Dolcino da Novara, la rivoluzione nell’Apocalisse

21/06/2014 di Davide Del Gusto

Dolcino da Novara

«Or di’ a fra Dolcin dunque che s’armi,

tu che forse vedrai lo sole in breve,

s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,

sì di vivanda, che stretta di neve

non rechi la vittoria al Noarese,

ch’altrimenti acquistar non saria leve.»

Nel XXVIII canto dell’Inferno, Dante mette in bocca a Maometto una profezia relativa alla condanna di un personaggio assai peculiare, destinato non tanto al girone degli eretici, ma alla nona bolgia, meta finale degli scismatici e dei seminatori di discordia, il quale aveva smosso il multiforme contesto urbano e rurale dell’Italia settentrionale nei primi anni del XIV secolo: Dolcino da Novara.

Dolcino da Novara
Dolcino da Novara

Di lui non conosciamo la data di nascita; si sa solo che, probabilmente, fu figlio illegittimo di un prete e che ebbe un’educazione abbastanza elevata per la sua estrazione sociale: conosceva il latino e parlava di dottrina. Ciò che avrebbe cambiato totalmente la sua vita fu l’avvicinarsi, presumibilmente verso il 1290, alle teorie di Gherardo Segarelli e degli Apostolici [cfr. “Gherardo Segarelli, l’eretico di Parma”], tanto da potersi considerare un epigono del predicatore parmense messo al rogo nel 1300. E proprio in quell’anno irruppe sulla scena Dolcino, il quale indirizzò una lettera «a tutti i fedeli del Cristo e specialmente ai suoi seguaci», segno di una precisa volontà da parte sua di mettersi a capo degli Apostolici, o che, comunque, godesse già di un certo prestigio all’interno del movimento ora perseguitato dalla Chiesa.

La sua posizione ideologica si rifece totalmente alle ansie e alle aspettative escatologiche che avevano già pervaso il sentore mistico di tutto il XIII secolo, specialmente dopo l’opera di Gioacchino da Fiore, ripresa, adattata e spesso fraintesa da molti dei suoi indiretti discepoli. Ma a differenza del suo ispiratore Gherardo, Dolcino aveva studiato da chierico e indirizzò il movimento apostolico in una precisa corrente. Egli si schierò sin da subito contro la Chiesa “corrotta” dei suoi tempi, in nome di un modello di Chiesa “perfetta” che avrebbe dovuto rifarsi ed applicare alla lettera il messaggio evangelico. Ma Dolcino fece di più: dopo aver mutuato dai gioachimiti la teoria sulle tre età del mondo, la contaminò con la sua personale interpretazione dei testi sacri, in particolare dell’Apocalisse. La Storia della Chiesa venne così divisa in quattro fasi di santità: la prima fu quella della perfetta condotta dei patriarchi veterotestamentari; la seconda coincise con la venuta di Cristo e l’età apostolica; con la terza, a partire dal pontificato di Silvestro I nel 314, iniziò la lunga stagione del potere temporale dei papi; la quarta, infine, ebbe inizio con la predicazione di Gherardo Segarelli: dopo secoli, lo Spirito Santo era finalmente risceso sui nuovi apostoli, che avrebbero avuto il compito di riportare sui giusti binari una Cristianità che nemmeno le eminenti figure di San Benedetto, San Francesco e San Domenico erano stati in grado di riformare. Al di là di tale intento, l’ideologia dolciniana si avvicinò a una precisa volontà persecutoria nei confronti di chi appartenesse, peccando, alla Chiesa “carnale” e corrotta del papato romano: i seguaci del novarese ebbero il preciso dovere morale di stanare il clero ad essi contrario e sterminarlo. Accanto a questa rivoluzione dal basso, Dolcino sostenne fortemente la causa della fine del pontificato di Bonifacio VIII, il vero, grande ostacolo al definitivo periodo di pace auspicato. In particolare, egli trovò come proprio campione politico Federico III d’Aragona, «re di Trinacria», che avrebbe dovuto incarnare non solo la figura del leader per la eterogenea compagine ghibellina operante in Italia, ma anche quella di affidabile mezzo per eliminare fisicamente il pontefice tanto odiato, così da poter procedere all’elezione di «un unico papa santo, mandato ed eletto in modo straordinario da Dio».

Tutto ciò venne infine condito con la figurazione in chiave moderna dei sette Angeli delle sette chiese dell’Asia (Apocalisse 2-3): San Benedetto, San Francesco, San Domenico e San Silvestro da un lato, Gherardo Segarelli, Dolcino stesso e l’auspicato papa santo dall’altro.

Clemente V
Clemente V

Appare evidente come, in un clima alquanto teso tra il papato e l’inquisizione da una parte e questi nuovi focolari ereticali dall’altra, fosse facile avvicinarsi allo scontro inesorabile e alla repressione. Dapprima nei testi: tutto ciò che è noto dell’opera e del pensiero di Dolcino arriva infatti dai suoi detrattori. Oltre al succitato passo di Dante, è bene ricordare la condanna netta che viene fatta nell’Historia fratris Dulcini heresiarche del cosiddetto Anonimo sincrono, nonché quanto traspare dalle cronache del fiorentino Giovanni Villani e di Benvenuto da Imola. Ma le fonti forse più importanti (e più celebri) relative alla condanna dell’eresia dolciniana si trovano nelle carte dell’inquisizione relative ai processi di Bologna del periodo tra il 1291 e il 1310 e al De secta del noto inquisitore Bernardo Gui, in cui vennero denunciati i numerosi errori di Dolcino relativamente al diritto canonico e alla sua pericolosa e sovversiva politica ecclesiastica e teologica.

A partire dal 1303 l’eretico novarese condusse un’esistenza in semiclandestinità, operando in una vasta ma imprecisabile area del Nord Italia e spostandosi rapidamente da un posto all’altro: grande fu, però, il favore che ottenne anche in alcuni ambienti colti dell’Università di Bologna, i cui intellettuali sembra mostrassero grande interesse per le sue teorie escatologiche e politiche; l’anno seguente fu costretto a fuggire dal Trentino e dall’area gardesana in Valsesia, tra Gattinara e Serravalle, dove lo raggiunsero molti suoi seguaci, tra cui una certa Margherita di Trento, Longino da Bergamo e Federico da Novara, oltre a numerosi altri dolciniani bolognesi, toscani e lombardi. A causa dei continui disordini scatenati dagli eretici nelle vallate piemontesi, nonché della loro ferma volontà nel fare proseliti tra gli abitanti di quei luoghi, si dette avvio alla repressione definitiva dei dolciniani. Nel 1306 Clemente V arrivò a bandire una crociata contro Dolcino e i suoi, guidata dal marchese di Monferrato e dai vescovi di Novara e di Vercelli: quest’ultimo, in particolare, fu vicino all’autore anonimo della Historia fratris Dulcini heresiarche e rivendicò come suo il merito nell’aver preso parte e concluso la repressione degli eretici. Alla fine, nel marzo del 1307, di Sabato Santo, Dolcino venne catturato assieme alla sua seguace e presunta compagna Margherita e a Longino; vennero condotti a Biella, in attesa della decisione del papa. Clemente V non fece attendere la sua risposta: tutti gli eretici dovevano essere consegnati al braccio secolare e condannati a morte: pochi mesi dopo la cattura, vennero bruciati sul rogo nella pubblica piazza di Vercelli.

Mito e storia finirono per confondersi nel ricordo dell’esperienza di Dolcino e dei suoi accoliti: due anni durò la resistenza dei dolciniani in Valsesia, attuata per mezzo di una guerriglia forse appoggiata dai contadini e dai popolani locali. Ciò avrebbe portato, nel XIX secolo, alla totale reinterpretazione del problema da parte della storiografia marxista, la quale volle vedere nell’eretico di Novara un iniziatore e paladino degli ideali del socialismo e della lotta di classe, non considerando affatto le motivazioni più di carattere pratico che ideologico che costrinsero Dolcino ad armarsi per sopravvivere alla persecuzione da parte della Chiesa che aveva sempre ferocemente avversato.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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