Dl lavoro, ovvero la prima tappa del Jobs Act

08/05/2014 di Federico Nascimben

Cosa prevede il dl Poletti e come si lega al Jobs Act renziano. Ma soprattutto, quali sono i limiti del disegno riformatore?

Il Senato, dopo la fiducia posta dal Governo, ha approvato ieri il dl lavoro con 158 voti a favore e 122 contrari. La prima tappa del JobsAct ha così superato il primo scoglio, seppur tra molte difficoltà e modifiche: si è trattato infatti dell’ennesima conversione in legge con modificazioni, in relazione al “decreto-legge 20 marzo 2014, n. 34, recante disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell’occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese”. Più correttamente, si è trattato dell’apposizione della questione di fiducia su un maxiemendamento comprensivo del testo approvato alla Camera integrato dalle modifiche introdotte dalla Commissione Lavoro del Senato.

Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro.
Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro.

Vediamo quindi cosa prevede il nuovo dl lavoro voluto da Renzi e dal Ministro Poletti con annesse modificazioni:

– Al comma 1 viene fatto esplicito riferimento all’introduzione in via sperimentale del “contratto a tempo indeterminato a protezione crescente“, facendo comunque salva “l’attuale articolazione delle tipologie di contratti di lavoro”, dato che il contratto a tempo indeterminato “costituisce e deve continuare a costituire la forma normale del rapporto di lavoro, recuperando terreno anche in termini quantitativi rispetto a quello a termine”, secondo quanto dichiarato dal relatore, Pietro Ichino.

– Viene confermato l’asse portante del nuovo contratto a tempo determinato acausale che può prevedere fino ad un massimo di cinque proroghe, “nell’arco dei complessivi trentasei mesi, indipendentemente dal numero dei rinnovi, a condizione che si riferiscano alla stessa attività lavorativa per la quale il contratto è stato stipulato“.

– In ciascuna azienda i contratti di lavoro a termine possono essere pari fino ad un massimo del 20% dell’organico complessivo assunto in pianta stabile. Gli enti di ricerca pubblici e privati sono esclusi da tale previsione. Le aziende che superano il sopracitato tetto avranno tempo fino a fine 2014 per mettersi in regola, a meno che il contratto collettivo applicato sia più favorevole per quanto concerne tetto percentuale e termini di adeguamento. Per le aziende che superano il limite del 20% è stata introdotta una sanzione pecuniaria pari al pagamento del 20% della retribuzione se il numero di lavoratori assunti in violazione al predetto limite non è superiore ad uno; pari al 50% a partire dal secondo lavoratore.

– Per quanto concerne l’apprendistato, l’obbligo di stabilizzazione del 20% di apprendisti prima di poterne assumere di nuovi è stato limitato alle aziende con più di 50 dipendenti. Viene inoltre introdotta la possibilità di utilizzare contratti di apprendistato a tempo determinato per attività stagionali, a patto che la Regione abbia previsto un percorso di alternanza scuola-lavoro. Il piano formativo individuale contenuto nel presente contratto dovrà essere redatto in forma sintetica e potrà essere svolto in forma mista pubblico-privata. Le Regioni dovranno comunicare entro 45 giorni calendario e sedi delle attività di formazione.

– Viene semplificato il sistema di adempimenti richiesto alle imprese per l’accquisizione del Documento Unico di Regolarità Contributiva (DURC).

– Infine, il datore di lavoro che stipula contratti di solidarietà godrà di una riduzione provvisoria della quota di contribuzione previdenziale a suo carico per i lavoratori interessati da una riduzione dell’orario di lavoro superiore al 20%.

Secondo quanto dichiarato dal Governo (si veda qui e qui), il presente dl lavoro rappresenta la prima tappa del c.d. Jobs Act, dato che si tratta di un “provvedimento urgente che contiene interventi di semplificazione sul contratto a termine e sul contratto di apprendistato per renderli più coerenti con le esigenze attuali del contesto occupazionale e produttivo“; mentre il Jobs Act vero e proprio è frutto di “un disegno di legge che conferisce al Governo apposite deleghe finalizzate ad introdurre misure per riformare la disciplina degli ammortizzatori sociali, riformare i servizi per il lavoro e le politiche attive, semplificare le procedure e gli adempimenti in materia di lavoro, riordinare le forme contrattuali, migliorare la conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita“.

Da una parte quindi vi sarebbe questa risposta immediata (di breve, brevissimo periodo) alle perduranti condizioni di crisi, in maniera da adeguare contratto a tempo determinato e apprendistato (che, ricordiamo, stenta moltissimo a decollare) alle attuali esigenze di contesto economico; mentre dall’altra vi sarebbe una risposta di medio-lungo periodo, cioè il Jobs Act propriamente inteso, che vuole essere una riforma complessiva del sistema introducendo il contratto a tutele crescenti e un sistema di protezione universale in caso di perdita dal lavoro, superando in tal modo la storica contrapposizione tra insider e outsider: i primi non protetti in caso di licenziamento o mancato rinnovo e durante il periodo di ricerca di nuova occupazione; i secondo sì.

Ovviamente stiamo parlando del piano (ideale) dell’esecutivo. Ma naturalmente anche ad uno spettatore poco attento non può sfuggire che, date le perduranti condizioni di instabilità del Governo, date le modalità e i tempi di attuazione delle due fasi (decreto legge nel primo caso, disegno di legge delega nel secondo), e nonostante l’indubitabile risposta in termini di adattamento all’attuale realtà del mondo del lavoro data con il dl Poletti, i dubbi su una concreta e reale attuazione dell’intero disegno di riforma rimangono più che legittimi e al di sopra di ogni ragionevole sospetto. Non può certo sfuggire, inoltre, che un ddl delega avrà tempi di approvazione molto lunghi e dagli esiti incerti vista la composizione eterogenea della maggioranza e delle due Commissioni Lavoro di Camera e al Senato, e visti, infine, gli eletti tra le file del PD (molto più vicini, per la maggior parte, alle idee della CGIL che a quelle di Renzi e Poletti).

Last but not least, è opportuno ricordare che il tentativo di introdurre un sussidio di disoccupazione universale in una situazione economica e lavorativa critica, che dà luogo ad una consistente carenza di risorse, era già stata tentata dal Ministro Fornero con la creazione dell’ASPI: difficilmente quindi (realisticamente parlando), dato il persistere di tali condizioni, sarà possibile rinvenire le coperture economiche necessarie nel breve-medio periodo.

Il rischio evidente, perciò, è quello di aumentare e reiterare il noto dualismo del mercato del lavoro italiano: aumentando notevolmente il grado di “flessibilità” per gli outsider, senza toccare il regime in essere per gli insider, e questo (lo ripetiamo) seppur in un contesto di adattamento alle attuali esigenze. Tutto ciò fermo restando il noto assunto per cui l’occupazione non si crea per decreto, ma solo attraverso misure economiche di carattere espansivo in grado di favorire la ripresa della domanda e quindi del mercato interno.

The following two tabs change content below.
Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
blog comments powered by Disqus