Hey Django! La D è muta, bifolco!

29/01/2013 di Giulia Merilli

Chiunque partecipi ad un social network, da due settimane a questa parte, non avrà potuto fare a meno di imbattersi nei molteplici commenti presenti sulle bacheche riguardanti l’ultimo capolavoro di Quentin Tarantino: “Django Unchained”.  Un genio”; “ Voglio morire tra le sue braccia”; “Non sbaglia un colpo”; “ Il numero uno”. O più semplidjango-unchained-jamie-foxx-christoph-waltzcemente avrà notato come altrettanti abbiano modificato il loro repertorio musicale passando da David Guetta a Louis Bacalov.

America 1861. Django, uno schiavo nero (Jamie Foxx), viene liberato da un cacciatore di teste, il Dr Schulz (Christoph Waltz) che dopo essersi servito di lui per portare ‘a termine’ una taglia gli si affeziona, lo fa diventare suo collaboratore e lo aiuta a ritrovare la moglie Broomhilda, anche lei ridotta in schiavitù.

Nulla è dato al caso. Tutto è studiato nel dettaglio; dalle sceneggiature che rendono meno amara la cornice storica di fondo, quale lo schiavismo in America all’avvento della guerra civile (il film meriterebbe di essere visto anche solo per lo sketch della discussione nel Ku Klux Klan sui cappucci bianchi dai fori per gli occhi troppo piccoli), ai dettagli come il nome della moglie di Django,  Broomhilda, che come nella storia narrata dal folklore tedesco deve essere salvata dal suo principe azzurro.

Bianco/Nero –  Amore/Violenza –  Vita/Morte  – Schiavitù/Libertà.

In questa logica dialettica è proprio l’incontro-scontro di questi principi opposti, essenza del film, che porterà tra colpi di pistola e fiumi di sangue ad un insolito happy ending, emblema non solo del trionfo del vero amore contro la degenerazione morale e il male ma anche, e soprattutto, come trionfo della libertà.

Gli incalzanti primi piani e i lunghi piani sequenza presi in prestito dalla tradizione degli spaghetti western all’italiana ci permettono di entrare negli occhi degli stellari  interpreti, di penetrare il loro animo e di vivere, in quelle quasi tre ore di film, i loro più intimi desideri, di sentirci insieme a Django e Broomhilda, fieri della nostra condizione di uomini liberi, della nostra generazione figlia della multi etnicità.

Cinque nomination agli oscar, attori definiti dallo stesso regista come capaci di saper essere ancora più intensi della già profonda sceneggiatura, un di Caprio paragonabile a un moderno Luigi XIV, un regista nel 2013 ancora caro alla vecchia pellicola.

E la canzone “Ancora Qui“, composta da Ennio Morricone e cantata da Elisa nella nostra lingua, che grazie a quello spettacolare effetto straniante ti fa ricordare che sebbene rivisitato, arricchito, modernizzato, quello che vediamo nello schermo con occhi incantati è, ancora una volta, il nostro patrimonio Italiano.

Infine, last but not least, un ringraziamento, sincero e sentito, al genio di Tarantino che con il suo chiaro, esplicito, inequivocabile ed innegabile ‘richiamo’ alla filmografia italiana degli anni ’60 e ’70  – Sergio Leone in testa – ci fa ricordare quanto di bello ci sia nel ‘nostro’ cinema che, troppo spesso, non ha ricevuto il meritato riconoscimento in Patria e ci fa venire, perché no, la voglia di andare a ricercare e rivedere quelle splendide pellicole.

Il mio nome è Django, e finché resterai con me … nessuno ti farà del male” (Franco Nero, Django, di Sergio Corbucci, Italia, 1966)

 

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Giulia Merilli

Nasce a Roma il 12.07.92. Fin dalla più giovane età nutre una profonda passione per il cinema. Dopo essersi diplomata al Liceo Classico San Giuseppe De Merode si iscrive al Ba in Dramatic Arts all'Accademia Europea di arti drammatiche di Roma. Dopo numerosi stage di teatro e cinema oggi è parallelamente iscritta alla facoltà di cinema dell'università la Sapienza.
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