È già finito l’effetto del Quantitative easing?

12/05/2015 di Alessandro Mauri

La volatilità sui mercati dimostra che il Quantitative easing non ha più effetti? In realtà inflazione e Grecia pesano più della Bce

Europa

Nonostante gli ingenti acquisti di titoli da parte della Bce, le borse e i mercati dei titoli di Stato si stanno dimostrando piuttosto nervosi, e l’effetto del Quantitative easing (Qe) sembra già essere finito, ma sarà davvero così?

Rendimenti in aumento – Se da un lato ci si poteva aspettare che il prezzo dei Titoli di Stato avesse ormai da tempo raggiunto i livelli massimi, anche tenendo in considerazione gli effetti del Qe, dall’altro il repentino aumento dei rendimenti di tutti i titoli pubblici dell’Eurozona (dal Bund tedesco ai Bonos spagnoli e i Btp italiani) che si è palesato in questi giorni non era altrettanto scontato. I Btp per esempio sono passati dai minimi di rendimento attorno all’1,2% fino a quasi il 2%, rientrando negli ultimi giorni attorno all’1,8%. In situazioni normali questi avrebbero comportato un aumento simmetrico dello Spread sui titoli di Stato tedeschi, ma ciò non è avvenuto, in quanto, come detto, tutti i rendimenti dei titoli sono in aumento, il che significa che gli investitori non stanno semplicemente dirottando le risorse da titoli considerati più volatili (i Btp) a titoli considerati più sicuri (i Bund), bensì si stanno allontanando dal settore pubblico europeo. Questo può solo in parte essere spiegato dai timori sull’esito delle trattative tra Grecia ed Eurogruppo (che si scaricano invece con maggiore forza sulle borse), mentre buona parte delle motivazioni di questo comportamento dei mercati è da ricercare nelle aspettative circa l’inflazione futura.

La risalita dei prezzi – L’obiettivo della Bce, espressamente indicato nei trattati sul funzionamento dell’Unione europea, è quello di mantenere la stabilità dei prezzi, identificata con un aumento dell’indice dei prezzi al consumo atteso nel medio periodo per un valore vicino ma inferiore al 2%. Proprio per allontanare lo spettro della deflazione, la Bce ha lanciato il Quantitative easing. Il recente aumento del prezzo del petrolio, pur se molto meno significativo del crollo degli ultimi mesi, unito alle migliorate prospettive di crescita dell’economia dell’Eurozona, ha spinto l’inflazione attesa a due anni dall’1,5% di qualche settimana fa all’1,8%. Questo valore è molto vicino all’obiettivo dichiarato dalla Bce, per cui tra gli investitori si è fatta larga l’idea che, sotto la spinta della Bundesbank (sempre timorosa di qualsiasi spinta inflazionistica), Francoforte possa iniziare a ridurre gli acquisti di titoli ben prima di settembre 2016, come invece prefigurato all’inizio del Qe. L’aumento dell’inflazione inoltre spinge gli investitori a richiedere tassi di interesse più elevati, proprio per coprire l’aumento generale dei prezzi, il che contribuisce a spingere i rendimenti a livelli al di sopra dei minimi raggiunti di recente.

Effetto già finito? – Quindi dopo soli 2 mesi dalla sua implementazione, il Quantitative easing ha già smesso di avere un’influenza rilevante sui mercati? In realtà non è ancora dato sapere. Innanzitutto occorre precisare in che modo le misure intraprese dalla Bce abbiano iniziato ad avere una certa influenza sui mercati, e specialmente su quello dei titoli di Stato, ben prima del loro effettivo lancio, secondo il vecchio adagio degli investitori per cui occorre “comprare sulle notizie”, cioè anticipare le mosse delle autorità per poter ottenere maggior profitto. Dunque in gran parte i mercati avevano già scontato il Qe, cioè i prezzi al momento del lancio degli acquisti di titoli già riflettevano in larga parte gli effetti di questa operazione. In secondo luogo ci sono due validi motivi per non eccedere nell’acquisto di titoli o di azioni dell’area Euro: il possibile default della Grecia e l’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea in seguito al referendum annunciato per il 2017.

Grexit e Brexit – Per quanto riguarda la Grecia, il discorso è piuttosto noto, ma un punto di arrivo sembra essere ancora piuttosto lontano. Il fatto che Atene sia riuscita a ripagare i 750 milioni di euro che doveva al Fondo Monetario Internazionale, senza bisogno di ottenere aiuti esterni, ci permette di essere più ottimisti sul tempo che rimane al governo greco prima di alzare bandiera bianca. Questo potrebbe dare spinta agli accordi tra Grecia ed Eurogruppo sulle riforme da attuare e sulla tranche di aiuti da concedere ad Atene. Le voci che volevano un possibile referendum da proporre ai greci per accettare o meno le condizioni imposte dall’ex-Troika sembra invece perdere di consistenza dopo le smentite del ministro dell’economia, Yanis Varoufakis. Molto più concreto è invece il referendum che la Gran Bretagna si appresta a votare nel 2017: tra i punti di programma che hanno favorito la riconferma del premier uscente David Cameron c’è proprio la consultazione sulla permanenza o meno del Regno Unito all’interno dell’Unione europea. Le opinioni sull’effetto di un’eventuale Brexit sull’economia britannica e su quella dell’Ue sono abbastanza contrastanti, e probabilmente il tutto si concluderà con un accordo per impedire l’uscita dall’unione di Londra, ma i mercati stanno scontando anche questa possibilità.

In conclusione, le prospettive di crescita per l’Europa sono abbastanza buone, sicuramente migliori a quelle di qualche tempo fa, ma l’incognita della Grecia pesa ancora troppo per poter lasciare definitivamente alle spalle una crisi infinita, anche sui mercati.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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