Domenico Cirillo, il Robespierre di Napoli

07/02/2015 di Silvia Mangano

Classico esempio d’intellettuale illuminista, Domenico Cirillo fu espressione della Napoli massonica, ma non giacobina, scevra dall’impetuosa ideologia politica e animata dallo slancio filantropico.

Domenico Cirillo

Domenico Cirillo nacque nell’aprile 1739 da un’importante famiglia della borghesia partenopea. Seguendo le orme dei suoi antenati, conosciutissimi nella Napoli dell’epoca, intraprese gli studi di medicina a quindici anni e, a ventuno, divenne professore ordinario di botanica. Sebbene si vociferasse – e non del tutto a torto – il posto fosse stato ottenuto grazie alle conoscenze della famiglia Cirillo, il giovanissimo Domenico si dimostrò all’altezza, provando una personalità scientifica di discreto spessore.

Il carattere schivo e tendente all’isolamento lo portarono a interessarsi a materie più spiccatamente naturali come la fitologia e la zoologia, pur continuando a praticare l’arte medica con grande successo. Fu probabilmente per le maldicenze circa l’ottenimento dell’insegnamento grazie a importanti raccomandazione che il Cirillo decise di concorrere per la cattedra di medicina teorica (salvo poi passare a quella di medicina pratica), così da allontanarsi da un clima considerato, da un animo come il suo, fin troppo asfissiante.

Negli studi, come nella vita, un’importanza capitale ebbe la passione per i viaggi: grazie allo spirito cosmopolita, Domenico visitò i centri culturali più in vista d’Europa e strinse amicizia con famosi intellettuali e scienziati dell’epoca, tra cui i più singolari furono sicuramente Denis Diderot e Lady Hamilton. Con suggerimenti avanguardistici, il Cirillo diede nuovo slancio all’impostazione accademica napoletana sia in campo medico (si ricorda, per esempio, l’originale “ricetta del Cirillo”), sia in quello botanico, settore in cui continuò a cimentarsi per tutta la vita.

Domenico CirilloL’attività politica di Domenico Cirillo fu tanto originale quanto breve e, in questa, molto giocò l’amicizia con il giurista Mario Pagano. Da questi sollecitato con enorme insistenza, dopo mesi di dinieghi e tentennamenti, il Cirillo entrò a far parte della Commissione legislativa della Repubblica Napolitana. C’è da dire che l’esperimento rivoluzionario che era riuscito a detronizzare i Borboni del sud Italia e a instaurare una repubblica per otto mesi (gennaio-luglio 1799) non si era dimostrato un esempio di democrazia, e il libero arbitrio in politica risultava velleitario tanto quanto lo poteva essere stato sotto la monarchia.

Ad ogni modo, seguendo una strada già percorsa in gioventù (quando offriva prestazioni mediche gratuite ai più disagiati), il Cirillo concentrò il suo operato politico soprattutto in ambito umanitario, patrocinando le fasce più povere della popolazione. Pur distinguendosi per un filantropismo di stampo roussoniano e quindi mai scadendo nell’ideologia politica squisitamente giacobina da cui sembravano essere contagiati gli altri compagni repubblicani, Domenico e il suo amico Pagano iniziarono una serie di confische delle proprietà di monarchici esiliati, che gli valsero l’appellativo de «il Robespierre di Napoli».

Dopo la caduta della Repubblica, il Cirillo cercò di riparare all’estero, ma il tempestivo intervento dell’ammiraglio Nelson nel Golfo di Napoli decretò il fallimento della fuga. Quindici capi repubblicani, tra cui i suddetti «Robespierre», vennero rinchiusi a Castel Nuovo, nella segreta conosciuta come «la fossa del Coccodrillo». Come extrema ratio, rivolse una richiesta di grazia all’allora amante dell’ammiraglio inglese Lady Hamilton (lettera analizzata e commentata da B. Croce), la quale non fu in grado di offrirgli altra soluzione se non quella di confessare la propria colpevolezza e chiedere umilmente perdono alle loro altezze reali Ferdinando I e Maria Carolina. Una fonte riporta che, superando una prima comprensibile incertezza, il Cirillo abbia risposto di non volersi degradare chiedendo perdono per colpe che non aveva commesso. Giudicandolo «sciocco» e «ostinato», le teste coronate lo condannarono a morte per impiccagione sul patibolo, dove morì il 29 ottobre 1799, subito dopo l’amico Mario Pagano.

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Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
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