… e acqua ritornerai: l’epica di Heart of the Sea

13/12/2015 di Emanuele Bucci

Nel nuovo film di Ron Howard, più ancora dei divi, delle navi e delle balene conta la potenza simbolica dell’acqua; ma in questo racconto del naufragio che ha ispirato Moby Dick emergono anche temi, demoni e prospettive del kolossal americano.

Heart of the Sea, Ron Howard

C’è un momento, nell’epopea “dietro l’epopea” cantata da Heart of the Sea, ll’ultimo film di Ron Howard, in cui persino lo sguardo e il cuore del più smaliziato tra gli spettatori farebbero fatica a restare indifferenti: una distesa d’acqua piatta, immensa, luminosa ma di una luce che la tinge di una sfumatura inaspettata, dove prevale il verde sull’azzurro. È un’immagine dove la serenità e la catastrofe, la vita e la morte si confondono, perché la catastrofe e la morte coincidono proprio con quella  tranquillità splendente della natura: siamo nella “zona delle calme”, ci informa la voce narrante, ossia in quella parte del pacifico che è “più un deserto che un oceano”. Col deserto ha in comune il senso di desolazione, di isolamento e impotenza, che grava su chi, come i protagonisti galleggianti sulle scialuppe, deve muoversi verso la terra che potrebbe restituirli alla vita. Ed ecco allora che, per quegli uomini scampati al naufragio, la condanna non è sancita dalla pinna della creatura marina che ha distrutto la loro nave; ma da quella distesa immensa e onnipotente, dove il caos di una tempesta e la calma immobile possono diventare altrettante sentenze di vita o di morte.

Il vero protagonista di Heart of the Sea non è affatto la celebre balena bianca a cui richiama il sottotitolo italiano. Protagonisti non sono nemmeno il primo ufficiale Owen Chase (Chris Hemsworth) o il capitano Pollard (Benjamin Walker), né tantomeno il giovane Herman Melville (Ben Whishaw), che raccoglie la storia di quei marinai e del loro naufragio sulla baleniera Essex dal dialogo con l’ultimo superstite della tragedia. Il protagonista assoluto è il mare, o in senso ancora più ampio l’acqua, di cui tanto la balena quanto gli uomini sono manifestazioni, figli in lotta nello stesso ventre materno: fedele alle sue origini e quasi umile nella sua potenza devastatrice la balena, ribelle e velleitaria la prole umana, nel suo tentativo di sfruttare e dominare qualcosa di troppo più grande. Che l’elemento acquatico sia il centro epico e poetico del film lo dimostra il primo piano più struggente e rivelativo: quello di un Cillian Murphy agonizzante ma colto in un momento di serena consapevolezza del proprio destino, dove l’azzurro chiaro degli occhi risalta nel volto pallido e fragile, quasi a riconciliarlo con l’azzurro che ha mosso il suo viaggio e posto fine ad esso.

L’epopea americana, lo ricorda l’ultima didascalia del film, si fonda su un testo come Moby Dick di Herman Melville. Confrontarsi col libro di Nathaniel Philbrick In the Heart of the Sea, basato su quel naufragio della Essex che ha ispirato lo stesso romanzo di Melville, significa allora per il cinema americano confrontarsi con le proprie origini; con la sua capacità, ieri e oggi, di costruire una narrazione epica, anzi, la propria narrazione epica. E in effetti, forse ancora più che nella terra dei western e nello spazio dei vascelli stellari, è nel viaggio attraverso il mare (migrato dalla letteratura al cinema) che l’immaginario americano ha espresso il racconto eroico di sé, delle proprie origini e delle proprie contraddizioni.

Heart of the SeaIl film di Ron Howard, non a caso, tocca consapevolmente o meno tutti i nodi chiave di quella narrazione, nodi che hanno nell’acqua il punto simbolico di convergenza. L’acqua è frontiera da attraversare, l’acqua mette in gioco, nella conquista di un obiettivo comune (e della sopravvivenza) origini e culture diversissime: quella aristocratica del capitano Pollard, che vede nella famiglia di appartenenza un valido motivo di autorità e privilegio, e quella individualista rappresentata dal primo ufficiale Chase, che a dispetto delle origini da “campagnolo” vuole fare carriera in virtù dei meriti acquisiti come baleniere. L’acqua è scambio, commercio, fortuna economica: il preziosissimo olio di balena, precursore esplicito del petrolio, muove aziende e personaggi senza scrupoli, che dirigono e riscrivono a loro piacimento la Storia per adattarla alle logiche del profitto. L’acqua spinge gli uomini al limite (conoscitivo, morale, e anche fisico), muovendoli nei loro istinti più elevati e più bassi, che sprofondano gli uni negli altri quando il desiderio di scoprire, di costruire un futuro per sé e per i propri cari, diventa brama di possedere, di accumulare, di dominare.

Ma c’è anche qualcosa di più, in una storia e in un film come questo: c’è, nella struttura narrativa di Heart of the Sea, l’ultimo e oggi principale demone dell’epica cinematografica americana: la paura di aver esaurito ciò che si poteva dire, mostrare, cantare, almeno sullo schermo, almeno su quello grande e immerso nel buio della sala. Una paura fin troppo evidente nella proliferazione di remake, riscritture e rifacimenti di miti antichi e moderni, sequel di storie (e di film) ad anni e decenni di distanza. E allora, narrare con un film come questo l’origine della propria epica può significare davvero che si è arrivati al punto di non ritorno, alla chiusura del cerchio, ma non solo: c’è, forse, il tentativo di ritrovare il senso, il cuore di quell’epopea, mettendone in scena la fondazione.

Un tentativo rappresentato dalla continua alternanza tra la vicenda dei naufraghi della Essex e il racconto di quei fatti che l’ormai anziano superstite condivide con Melville/Whishaw. Proprio questa parte del film è forse quella meno efficace: scontata l’evoluzione del rapporto tra i due personaggi e la loro caratterizzazione, da un lato lo scrittore acerbo destinato a meritata gloria, dall’altro il marinaio indurito dalla tragedia che esce dal proprio silenzio. Nei salti temporali e di atmosfera su queste due figure la narrazione epica si interrompe per rappresentare (inconsciamente?) la sua stessa ansia, quella di doversi ri-narrare dalle origini per riscoprire se stessa.

È invece nella storia dentro la storia che il film di Howard offre i suoi momenti più intensi e memorabili; in particolare quando la spettacolarità delle burrasche e degli scontri tra uomini e cetacei cede il passo a brani solo apparentemente di pausa e di attesa, dove invece l’acqua e i corpi dei suoi figli disperati raggiungono il vertice della loro potenza espressiva: momenti come le inquadrature citate all’inizio, oppure la breve, cruda discesa nella testa della balena uccisa per estrarne il prezioso olio, corpi che saccheggiano altri corpi e che conosceranno presto l’amaro contrappasso. E ancora, la predilezione della regia per una macchina da presa che “naviga” sul pelo dell’acqua, che si immerge e riemerge convulsamente, che sottolinea la sua presenza attraverso i riflessi e gli schizzi delle onde. Forse proprio in questi momenti e soluzioni, perle sparse nel cuore del film, si svela la possibilità di un genere e di un cinema di emozionare ancora, di attingere nuova linfa dal viaggio dentro le proprie origini. Da questi guizzi di intensità e verità il cinema hollywoodiano può forse estrarre la chiave per continuare a navigare ancora a lungo, senza temere di affondare nell’oceano burrascoso e piatto della comunicazione odierna.

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Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
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