Divorare l’arte: Piero Manzoni in mostra a Milano

24/03/2014 di Simone Di Dato

Piero Manzoni, mostra

E’ il 1960 quando nella Galleria Azimuth un giovanissimo Piero Manzoni presenta Consumazione dell’arte dinamica. Su di un tavolo, in un grande recipiente, vengono fatte bollire delle uova che una volta sode, saranno firmate indelebilmente dall’impronta del pollice dell’artista stesso. Un evento insolito, alienante, soprattutto se si pensa che le uova sono offerte in pasto ai presenti, invitati a partecipare direttamente alla consumazione. Non è la prima volta nel corso del Novecento che il cibo incontri l’arte nei luoghi destinati ad altro tipo di “nutrimento”: ci avevano già pensato i futuristi, firmando una raccolta di pensieri e convinzioni riguardanti proprio la cucina. Tuttavia l’idea di Manzoni, all’epoca appena ventisettenne,  va ben oltre l’abolizione di usi e costumi tradizionali in fatto di gastronomia: in linea con il pensiero delle avanguardie storiche, l’artista ha ben presente il rapporto tra fruizione estetica e incorporazione. L’arte non è più custode di un messaggio da comunicare,  e non può più lasciare il pubblico confinato nel ruolo passivo di spettatore, per Manzoni l’arte va divorata, e consacrandola col suo tocco, offre la sua magia a chiunque.

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Piero Manzoni, Corpo d’aria n. 06, 1959-1960

A questa mente visionaria e decisamente innovatrice, tra le più geniali e controverse del XX secolo, il Palazzo Reale dedicherà la mostra più importante mai realizzata a Milano, un riconoscimento di ampio respiro che vedrà esposte oltre 130 opere a raccontare la parabola artistica di Manzoni, tra provocazioni e scelte radicali. Realizzata nell’ambito del progetto “Primavera di Milano”, l’esposizione celebrerà gli anni di lavoro dell’artista, il lasso di tempo in cui, partendo dalla rappresentazione dei cambiamenti sociali attraverso la pittura, passerà per diverse fasi il cui comune denominatore sarà sempre l’operazione artistica intesa come pulsione pura e spontanea.

Singolare destino quello di Manzoni. Dopo l’esordio pubblico con alcuni quadri esposti senza successo al Premio San Fedele,  l’artista è rifiutato, sconosciuto all’ambiente culturale ufficiale. Anche dopo farà fatica ad essere riconosciuto tanto dagli “addetti ai lavori” quanto dal pubblico, nonostante sia diventato uno dei massimi artisti e teorici italiani dell’avanguardia degli anni Sessanta, influenzando con progetti, idee, opere e testi tutta l’arte successiva. Le continue metamorfosi, d’altronde, allontaneranno Manzoni dalla ricoscibilità stilistica con progetti inediti, mai ripetuti e sempre straordinariamente nuovi.

Il percorso espositivo, curato da Flaminio Gualdoni e Rosalia Pasqualino di Marineo, in collaborazione con la Fondazione Piero Manzoni, e visitabile dal prossimo 26 marzo fino al 2 giugno, prevede tra le altre cose un apparato di documenti originali: manifesti, cataloghi e fotografie, che cercano di ricreare quel clima vivido e brillante degli anni ’50 e ’60. Si inizierà dunque da quadri scuri, con impasti di olio, catrame, smalto, fortemente materici, gli stessi che evolveranno nei più celebri Achrome, opere tutte bianche con ombre e rilievi plastici, finite con gesso spatolato a suggerire una forte desolazione concettuale, quadri privi di cromartismo che richiamano l’idea di vuoto. Data l’idea dell’artista che vede nell’arte la necessità di rappresentare il mondo nei suoi costanti cambiamenti, non c’è motivo di occuparsi di colori e composizioni fisse. Persino in Linee, Manzoni vede in questo tratto la visualizzazione del tempo che scorre all’infinito:”Nelle linee non esiste nemmeno più il possibile equivoco del quadro: la linea si sviluppa solo in lunghezza: l’unica dimensione è il tempo”.
Susseguono Corpi d’aria, palloncini gonfiabili, su un treppiede di quaranta centimetri e un tubicino per gonfiarlo. Il senso dell’opera è da ritrovare nell’aspetto di scultura fatta di aria, senza peso. Anche in questo caso, così come in Linee, allo spettatore tocca la possibilità di partecipare ad un atto di pura condivisione intellettuale.  Alla domanda che la gallerista Iris Clert rivolse a Manzoni su quale fosse il suo contributo ai Corpi d’aria, rispose:”Il fiato d’artista, signora!

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Piero Manzoni, Milano et – Mitologia, 1956

A questo concetto di opera d’arte, tale in quanto prodotta dall’artista e per questo custode di un valore unico, fa riferimento senza dubbio l’opera che più ha scandalizzato l’opinione pubblica: “Merda d’artista”. Si tratta di diverse scatolette sigillate contenenti le secrezioni dell’artista. “Chiara è l’ironiascrive Gualdoni – nel mimare il tipico linguaggio delle conserve alimentari, ed esplicita la volontà di attribuire all’oggetto l’aspetto di un prodotto merceologico a pieno titolo. Che si tratti di porre in vendita degli escrementi è semplicemente l’estremizzazione di un pensiero già ampiamente esplicitato da Manzoni intorno alla concretezza materiale del corpo e all’artisticità implicita in ogni atto dell’autore, dunque nelle sue reliquie.”
Questa, insieme ad altre forme eccezionali di neodecadentismo e di decadentismo, rappresentano genialmente il tentativo estremo di produrre cose così inconsistenti da sfuggire a quello che è stato sin dell’Ottocento fino ad oggi il vero dominatore,  il mercato. Senza mai senza riuscirci.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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