, o, se non fosse titolo troppo superbo, come un Poema.

Quel che io espongo qui è vero. Dunque non può morire. Se, in qualche modo, dovesse essere umiliato tanto da morirne, esso “risorgerà alla Vita Eterna”.

E’ mio desiderio, in ogni caso, che quest’opera sia giudicata unicamente, dopo la mia morte, come un Poema.

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Nicolò Di Girolamo

Nasce a Trieste nel 1993 e consegue la maturità classica alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. In seguito si iscrive al corso di lettere moderne all'università di Firenze. Lettore accanito fin dalla tenera età, divide le proprie passioni tra vela, cinema e, naturalmente, libri di vario genere.
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