Dow Jones: molto più di un indice

20/09/2014 di Luca Cazzaniga

A chi non è mai capitato, sfogliando le pagine di un giornale finanziario, di leggere del noto Dow Jones Industrial Average 30 o, più semplicemente, Dow Jones 30?

Dowjones, indice e mercato

Il famoso indice azionario misura la performance di un paniere composto da 30 Blue Chips quotate sul New York Stock Exchange e viene considerato tuttora da molti analisti un utile indicatore del mercato azionario americano, nonostante la sua nascita risalga a più di cento anni or sono e la sua composizione venga ritenuta da alcuni non abbastanza rappresentativa. Basti pensare infatti che gli indici S&P-500 e NASDAQ-100 (come suggeriscono i nomi) contengono un numero decisamente più rappresentativo del mercato azionario.

Correva l’anno 1884 quando Charles Dow pubblicò sul quotidiano Customer’s Afternoon Letter (che divenne dopo pochi anni The Wall Street Journal) la prima versione dell’indice, composto allora da undici titoli. Passarono solo tre anni e lo stesso Dow apportò una modifica suddividendo l’indice in due parti. Un indice detto Dow Jones Industrial Average, contenente solo titoli industriali e l’altro, Dow Jones Transportation Average, contenente solo titoli di società operanti nel settore dei trasporti. A questi si aggiunse nel 1929 il Dow Jones Utility Average. Gli indici hanno subito nel tempo (e subiscono tuttora) un continuo aggiornamento delle loro componenti per stare al passo con il continuo mutare dei mercati.

Gli ultimi 10 anni di Dow Jones 30. Fonte: ProRealtTime.com
Gli ultimi 10 anni di Dow Jones 30.
Fonte: ProRealtTime.com

La sua prima ipotesi era che gli indici scontino tutto, ossia che i prezzi delle azioni riflettano già tutte le informazioni disponibili (passate, presenti e future) e che quindi siano la fonte informativa primaria per determinare la tendenza del mercato. Tale regola si basa sull’ipotesi che ciò che muove i prezzi siano solo domanda e offerta, e che sia inutile osservare cosa condizioni questi due fattori, ma molto più producente osservare il loro manifestarsi sulla dinamica dei prezzi.

La sua osservazione più importante, condivisa dalla quasi totalità degli analisti tecnici, è che il mercato si muova seguendo un trend non lineare: in un trend al rialzo, il prezzo segna un massimo per poi tornare sui suoi passi e formare un minimo; successivamente la spinta della domanda riporterà i prezzi a formare un nuovo massimo e così via. Cosa opposta accade invece in un trend ribassista.

Charles Dow identificò tre tipologie di tendenze differenti in base al diverso orizzonte temporale:

1 – Primary trend la cui durata si estende oltre l’anno;

2 – Secondary trend che ha durata da tre settimane a tre mesi;

3 – Minor trend che ha durata inferiore a tre settimane.

Inoltre, diede un nome alle diverse fasi in cui il primary trend poteva trovarsi, fondamentali per capire le dinamiche di borsa:

1 – La prima fase, detta di accumulazione, vede la partecipazione degli investitori bene informati (le c.d. mani forti), che comprano a prezzi bassi quando le informazioni economiche sono agli estremi negativi e si è disposti a vendere a prezzi stracciati;

2 – La seconda fase, detta di partecipazione pubblica, vede l’entrata nel mercato di investitori accorti e traders che individuano l’inizio del trend; è accompagnata da un miglioramento dei dati economici;

3 – L’ultima fase, detta distributiva, vede le mani forti vendere a prezzi alti agli ultimi arrivati; è caratterizzata da notizie ottime, euforia e forte partecipazione che causano la fine del trend perché nessuno spinge più il prezzo al rialzo, in quanto è solo e sempre la domanda a far salire i prezzi, e quando tutti sono dentro nessuno è rimasto fuori per comperare.

Il Dow Jones 30 durante il trend ribassista del 2007-2009 e il successivo rialzo. Fonte: ProRealtTime.com
Il Dow Jones 30 durante il trend ribassista del 2007-2009 e il successivo rialzo.
Fonte: ProRealtTime.com

Dow introdusse anche il concetto di convergenza/divergenza, in quanto notò che gli indici Industrial e Transportation dovessero raggiungere entrambi nuovi massimi affinché il mercato potesse essere considerato effettivamente al rialzo. In sostanza, egli capì che così come i singoli strumenti di una orchestra devono suonare all’unisono per una buona sinfonia, le due componenti principali del mercato dovessero dare indicazione concordi di salute e crescita dell’economia.

Il principio di convergenza può essere anche applicato per lo studio del volume degli scambi, ossia il numero di azioni che in un periodo passa di mano. Infatti, volendo misurare la partecipazione del pubblico, il volume è una buona misura dell’interesse che il mercato ha per una determinata azione, quindi in un trend rialzista deve aumentare durante i rialzi e contrarsi durante le correzioni. Per esempio, se un azione ha buone possibilità di apprezzarsi, gli investitori accorreranno in massa a comperare e quindi ci saranno alti volumi e i prezzi raggiungeranno un massimo. Successivamente i prezzi rintracceranno per formare un minimo, ma se l’azione ha ancora buone possibilità di apprezzarsi, pochi investitori venderanno le proprie azioni perché credono di poter ancora guadagnare, quindi il volume sarà più contenuto. Studiando il volume quindi si può capire quando un trend è giunto alla fine, ossia quando un rialzo è accompagnato da volumi bassi, che significano che sempre meno investitori credono che l’azione si apprezzerà ulteriormente.

Individuò, infine, un concetto chiave, ossia la persistenza del trend. Tale regola prevede che un trend è al rialzo finché non si verifica una condizione strutturale che faccia cambiare idea agli investitori. Quindi è necessario che, come prima cosa, i prezzi falliscano il raggiungimento di nuovi massimi e questo significa che gli investitori non sono più disposti a comperare a prezzi più alti di quelli correnti. Successivamente, i prezzi segnano un minimo inferiore al precedente, il che significa che gli investitori sono disposti a vendere a prezzi più bassi. Questo significa che le aspettative generali degli investitori sono cambiate.

La teoria di Dow è stata in grado di cogliere tra il 1920 e il 1975 il 68% dei movimenti principale dell’indice stesso, dimostrando la sua validità nel cogliere non tanto la miglior profittabilità possibile, ma il movimento più importante del trend primario del mercato azionario. Il suo indice, anche se frutto di numerose e continue modifiche, è utilizzato non solo come indicatore di mercato, ma anche come sottostante per futures e per opzioni, a dimostrazione della sua utilità. Senza considerare come sia stato lo studioso ad aver gettato le basi per numerosi e futuri studi dell’analisi tecnica. Disciplina divenuta fondamentale e determinante nelle scelte di investimento, e che attira sempre più attenzioni da parte dei media, quotidiani finanziari e primarie istituzioni. Basti pensare come, nel 1995, la stessa Federal Reserve Bank di New York pubblicò un report interno sullo studio dell’analisi tecnica, evidenziandone la validità statistica e la capacità di generare profitti significativi nel tempo.

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Luca Cazzaniga

Nato a Varese nel 1991, laureato in Economia e Management presso l’università degli studi dell’Insubria di Varese, dove è attualmente specializzando in Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari. Vincitore per tre anni consecutivi della borse di studio per studenti meritevoli stanziata dalla CCIAA di Varese. Socio aggregato presso la Società Italiana Analisi Tecnica. Ha superato il primo livello per il conseguimento del titolo CFTe, riconosciuto dalla International Federation of Technical Analysts.
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