I dolori delle banche europee

19/07/2016 di Alessandro Mauri

Le banche italiane sono da tempo sotto osservazione da parte della BCE e dei mercati finanziari, gravate come sono da una grande quantità di crediti deteriorati, frutto di anni di crisi. Ma le banche europee, in primis quelle tedesche, potrebbero riservare rischi maggiori.

Banche

Il caso Deutsche Bank – Il caso più eclatante, e che è diventato anche caso politico, dal momento che è il punto sul quale spinge l’Italia attraverso il premier Matteo Renzi e il ministro Padoan per ottenere margini di manovra per sostenere le banche italiane, è quello di Deutsche Bank in Germania. Il colosso, che ha recentemente annunciato la chiusura di oltre 200 filiali, è infatti alle prese con un’esposizione in strumenti derivati a dir poco elevata: un valore nominale di 50mila miliardi di euro. Se occorre notare come, nel caso dei derivati, si debba tenere in considerazione non il valore nominale, bensì il valore netto (potrebbero esserci esposizioni attive e passive, nonché coperture complementari sullo stesso rischio, un derivato che copre l’aumento dei tassi e uno che ne copre la diminuzione), è altrettanto vero che il rischio legato a questi strumenti è notevolmente più elevato rispetto alla svalutazione dei crediti. Tanto più che, essendo questi contratti stipulati tra banche, il rischio di propagazione sistemica delle perdite è molto concreto. Gli stessi vertici di Deutsche Bank avevano recentemente auspicato la creazione di un fondo europeo a sostegno delle banche, il che ha fatto scattare il campanello d’allarme sui mercati, che hanno punito la banca tedesca, le cui azioni hanno perso oltre il 45% da inizio anno.

Le altre banche europee – Non se la passano meglio molte altre banche europee, per motivi differenti a seconda delle diverse tipologie di business e del Paese all’interno del quale operano. Le banche tedesche, oltre al già citato caso Deutsche Bank, sono estremamente piccole e frammentate (molto più del sistema italiano) e mantengono una leva finanziaria molto elevata, con un rischio significativo di amplificare le perdite. I paesi quali Italia e Portogallo hanno un problema legato alle sofferenze bancarie e, sebbene nel nostro Paese le svalutazioni e le garanzie legate a questi crediti determinino una copertura vicina al 50% (fonti Eba), è probabile che siano necessarie ulteriori svalutazioni, e quindi perdite, a meno di un intervento esterno (come potrebbe essere la seconda fase del fondo Atlante in Italia). Infine le banche Inglesi devono fronteggiare la crisi del settore immobiliare, una bolla evidente già da tempo, la cui implosione è stata però alimentata dal voto sulla Brexit,  e che ha costretto diversi fondi immobiliari a bloccare la cessione delle proprie quote.

I problemi strutturali – Le banche europee devono tuttavia tenere presente, al netto di questi problemi di natura contingente e risolvibili nel medio termine, con una tendenza di fondo che porta ad una bassa redditività. Questa condizione è determinata sia dalla politica monetaria ultra espansiva della BCE che ha compresso il margine di interesse al punto da rendere difficile ottenere un rendimento positivo, sia dalla stringente normativa riguardante i requisiti di capitale. La BCE infatti continua a richiedere capitale aggiuntivo alle banche, specialmente quelle considerate più “deboli”, producendo un effetto a catena che continua a indebolire il sistema bancario dal momento che reperire risorse diventa sempre più difficile. Quale investitore infatti, in un momento di crisi e scarsità di risorse come quello attuale, sarebbe disponibile a investire continuamente in un settore che non è più in grado, per via dell’eccessivo peso normativo, di generare un ritorno economico? Se infatti assumere rischi per le banche significa assumere rischi per il sistema, con le conseguenze che abbiamo ben note, dall’altro una nota legge economica afferma che senza rischio non c’è rendimento, e dunque le banche diventano poco appetibili per investirvi risorse.

La via del buon senso – La soluzione alle difficoltà del sistema bancario non è semplice né immediata, ma pare evidente che continuare a richiedere capitale in questo periodo è assolutamente controproducente, tanto più se il problema non è legato esclusivamente al capitale detenuto. Il fatto che negli ultimi anni si siano implementati, in gran parte delle banche italiane ed europee, aumenti di capitale e che si sia ancora al punto di partenza, con la richiesta di ulteriori interventi, dovrebbe far riflettere. Innanzitutto pare evidente che, nonostante gli sforzi, una crisi bancaria non possa essere risolta esclusivamente con l’utilizzo di risorse private, e che comunque questo porterebbe un effetto a catena sull’economia che richiederebbe in ogni caso l’intervento pubblico. Inoltre le regole imposte dalla BCE e dalla normativa di Basilea soffocano il sistema, impedendo alle banche di erogare credito (ma non la sovra esposizione in derivati…) e di svolgere il proprio business in autonomia e con soluzioni differenti. Una regolamentazione più intelligente e mirata, unita al sostegno pubblico nei casi più difficile, pare l’unica soluzione per dare stabilità al settore bancario e, di conseguenza, all’economia nel suo complesso.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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