Ebola: anche in Occidente emerge il ritardo nella gestione della patologia?

19/10/2014 di Pasquale Cacciatore

Si inizia a diffondere un clima di immotivato timore, assolutamente sproporzionato al rischio. Ma è indubbio come, l'Occidente, si stia dimostrando in colpevole ritardo rispetto alla gestione degli aspetti preventivi e ospedalieri sul territorio. Vediamo perchè

Virus Ebola

È il centro dell’attenzione mediatica ed è fonte di allarmismi che si stanno velocemente diffondendo in tutto il mondo: parliamo del virus Ebola, il responsabile della terribile epidemia che da mesi sconvolge l’Africa occidentale e che ha iniziato a mietere vittime anche al di fuori del continente nero. Gli ultimi contagi negli Stati Uniti, in più, hanno fatto risaltare tutta la limitatezza delle misure precauzionali adottate per difendersi dal contagio. Scatenando ira ed angoscia in una popolazione già abbondantemente suggestionata dal primo caso del missionario statunitense trasferito d’urgenza dalla Liberia lo scorso agosto.

Mentre anche in Europa, dove al momento sono tre i pazienti accertati, in trattamento, colpiti dal virus, si inizia a diffondere un clima di immotivato timore, assolutamente sproporzionato al rischio, Ma la possibilità che, nel corso degli ultimi giorni, i contagi negli USA sarebbero potuti essere molti di più, fa sorgere un dilemma fondamentale per le strutture ospedaliere: come gestire i materiali ed i rifiuti organici di chi entra in contatto con un virus tanto letale?

Il contagio con il virus può avvenire, in fase sintomatica, esclusivamente attraverso fluidi corporei; ciò vuol dire che è fondamentale un adeguato meccanismo di stoccaggio e distruzione dei rifiuti che sono entrati in contatto con tali liquidi, azioni che possono risultare particolarmente difficoltose anche per i più importanti centri ospedalieri. Certo, strutture come l’Emory University, che trattò uno dei primi casi di statunitensi contagiati, dispongono di disposiitvi, strutture e macchinari capaci di gestire al meglio un’emergenza simile; ma in caso di necessità sull’intero territorio statunitense o europeo, come gestire la faccenda, al netto delle poche eccezioni?

Molti ospedali, infatti, non dispongono di autoclave o inceneritori interni capaci di gestire un elevato numero di rifiuti infettivi, tanto più se contaminati con Ebola; molto spesso tali strutture si affidano a servizi esterni, ma per il trasferimento di materiale da un luogo all’altro – così come dagli appartamenti delle vittime – negli Stati Uniti il Dipartimento dei Trasporti federale ha dovuto rilasciare speciali autorizzazioni affinché volumi così elevati di materiali tanto infettivi potessero solcare le strade. Un esempio che la dice lunga.

Ancora più grave, forse, è la mancanza di preparazione ed addestramento nel gestire le vittime di Ebola ed i rifiuti da esse prodotti. Considerando che gli esperti del settore indicano in 4-6 settimane il tempo necessario per ben istruire operatori al risk management attorno allo smaltimento dei rifiuti pericolosi, pensare di dover insegnare in pochi giorni a centinaia di dipendenti sanitari il modo migliore per gestire situazioni del genere appare quanto meno utopistico, con le gravi conseguenze che si possono immaginare. Da questo punto di vista si è, dunque, già in profondo ritardo.

Il CDC, centro per la prevenzione e controllo delle malattie statunitense, ha pubblicato diverse guidelines per la gestione dei rifiuti sanitari dei pazienti affetti da virus Ebola, ma la strada è certamente ardua da percorrere. Considerando la contagiosità del virus e la possibilità che esso persista per lungo tempo infettivo su superfici contaminate da liquidi corporei infetti, si capisce perché anche le tecniche di sterilizzazione e pulizia fino ad ora adottate in tutte le strutture sanitarie possano apparire limitate. Nonostante gli esperti considerino il virus particolarmente sensibile alla maggior parte dei disinfettanti chimici, rimangono comunque le raccomandazioni di agire con agenti potenti, come se ci si confrontasse con virus dell’influenza o poliovirus.

Ed è qui, insomma, che vien fuori il nocciolo del problema: l’epidemia di Ebola, tenuta per troppo tempo sotto gamba dai governi occidentali, relegata a semplice “fardello” africano, ha velocemente eroso, con i primi contagi oltre il continente, la fiducia e le speranze di chi per troppo tempo aveva preferito ignorare la questione. Così non è affatto anomalo che ci si ritrovi quasi impreparati alla gestione di una patologia tanto letale, con così poche conoscenze e ricerche alle spalle e poche effettive certezze per indirizzare le proprie misure cliniche e gestionali. Un esempio? Che lo si creda o no, non ci sono, al momento, pareri uniformi su quanto il virus possa sopravvivere sulla maniglia di una porta. Come è possibile pensare di adeguare totalmente gli standard sanitari a gestire una eventuale epidemia, se manca un substrato informativo fondamentale?

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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