Droni, lo stress psichico dei “piloti chirurghi”

20/06/2015 di Laura Caschera

L'uso dei droni in guerra doveva servire a ridurre, oltre alle perdite, anche i problemi psichici dei militari coinvolti nel loro uso. Le ultime ricerche hanno dimostrato che non è così. Dunque, oltre alle innumerevoli vittime civili dovute all'uso delle ultime tecnologie, si sta sviluppando nell'esercito statunitense anche il problema dello stress post-traumatico dei piloti di droni che sbagliano obiettivo.

Se fino a pochi anni fa il solo pensiero di una guerra telepilotata da fredde cabine lontane dai crudi campi di battaglia sembrava quasi fantascienza, oggi tutto questo è possibile, grazie (oppure dovremmo dire “a causa”) dell’utilizzo dei droni come sistema di offesa. Siamo distanti dalle immagini di film come “Top gun”, dove gli occhi del pilota che stava rischiando la vita incontravano quelli del nemico, impegnato nell’identica operazione, in un crescendo di adrenalina. Oggi la guerra “chirurgica”, asettica, portata avanti quasi a suon di bisturi voluta da Barack Obama sembra tutto fuorchè un comodo gioco da play station. Infatti, lo scenario deluderà chi pensa che, dal momento che il soldato non è più in prima linea, in trincea, e non guarda negli occhi il suo nemico, dovrebbe soffrire in misura minore per gli attacchi che è costretto a portare a segno, al solo scopo di permettere al proprio paese di guadagnare punti.

Tutto è in realtà diverso da come i più avevano previsto. Il Presidente degli Stati Uniti aveva promesso di ritirare un vasto numero di truppe di terra da Afghanistan e Iraq, sostituendo i soldati sul territorio con le rigide e meccaniche azioni di piloti chiusi nelle basi militari nel cuore del Nevada, nella speranza che ciò potesse garantire non solo più sicurezza ai militari impiegati nelle “missioni di pace”, ma anche a salvaguardare la loro salute mentale, per evitare il riproporsi delle “follie post-Vietnam”. Ma, ad oggi, qual è lo stato  psichico dei piloti dei droni statunitensi? Secondo Deane-Peter Baker, professore di etica militare alla Defence Force Academy di Canberra, i droni sarebbero figli di un’ epoca dallo stesso definita come “post- eroica”, sarebbero cioè in grado di mettere in crisi l’essenza e la stessa identità di chi combatte, insieme con i valori militari. Il Professore ha dichiarato, in un’intervista a “La Repubblica”, come combattere in assenza di un pericolo concreto sarebbe frustrante, in quanto, “l’uso di droni non prevede eroismi”. Il coraggio, uno dei valori fondamentali per chi combatte, non serve più, lo stesso linguaggio militare è cambiato, si parla infatti ora di “operazioni chirurgiche”, con terminologie tali da richiamare il freddo delle sale operatorie, non di certo il clima di tensione, caldo e insopportabile, degli scenari di guerra.

Il vero problema dei conflitti che vedono i droni protagonisti è l’invisibilità del nemico, non c’è più istinto di sopravvivenza, non esiste più l’”homo homini lupus”, non si uccide più per vivere. Ed è proprio questo che manda fuori strada il sistema psichico dei soldati, che si trovano a fronteggiare un nemico che, concretamente, non sanno nemmeno perché dovrebbero abbattere, senza contare poi i numerosi errori della “guerra chirurgica”, non ultima l’uccisione del nostro cooperante Giovanni Lo Porto, colpito a gennaio da un drone USA in Pakistan. Infatti, se è vero che, adesso come non mai, l’esercito americano ha portato a segno l’eliminazione di moltissimi nemici in pochissimo tempo, smantellando tasselli cruciali di organizzazioni terroristiche come Al Qaeda, primo fra tutti il numero due mondiale Nasser al-Wuhayshi, considerato una delle menti dell’attacco terroristico del gennaio scorso alla redazione di Charlie Hebdo, si moltiplicano però gli allarmi, come quello lanciato dal colonnello Cluff, comandante del 432esimo stormo della Us Air Force. Cluff infatti, ha sottolineato come, giorno dopo giorno, vengano a mancare piloti capaci di guidare droni a così tante miglia di distanza, e per questo motivo, i raid dovranno veder limitata la propria intensità.

Il problema grave, che è stato per troppo tempo sottovalutato, è il seguente: perché non si sono analizzate le concrete conseguenze del dover combattere una guerra “al computer”? Infatti, i sintomi accusati dai piloti dei droni sono gli stessi lamentati dai soldati vigili sul campo di battaglia, ovvero: stati di angoscia, depressione e stress post-traumatico. La questione è che troppo spesso questi aerei robot, con la loro quasi schizofrenica precisione, non riconoscono gli obiettivi, e spesso mietono innocenti vittime civili, colpevoli solo di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. La coscienza del pilota reagisce, allora, chiedendosi se, nel caso si fosse trovato a pilotare direttamente un velivolo, avrebbe potuto risparmiare quelle vite. Ma, anche la stessa uccisione di terroristi rischia di creare più caos che altro nell’area del già malandato Medio Oriente. Infatti, l’eliminazione di personalità senza dubbio sgradevoli, come al Wuhayshi, rischia di far perdere di mira il vero pericolo, il sedicente Califfato islamico, e di destabilizzare ancora di più la situazione, già gravemente compromessa.

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Laura Caschera

Nasce a Roma nel 1990. Si diploma al Liceo Classico “Luciano Manara” e nel 2014 si laurea in Giurisprudenza presso la facoltà “Roma Tre”. Coltiva da tempo la passione per l'arte, la musica e lo spettacolo. Ha frequentato la scuola romana di teatro “Teatro Azione”
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