Durare non fa rima con fare: un problema di legislazione

29/11/2013 di Federico Nascimben

Dal nuovo voto di fiducia al Governo Letta uno spunto di riflessione sulla cultura italiana del produrre leggi e sulle sue conseguenze

Il Quirinale ha annunciato che “ci sarà senza dubbio un passaggio parlamentare che segni la discontinuità politica tra il governo delle larghe intese e il governo che ha ricevuto la fiducia sulle legge di stabilità. Le forme e i tempi di tale passaggio saranno oggetto di una consultazione del Presidente della Repubblica con il Presidente del Consiglio“. Avremo modo di vedere nelle prossime settimane se ci saranno novità, ma con ogni probabilità il Governo Letta – con o senza rimpasto – si reggerà su una maggioranza di circa 10 Senatori. L’Italia non ha certamente bisogno di un esecutivo che continui a vivacchiare, o del proseguimento della stagnazione politica che si prolunga da febbraio: due mesi senza Governo e altri sette con una presenza puramente formale. Niente riforme, solo tante leggi frutto di un compromesso sempre al ribasso, come da peggior tradizione italiana a cui siamo da sempre abituati. Ma approfondiamo l’argomento.

I Governi Berlusconi – Partiamo dall’uomo che ha segnato la storia di questi ultimi vent’anni. L’ormai (quasi) ex Cavaliere è stato Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana (1995-1995; 2001-2006; 2008-2011) per 3340 giorni, ovvero poco più di 9 anni, contribuendo alla redazione di “1028 leggi, 524 decreti legislativi, 525 decreti legge, 1730 decreti del presidente del Consiglio“. Nonostante abbia goduto di maggioranze parlamentari sempre più ampie e coese nel corso dei suoi quattro Governi, Berlusconi ha sempre denunciato il fatto che la mancanza di grandi riforme fosse dovuta ad opposizioni all’interno della coalizione (e a quella dei cittadini nel 2006), ma – come si può notare – il numero di provvedimenti complessivamente emanati è addirittura superiore ai giorni di Governo.

Governo stabilità, riforme, legislazione
Il Parlamento ha approvato oltre 22 mila leggi dal 1946 ad oggi.

Prima Repubblica e Comitato per la Legislazione – Quanto esemplificato in precedenza non è certo un’eccezione nella storia repubblicana, visto il quantitativo di leggi approvate nel corso della Prima Repubblica – la maggior parte delle quali c.d. “microleggi” dal contenuto favoritistico -, tant’è che per rimediare alla situazione creatasi nel corso degli anni si è addirittura sentito il bisogno di dar vita al Comitato per la Legislazione alla Camera, il quale ogni anno produce interessanti rapporti, ma rimane privo di reali poteri.

Leggi per tutto e per tutti… – Soprattutto oggi, la nostra classe dirigente segue la c.d. politica dell’annuncio, essendo priva delle necessarie risorse pubbliche. Ma nel 1979 Giannini parlava di “grida in forma di legge” proprio per indicare questa tendenza italiana alla sovrapproduzione legislativa per motivi di convenienza elettorale. Mentre Ainis, qualche mese fa, puntava il dito contro gli adempimenti normativi che molti provvedimenti richiedono, rimanendo nei fatti vuoti, come le 490 norme “lasciate ai posteri” dal governo Monti. A questo fattore si aggiunge la tendenza a giuridificare qualsiasi cosa (si veda, da ultimo, il decreto sul femminicidio), naturalmente accompagnata dalla consueta norma di deroga (63 mila in totale).

…e scritte in maniera incomprensibile – Tutto questo ha dato vita alla bellezza di 21.691 leggi secondo la Commissione Pajno (ma il dato è aggiornato al 2007), alle quali si aggiungono più di 30 mila leggi regionali, quelle delle due provincie autonome (oltre 2 mila solo per Bolzano) e 70 mila regolamenti. Aggiungiamoci pure i 35 mila reati e siamo al completo. Se poi, inoltre, vogliamo aggiungere la prolissità con la quale scriviamo i nostri testi normativi non fatichiamo a dar ragione a Seneca (“la legge dev’essere breve, affinché possa comprenderla pure l’inesperto“), Placito (“quando le leggi sono troppe, la Repubblica è corrotta“), oppure ad Adam Smith (“l’imposta che ogni cittadino e’ tenuto a pagare deve essere certa e non arbitraria. La somma dovuta, il tempo e le modalità del pagamento debbono essere chiari e semplici per il contribuente e per chiunque altro“); e non ci sorprendiamo se, per rimanere in tema fiscale, coloro i quali sono chiamati a domare questa complessità, i commercialisti, tra gli altri motivi, scioperano anche a causa di ciò.

Insomma, come già più volte scritto, se questo Paese non riesce innanzitutto a mettersi d’accordo su un insieme di regole che dettino la disciplina di base delle diverse materie (fisco, ambiente, istituzioni ecc.), saremo costretti ad andare avanti di questo passo, in cui quantitativamente cambia tutto, ma qualitativamente non cambia nulla. Altrimenti bisognerà dare ragione a chi dice che “il rischio è di arrivare ad una conclusione sconsolante: che alcuni popoli sono antropologicamente incapaci di gestirsi“.

The following two tabs change content below.
Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
blog comments powered by Disqus