È Giustizia con la prescrizione?

15/04/2015 di Ludovico Martocchia

Sono centinaia di migliaia i procedimenti penali che finiscono in prescrizione. Un mondo, quello giudiziario, che è capovolto: chi può permetterselo cerca di allungare i tempi del processo fino alla decadenza. Questi i mali della giustizia italiana, una riforma è necessaria.

È di qualche settimana fa la notizia della prescrizione per Luciano Moggi e Antonio Giraudo nel processo Calciopoli. La Cassazione aveva confermato il reato di associazione a delinquere finalizzato a frode sportiva, ma il colpo di spugna è passato ugualmente. Ancora una volta la Giustizia, quella con la G maiuscola, ha fallito. Ciò ha permesso anche all’ex direttore generale della Juventus di affermare: «abbiamo scherzato per nove anni, il processo si è risolto nel nulla, solo tante spese». Chiunque, captando la notizia, potrebbe tranquillamente chiedersi: perché se i campionati sono stati falsati, gli imputati sono stati condannati in appello e non sono stati assolti neanche in Cassazione, allora sono stati prescritti?

La domanda e l’eventuale risposta esulano ovviamente dal mondo marginale del pallone, la questione riguarda la totalità del sistema giudiziario italiano. Un esempio su tutti: processo Eternit, 2000 vittime, prescrizione. Gli ultimi dati parlano da soli, 113 mila procedimenti penali – ripetiamo, penali – sono stati prescritti solamente nel 2012, di cui 39 mila prima della sentenza di primo grado o di appello. Praticamente la giustizia italiana è capovolta, soprattutto a favore di chi può permettersi una strategia difensiva più onerosa, in particolare per i colletti bianchi. Ormai anche chi è perfettamente conscio di essere colpevole, piuttosto che preferire un rito alternativo per ottenere qualche sconto di pena, punta sull’allungamento dei tempi processuali per arrivare alla prescrizione. Tutto ciò è possibile grazie alla Legge ex Cirielli del 2005 sull’accorciamento dei tempi di decadenza, redatta sotto il governo Berlusconi.

Ora si sta cercando di rimediare. Negli stessi giorni in cui Moggi e Giraudo sono stati prescritti, alla Camera è passato il ddl sulla prescrizione. Hanno votato a favore Pd, Fdi-An, Scelta Civica, Alternativa Libera. Astenuti M5S, Sel e Ncd-Udc. Contrari Forza Italia e Lega Nord. Nel marasma generale, tra Alfano e i grillini che annunciano battaglia al Senato, una timida riforma è stata approvata (naturalmente solo in prima lettura). La prescrizione sarà interrotta dopo una condanna in primo e secondo grado. Interrotta rispettivamente per due anni nel primo caso, per uno solo dopo la sentenza d’appello. È questo il vero punto debole del disegno di legge, oltre al braccio di ferro nel governo per quanto riguarda i tempi.

Alla fine, girandoci intorno, la rogna è sempre la stessa: prescrizione fa rima con corruzione, in tutti i sensi. Secondo l’ultimo rapporto della Commissione Europea del febbraio 2014, i procedimenti per corruzione estinti nel nostro paese equivalgono al 10 per cento l’anno, rispetto ad una media europea che va dallo 0.1 al due per cento. Inoltre nelle carceri italiane si contano soltanto 11 accusati per corruzione, 26 per concussione, 46 per peculato e 27 per abuso d’ufficio aggravato. D’altronde L’espresso intitolava qualche mese fa: “In Italia potente è uguale impunito”. La prescrizione è una manna dal cielo per i corruttori. E pensare che in Francia e Germania si interrompe non appena l’autorità incomincia l’indagine, mentre in Gran Bretagna neanche esiste. Certo, la prescrizione può rappresentare un diritto per non sottostare ai tempi impossibili della giustizia italiana, ma così come formalizzata rappresenta solo una scappatoia per chi può permetterselo.

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Ludovico Martocchia

Nato e cresciuto nella periferia romana. Ha frequentato il Liceo Scientifico Francesco D'Assisi, ora studia Scienze Politiche alla Luiss. Da sempre appassionato di politica, si interessa anche di filosofia, storia, economia e sport. Ma prima di ogni cosa, libero pensatore.
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