Donne, Imprese e parità di genere: quali prospettive per il paese?

24/10/2015 di Redazione

Nell’ambito della collaborazione con TIA Formazione, pubblichiamo la cronaca del convegno riguardante il progetto finanziato dalla Commissione Europea "Women Mean Business and Economic Growth", per capire meglio lo sviluppo della legislazione e le prospettive che una maggiore parità di genere danno alle donne e al nostro paese.

Il 23 ottobre 2016, presso la “Sala Polifunzionale” della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si è svolto l’annuale convegno riguardante il progetto “Women Mean Business and Economic Growth” finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del programma “progress” e coordinato dal dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Gli elementi di contrasto che impediscono alle donne di raggiungere posizioni di top management costituiscono un problema in diversi stati europei, ma in alcuni, il problema è decisamente più difficile da neutralizzare. Dati alla mano, è piuttosto immediato capire che la situazione italiana sul fronte dell’uguaglianza di genere è estremamente arretrata, essendo al 69esimo posto su 142 paesi, secondo il Global Gender Gap stilato da World Economic Forum. Per ovviare ad un tale divario, il governo italiano si sta adoperando per una maggiore rappresentanza delle donne nei consigli di amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate e delle società pubbliche e in particolare, questa “rivoluzione” è iniziata nel 2011 con la legge Golfo-Mosca (dal nome delle prime firmatarie) la quale stabilisce che nelle suddette società, il genere meno rappresentato (le donne) debba riservare una quota pari ad almeno un quinto dei propri membri. Ma i passi in avanti non finiscono di certo qui: a tal proposito è intervenuto il Prof. Claudio De Vincenti (Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri) il quale ha affermato che proprio in questi mesi il governo italiano ha varato delle norme affinché la firma delle “dimissioni in bianco” non sia più legale, per preservare soprattutto, le donne che al cruciale momento della maternità si trovano molto spesso ad essere costrette ad abbandonare l’occupazione. Inoltre il Professore, fa presente che al momento il 31% dei parlamentari sono donne e questo è stato possibile perché al momento delle votazioni, alcune liste hanno optato per una rappresentanza di genere al 50%. Tutte queste nuove direttive hanno fatto sì che la crescita in questo settore si sia sviluppata anche oltre le aspettative, infatti, insieme alla Francia, l’Italia ha registrato il maggior progresso nel minor tempo. Successivamente prende la parola Maria Silvia Sacchi del Corriere della Sera, che intervista proprio le prime due firmatarie delle legge: Lella Golfo e Alessia Mosca.

M.S. Sacchi: “La legge sta andando come immaginava? Cosa bisogna fare una volta terminata la sperimentazione di questa norma?”

L. Golfo: “Prima di tutto, ci tengo a ricordare quanto sia stata travagliata l’approvazione di questa legge, molte persone ci remavano contro, per esempio la Banca d’Italia supponeva che per una parità di genere sarebbero stati necessari almeno 50 anni: era dunque, un muro che non si riusciva ad abbattere. Le cose poi, sono andate bene e ad oggi, dal mio osservatorio della Fondazione Marisa Bellisario, sono estremamente ottimista, i risultati riportano dati che superano ogni previsione, siamo al + 33%. Ogni volta che un’azienda condivideva la nostra legge, mandavamo loro un attestato rosa, e gli amministratori delegati ci rispondevano non solo ringraziandoci, ma anche motivando il valore innovativo che avevano apportato all’azienda. Infatti sono quasi certa che non ci sia bisogno di rinnovare questa legge nel 2016 perché questa “rivoluzione culturale” a mio avviso, ha già preso piede, proprio perché le aziende hanno potuto sperimentare quanto sia importante avere donne nelle questioni decisionali.”

M. S. Scacchi: “A che punto è la direttiva europea?”

A. Mosca: “Innanzitutto ringrazio chi continua a tenere acceso l’interesse su questo tema che riguarda l’Europa e non solo. La nostra sfida ora, è proprio quella di far approvare all’UE questa direttiva in seno al successo riscontrato dall’Italia. Il Parlamento europeo insiste sull’importanza di sbloccare questa normativa, che al momento non può essere varata a causa del non consenso di grandi stati membri quali la Germania e l’UK, e l’accordo in questo caso è necessario. Le quote non vogliono essere un fine, ma un mezzo, ed è fondamentale definirle come principio accettato stabilmente. E’ necessario fare questo passo in avanti non solo a livello esecutivo ed amministrativo ma estenderlo anche al regime delle organizzazioni private affinché esse non impediscano di perseguire la carriera lavorativa di una donna, che si troverà ad avere, prima o poi, delle “incombenze” familiari. Vi chiedo dunque di lavorare insieme per raggiungere nuovi traguardi.”

Come spesso accade, al fianco delle politiche, esiste un partner scientifico che attraverso ricerche e studi, mostra quanto, effettivamente, un tale questo progetto sia o più o meno virtuoso. E’ l’università Bocconi di Milano ad occuparsi della causa-effetto di questa norma: Paola Profeta dirige insieme ad un valido team gli studi in materia di gender equality, ed è proprio lei a indicare i frutti di questa ricerca, la quale dimostra che questa legge ha dato vita a un rinnovamento benefico e radicale, vista la situazione poco felice da cui partiva l’Italia. Fondamentalmente i grandi traguardi sono 5:

– il superamento del target previsto dalla legge;

– il ringiovanimento del personale;

– livello di istruzione più alto, frutto di una selezione dei candidati minuziosa;

– la diminuzione delle presenza di persone delle stessa cerchia familiare (nepotismo);

– diminuzione del debito delle aziende.

Questi dati forniscono pertanto una base solida al valore di queste normative che non sembra riportino alcun effetto negativo, anzi, le quote diventano, secondo la Prof.ssa Profeta, un elemento di convenienza economica oltre che di emancipazione femminile.

Il plauso per i grandi traguardi italiani dopo l’attuazione della legge Golfo-Mosca, arrivano anche da Dagmar Schumacher, direttrice dell’Ufficio di Bruxelles, presente in sede. E’ proprio la Dott.ssa Schumacher che introduce il tema degli stereotipi di genere ovvero tutti quegli impieghi, che, nell’immaginario comune, sono ricoperti da uomini. Questi, costituiscono un delicato punto su cui riflettere, perché ancora oggi si vede ad esso come elemento limitante. Il mentoring può esercitare un ruolo fondamentale per combattere questa disuguaglianza.

A fronte di tutto ciò, è naturale pensare che ci si trovi, come precedentemente detto, di fronte a una vera e propria “rivoluzione culturale” che mira ad uno sradicamento della vecchia concezione patriarcale, a favore delle condivisione delle responsabilità, necessaria per permettere alla donna di trovare il giusto equilibro tra lavoro e sfera familiare. A supporto di questa condivisione, ci sono delle norme che permettono, in questo caso all’uomo, di “alleggerire” un po’ gli incarichi della donna, come il congedo parentale e un nuovo disegno di legge che prevede 15 giorni di congedo dei padri al momento della nascita di un figlio (con la legge Fornero il giorno era 1 più 2 facoltativi). Altra innovazione che può aiutare a mantenere un contatto diretto con lavoro e famiglia, è quello di cominciare a programmare lo smart working che ammette una flessibilità lavorativa prevedendo anche la non presenza fisica della persona in questione sul posto di lavoro, grazie al supporto della nuova tecnologia (eclatante l’esempio che si è verificato proprio in sede di congresso: l’Onorevole Mosca non ha potuto partecipare per cause familiari, ma le è stato comunque possibile intervenire grazie ad una Skype call in diretta).

E’ importante pertanto lavorare sui divari di genere di occupazione e indirizzare in questo senso la prassi governativa, dato che l’Italia non può permettersi di ostacolare la maternità, essendo uno dei paesi più “vecchi” d’Europa. Soprattutto se quest’ultima viene intesa come elemento che intercede per le posizioni apicali delle donne. Al termine, ha seguito una tavola rotonda che ha visto come protagonisti: Alberto Irace (CEO Acea SpA), Alessandra Perrazzelli (Country Managere, Barclays), Cristina Scocchia (CEO, l’Oréal Italia) e Elena David (CEO, UNA Hotels & Resorts), le quali costituiscono un’eccezione perché fanno parte dell’esiguo 6% delle donne che assumono l’impiego di CEO.

Hanno fornito esperienze pratiche in materia di discriminazione e allo stesso tempo, di crescita delle proprie aziende, per dare un messaggio di speranza a tutte quelle donne che si sentono schiacciate dalle congetture sociali. L’Italia e gli stati comunitari sono ampiamente concordi nel riconoscere che la parità di genere non è soltanto una questione di diritti, ma anche una questione di crescita economica fondamentale, ed essendo le donne italiane, quelle che lavorano meno in Europa, è essenziale arginare questa discrepanza che ha come conseguenza diretta l’impoverimento del paese.

Giada Bernile

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