Ebola, perchè informare è fondamentale

07/09/2014 di Pasquale Cacciatore

L'esingenza più importante, per combattere l'epidemia di Ebola in Africa, è una massiccia opera d'informazione

Virus Ebola

Con il tragico diffondersi dell’epidemia di Ebola, che continua a mietere vittime giorno dopo giorno e ad estendersi nella regione dell’Africa occidentale, abbiamo iniziato ad assistere nei Paesi occidentali ad i classici moti di preoccupazione della popolazione generale. Complici i contagi (ed i successivi rientri in tutta sicurezza nei rispettivi Paesi) di cittadini americani, spagnoli, inglesi ed ora anche tedeschi, e senza dimenticare il contributo del sensazionalismo mediatico, lo spauracchio della tragica malattia ha raggiunto le coscienze occidentali.

Preoccupazioni (esagerate), timori (infondati), sino ad associazioni mentali tra temi completamente scorrelati tra loro (si pensi ad immigrazione e malattia); nelle ultime settimane i cittadini occidentali hanno seguito l’evolversi dell’epidemia in un contesto di estrema ignoranza (nel senso puro del termine), con conseguenze di certo difficili da controllare. Problema tanto più grave se lo si traspone a livello dei Paesi dove il virus sta colpendo implacabile, perché diffidenza, agitazione e paura rendono ancora più difficili misure di controllo e cura di certo già di per sè non semplici da attuare.

Quando il virus della SARS (sindrome respiratoria severo-acuta) colpì Taiwan nel 2003, l’allarmismo dei media spinse il governo a obbligare le televisioni a trasmettere per almeno due minuti, tre volte al giorno, la voce rassicurante di Ming-liang, ex-medico ed ex-ministro della salute, all’epoca in capo al team di gestione dell’epidemia; compito di Ming-liang era quello di informare la popolazione circa le novità della gestione dell’epidemia, evitando che il timore incontrollato degenerasse.

Virus EbolaTattiche ed approcci simili dovranno, necessariamente, essere adottati anche per l’Africa occidentale. Al momento il numero degli infetti di ebola è salito a circa 3000, con almeno la metà di essi morti; cifra che potrebbe salire, almeno secondo le stime dell’OMS, a oltre 20 000 in poco tempo. È arrivato il momento che anche l’Africa si doti del suo Ming-liang, e che la promozione di una corretta informazione divenga al più presto priorità fondamentale, prima ancora degli isolamenti coatti o dei blocchi di intere comunità.

Il contagio potrà diminuire solo se la popolazione locale inizierà a comprendere effettivamente la gravità della situazione, collaborando con le autorità e sostenendo gli sforzi della comunità medico-scientifica, invece di fuggire alla minima segnalazione. Saranno gli Africani a salvare loro stessi, insomma, più che le forze internazionali. Interviste condotte dal New York Times a diversi esperti mondiali di patologie ad alto rischio di epidemia come polio, SARS, vaiolo, dimostrano che l’opinione generale è pressoché condivisa.

Innanzitutto, sarà possibile fermare l’epidemia anche senza sieri o vaccini, che richiederebbero tempi troppo lunghi. La cooperazione internazionale è fondamentale: difficilmente i governi locali potranno garantire adeguate scorte di cibo, reparti ospedalieri, rete elettrica e di comunicazione. Punto chiave condiviso, inoltre, è la necessità di fare della comunicazione un punto imprescindibile, contro le quarantene obbligatorie ottenute imbracciando le armi. In Liberia, negli scorsi giorni, alcuni villaggi son stati recintati di punto in bianco dall’esercito e la popolazione costretta a non oltrepassare i limiti, dando la sensazione agli abitanti di divenire veri e propri animali in trappola: un clima che non può che alimentare il terrore.

Rumors e dicerie son da sedare sul nascere, anche se da questo punto di vista le difficoltà appaiono insormontabili. L’Africa occidentale non è certamente Taiwan: con più di 100 lingue tribali, bassissimi tassi di scolarizzazione e poche televisioni, l’informazione capillare stenta a raggiungere la popolazione. La radio può certamente venire in soccorso, ma il lavoro più duro deve necessariamente essere commissionato alle guide delle comunità, tra cui sindaci, pastori ecclesiastici e guaritori locali; anche i sopravvissuti potrebbero essere utilizzati come testimonial, a conferma che, se si risponde alle istruzioni mediche, è possibile anche guarire.

Il denaro rimane, comunque, un problema. Il personale sanitario che sceglie un’assistenza tanto pericolosa deve ricevere un adeguato compenso, da estendere alle famiglie in caso di loro contagio e morte. Qualche tempo fa avevamo parlato del caso polio in Pakistan: nel Paese dove i talebani avevano iniziato ad uccidere gli operatori che vaccinavano la popolazione contro il virus, gli stipendi per il personale medico erano raddoppiati, e in alcune aree temibili addirittura quadruplicati per far fronte all’emergenza. Una paga superiore potrebbe anche aiutare ad attrarre competenze estere, per quanto brutta possa suonare la cosa; ed infine, maggiori finanziamenti possono aiutare a migliorare i protoccoli di istruzione per gestire al meglio ed in massima sicurezza i casi di contagio.

Insomma, un’impresa di certo non facile, la cui realizzazione – secondo stime di esperti internazionali – costerà almeno 500 milioni di dollari: ospedali, personale, cibo, e così va. Un’azione globale che, però, va intrapresa al più presto; la velocità di diffusione del virus non consente infatti di temporeggiare: ogni giorno che passa corrisponde a centinaia di vite perse ed altre messe in pericolo. La comunità internazionale ha capito che gli sforzi devono essere focalizzati e veloci; quello che si spera è che anche la popolazione locale riesca a comprenderlo il prima possibile.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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