OPEC, Doha segna la fine?

19/04/2016 di Marvin Seniga

Con Iran e Arabia Saudita sempre più divise, il futuro dell'OPEC sembra essere fortemente in bilico. Il rischio, ora, è un ulteriore abbassamento dei prezzi, che avrebbe risultati disastrosi su alcune economie esportatrici.

OPEC

Come previsto si è conclusa con un grande nulla di fatto la riunione dei principali paesi esportatori di petrolio del mondo a Doha in Qatar. L’assenza dell’Iran è stata senza dubbio la ragione principale per il fallimento, con il petrolio di Teheran che, tornato sul mercato dopo la fine delle sanzioni, è destinato ad avere – soprattutto nel prossimo futuro – importanti conseguenze per il mercato petrolifero mondiale.

Prima che il regime delle sanzioni contro Teheran entrasse in vigore, l’Iran esportava quasi 3 milioni di barili di petrolio al giorno, per la gran parte verso l’Europa. L’obiettivo di Rouhani è di riportare il suo paese su quei livelli nel più breve tempo possibile, oggi il suo paese esporta poco più di un milione di barili, principalmente verso il mercato asiatico.  In questo senso, l’Iran ha solo da guadagnare dalla situazione, anche se dovesse portare ad un prezzo inferiore ai 40$ al barile. L’obiettivo è infatti recuperare la quota di mercato persa e, per farlo, è disposto a raddoppiare la propria produzione attuale e sopportare prezzi al barile che, allo stato attuale, molti altri paesi dell’OPEC invece non possono permettersi.

Tra questi ultimi c’è l’Arabia Saudita, il principale esportatore di petrolio al mondo e la cui rivalità con Teheran, anche sul piano geopolitico islamico, diviene giorno dopo giorno maggiore. La monarchia saudita, infatti, dopo aver aumentato considerevolmente la propria produzione di greggio negli ultimi due anni e aver trascinato con sé tutti gli altri paesi esportatori in una corsa all’ultimo barile, cerca ora un accordo tra i paesi dell’OPEC per fissare un limite all’offerta di petrolio tale da provocare un aumento dei prezzi, attualmente ai minimi dal 2009.

Oltre a Riyadh, che ha pagato a caro prezzo il crollo dei prezzi, sono molte le capitali del petrolio desiderosi di seguire questa strada. Il Venezuela di Maduro, colpito da una gravissima crisi economica e sull’orlo del baratro anche e soprattutto a causa del crollo del prezzo del greggio. L’Ecuador, alle prese con varie difficoltà di bilancio, ma anche l’Iraq e la Libia, che hanno bisogno di capitali per finanziare la ricostruzione ed il rilancio della propria economia, dopo le rispettive guerre civili.

Il fallimento del meeting di Doha è un segnale preoccupante per i paesi esportatori perché evidenzia la crescente debolezza dell’OPEC. Il cartello che, nel 1973, mise in ginocchio le economie occidentali, oggi è diviso al suo interno e non gode più del potere di un tempo. L’entrata sulla scena di nuovi paesi esportatori (come la Russia), la scoperta di nuovi modi non convenzionali per l’estrazione di gas e petrolio (come il fracking negli Stati Uniti) e la crescita del mercato delle energie rinnovabili, insieme ad una debole crescita economica mondiale, hanno fortemente ridimensionato la sua influenza. Non è un caso che da tempo ormai molti analisti del settore energetico definiscano l’OPEC come un cartello con i giorni contati, incapace di prendere decisioni importanti in un momento cruciale per il futuro del mercato petrolifero.

In questo senso, i prossimi mesi saranno decisivi per il futuro. Senza un accordo tra Iran e Arabia Saudita, si potrebbe scatenare una guerra all’ultimo barile tra le due potenze del golfo Persico, il cui risultato sarebbe  l’ulteriore abbassamento del prezzo del petrolio, con risultati catastrofici per i paesi esportatori. L’unico attore sulla scena che sembra poter evitare uno scenario del genere sembra essere la Russia. Putin ha sempre considerato petrolio e gas non solo come fonti di profitto ma anche come utili strumenti per la propria politica estera e questo è particolarmente evidente nelle relazioni tra Russia e Unione Europea ma anche nelle relazioni con i paesi Mediorientali, verso cui si è sempre presentato come un partner energetico. Sebbene abbia rifiutato di aderire all’OPEC, negli scorsi giorni si era registrata la disponibilità a congelare la produzione di petrolio qualora il summit di Doha avesse individuato un accordo basato sul mantenimento del volume dell’offerta. La Russia è un alleato di Assad e dell’Iran in Siria e, ad oggi, può essere l’unico paese in grado di convincere Teheran a non aumentare considerevolmente la propria produzione di greggio nel prossimo futuro.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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