I dissidenti del PD, la riforma istituzionale e la prova dell’aula: qual è la situazione?

10/07/2014 di Iris De Stefano

Noi le riforme le facciamo, è giusto farle perché l’Italia toni a essere leader. Piaccia o no a chi vuole frenarci, il risultato a casa lo portiamo.” E ancora: “L’Italia la cambiamo davvero perché vogliamo troppo bene a questo Paese per lasciarlo in mano a quelli che sanno dire solo no e passano il loro tempo a disfare i progetti altrui. Piaccia o non piaccia ai frenatori portiamo a casa il risultato sulla riforma costituzionale, sulla legge elettorale, sul lavoro, sulla giustizia.” Così il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, a Venezia martedì 8 luglio per il Digital Venice, rispondeva a quella parte del Parlamento, tra cui i dissidenti dello stesso Partito Democratico, che preferirebbe veder fallire il suo progetto di riforma costituzionale per cui si è impegnato in prima persona.

La riforma – La riforma della legge elettorale, monopolizzatrice del dibattito politico degli ultimi giorni, approvata in Commissione Affari Costituzionali, raggiungerà l’aula di Montecitorio lunedì prossimo. Martedì 15 è il termine di scadenza per la presentazione degli emendamenti. Il Ministro Boschi e Renzi ritengono che il voto finale si possa avere già durante la penultima settimana di luglio. Il nodo principale da sciogliere è stato quello della composizione del nuovo Senato: l’emendamento di Anna Finocchiario, relatrice del disegno di legge, spiega che: “i Consigli regionali eleggono con metodo proporzionale i senatori fra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, fra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori”, è stata eliminata quindi la norma che imponeva il rispetto della composizione del Consiglio. Ad essere oggetto di pesanti discussioni, soprattutto con Forza Italia e Lega, è stata l’elettività dei senatori, per la quale a lungo si è battuto il Presidente del Consiglio che ha posto il proprio veto e minacciato di far saltare il tavolo della discussione.

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Corradino Mineo, uno dei senatori del Pd in disaccordo con l’attuale progetto di riforma istituzionale

Le opposizioni – La discussione sul disegno di legge è lungi dall’esser conclusa. Mentre il capogruppo di Forza Italia al Senato Romani ha annunciato che Forza Italia rispetterà il patto del Nazareno, per il quale è stato trovato anche un accordo con Alfano, inizialmente dettosi contrario alla non elettività dei senatori, per Luigi Di Maio il patto non reggerà. Il vicepresidente della Camera infatti sulla sua pagina Facebook ha scritto: “Un PD con fronde e mal di pancia. Forza Italia che rimanda la propria assemblea di partito da settimane non riuscendo a fare la quadra: tra i parlamentari di Berlusconi è ormai chiaro che il patto del Nazareno sia un salvacondotto per lui. Infine Calderoli e la Lega che si sfilano dall’accordo. L’asse sulle riforme si sta sfasciando.

Ma a preoccupare Renzi e il partito di governo è la corrente dei dissidenti. In una dichiarazione congiunta del 9 luglio i senatori del Pd Vannino Chiti, Erica D’Adda, Nerina Dirindin, Maria Grazia Gatti, Felice Casson, Paolo Corsini, Francesco Giacobbe, Sergio Lo Giudice, Claudio Micheloni, Corradino Mineo, Walter Tocci, Renato Turano hanno dichiarato che “sulla modifica del calendario abbiamo scelto di non partecipare al voto. Da due mesi quelli del Pd accusati di frenare non toccano palla in commissione Affari Costituzionali. Eppure il testo di riforma del Senato non è ancora pronto. Del Titolo V si è discusso solo in modo sommario, il nodo dell’elezione del Presidente della Repubblica non è stato risolto. C’è da chiedersi chi freni, in realtà, e perché Renzi non lo dica chiaramente”. Ad aggiungersi a questi anche Augusto Minzolini di FI, Loredana De Petris di Sel e Francesco Campanella del gruppo Misto.

Perfino contemporaneamente all’approvazione del decreto in Commissione Corradino Mineo, da tempo oppositore del governo Renzi ha scritto su Twitter: “Caro Matteo Renzi, forse sei ancora in tempo. Straccia l’accordo del Nazareno, convoca Vannino Chiti e Tocci e salva la riforma e non solo.” Quel che viene contestato dai dissidenti è la velocità di analisi del testo, mal recepito dai cittadini così come dai parlamentari del PD che dovrebbero votarlo perché “la Conferenza dei capigruppo non concede neppure 24 ore di tempo per leggere un testo di riforma ampiamente modificato da quello base e che ancora non c’è nella sua versione definitiva, prima di portarlo in aula.

Lunedì sera infatti il PD, riunitosi, ha deciso che una volta uscito il testo dalla Commissione ed approdato in Aula, si terrà un’altra riunione dei parlamentari PD durante la quale si discuterà e voterà a favore o contro il testo, vincolando – ed è questo il nodo dibattuto – tutti i parlamentari al risultato della votazione, scontato. Per i gruppi parlamentari coinvolti, infatti, sarebbe da evitare l’approvazione della riforma con meno dei 2/3 dei voti del Senato, al di sotto dei quali sarebbe necessario un referendum confermativo. A quel punto però spiegare ai cittadini il perché è necessario mantenere le indennità dei senatori potrebbe essere ancor più complicato.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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