Economie Emergenti: i primi segnali di rallentamento

06/09/2013 di Giovanni Caccavello

Dopo circa un decennio di crescita a ritmi elevatissimi i dati macro-economici dei paesi emergenti sembrano sempre meno promettenti.

Brics, Paesi Emergenti

BRICS – Erano i primi anni 2000 quando gli ormai famosi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) incominciarono la loro incredibile rincorsa ai paesi sviluppati. Per circa un decennio tutte queste economie hanno visto crescere il loro Prodotto Interno Lordo del 7, 8, 9, 10% o più. Da circa un anno a questa parte, però, le cose stanno lentamente cambiando e se andiamo a valutare la crescita 2013 di queste economia emergenti, notiamo come il Brasile nel 2013 ha una crescita prevista del 2,0%, la Russia del 2,2%, l’India del 5% (ma con un outlook molto negativo visto che nell’ultimissimo trimestre l’economia indiana ha fatto registrare un pessimo -2,0%), la Cina del 7,3% (crescita più bassa dal 1990, anno in cui la Repubblica Popolare Cinese cresceva del 3,8%) e il Sud Africa del 2,1%.

Crisi delle economie emergentiAltre Economie Emergenti – Da non trascurare anche i dati di altri paesi in forte via di sviluppo come Indonesia, Turchia, Colombia e Malesia. In tutti i paesi la crescita ha rallentato e, sebbene la situazione non sia assolutamente drammatica, i primi segnali di indebolimento macro-economico ci sono e non devono essere sottovalutati.

Cause della crisi – Le principali cause di tale tendenza sono principalmente due: la crisi siriana, con la possibilità di un conflitto lungo e di portata “mondiale” in caso in cui paesi come Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Iran, Turchia scenderanno in campo dei difendere i loro interessi (in realtà ben più importanti delle vite di centinaia di migliaia di Siriani oppressi dal governo) e la decisione della Federal Reserve Americana di “chiudere i rubinetti” del quantitative Easing e di alzare lentamente il tasso d’interesse nel 2014 in caso di crescita sostenibile nel medio-lungo periodo.

Oltre a queste non bisogna però dimenticarsi della cosiddetta “Mano Invisibile” di Adam Smith che regola il mercato e che, di conseguenza, regola anche il flusso d’investimenti. Nel momento in cui paesi come la Cina, l’India, il Brasile, la Russia perderanno alcuni dei loro vantaggi competitivi nei confronti degli altri paesi (forza lavoro a basso prezzo e risorse in primis) chi vorrà continuare a scommettere su paesi che risultano essere molto deboli in ambito istituzionale, giudiziario e finanziario?

Prime conseguenze – Da inizio anno si possono valutare le conseguenze che questa situazione sta creando. Tutte le monete dei paesi emergenti (chi più, chi meno) hanno perso molti punti percentuali rispetto al dollaro americano e si sono svalutate in modo sensibile. Solo un piccolo esempio: il valore del Real Brasiliano ha perso circa il 20% sul dollaro mentre il Rand Sudafricano ha visto il suo valore abbassarsi del 25% nei confronti della moneta statunitense.

I governi di Brasile, Sud Africa, India ed Indonesia in primis hanno dovuto in modo naturale alzare i tassi di interesse per evitare un aumento dell’inflazione troppo alto ma così facendo stanno riducendo il credito verso i cittadini e le aziende che possono così consumare ed investire in quantità minori.

Conclusioni – Questa “mini crisi” dei paesi emergenti non è sicuramente da paragonare alla crisi finanziaria del 1997 che mise in ginocchio le cosiddette “tigri asiatiche” (Taiwan, Corea del Sud, Singapore, Hong Kong, Thailandia, Malesia, Filippine e Indonesia) ma porta con se alcune similitudini preoccupanti, soprattutto quella di un tasso di interesse troppo alto (il Brasile ha attualmente alzato il tasso al 9% mentre l’Indonesia al 7%) e la perdita di fiducia degli investitori in un momento di forte crescita.

Per questi motivi i governi di tali paesi dovranno sicuramente mettere in atto misure non convenzionali (riforme) per riportare le loro economie sulla via di una crescita graduale e sostenibile. Il rischio altrimenti è che il 2013 possa venir ricordato come l’inizio della crisi dei paesi emergenti.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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