Dissesto idrogeologico: cosa si può fare e cosa è stato fatto

02/10/2015 di Ludovico Martocchia

Se ne parla soltanto al momento del bisogno, ma il dissesto idrogeologico del nostro territorio è una dura realtà. Il governo ha previsto un piano di 1.3 miliardi, ne servirebbero 44. Cosa serve veramente all’Italia per fare un salto decisivo nella prevenzione di frane e alluvioni?

L a perturbazione non è ancora finita. Si sposta dalla Sardegna alla Liguria. Il ciclone Mediterraneo, sintomo dei cambiamenti climatici che stanno affliggendo il nostro pianeta, non darà pace alle regioni italiane. Ogni mese ormai, sperando di non dover contare le vittime, si sciorinano i dati legati al dissesto idrogeologico del territorio del Belpaese, di cui il 7 per cento della superficie ha un cosiddetto “alto rischio” di frane e alluvioni. Sono 6.633 i comuni italiani ad alta criticità idrogeologica, secondo l’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. 6.633 comuni equivale a dire l’81 per cento del totale. Immaginare un piano di prevenzione e di manutenzione, esclusi gli interventi di emergenza, che riduca il pericolo a cui sono sottoposti milioni di cittadini, è davvero difficoltoso: la stima potrebbe ammontare a qualche decina di miliardi. Per la precisione 44, di cui 27 per il centro-nord, 13 per il sud e 4 solamente per il settore del patrimonio costiero.

Sono costi che riflettono una situazione così complessa. Difatti, la popolazione esposta a frane, sempre secondo un rapporto dell’ISPRA del 2014, avrebbe raggiunto la quota di un milione, mentre quella a rischio alluvioni sarebbe addirittura superiore ai sei milioni. Come non serve a nulla elencare le decine di emergenze che ha vissuto il nostro Paese negli ultimi decenni. Basta pensare al 2014 e al 2015: Sicilia, Sardegna, Veneto, Marche, Emilia-Romagna e Liguria sono state le regioni più colpite. Per non citare la quantità dei comuni ad “alto rischio potenziale” in altre regioni (Calabria, Umbria e Valle d’Aosta): sono il 100 per cento, ovvero tutti.

Cosa ha fatto e cosa può ancora fare il governo in un frangente così catastrofico, senza giri di parole? È facile sostenere che nulla sarà mai abbastanza per sistemare una terra ormai così disastrata. Tanto è vero che il ministero dell’ambiente guidato da Gian Luca Galletti, insieme con il dicastero delle infrastrutture con alla testa Graziano Delrio, hanno previsto un piano di 1.3 miliardi di euro per il dissesto idrogeologico, che «riguarda opere in città che sono già state colpite da calamità naturale». Non serve un geologo per capire che i fondi non saranno mai sufficienti; come non è necessario un economista per capire che le risorse a disposizione del governo sono pochissime. Si può dire che dal punto di vista di mero denaro, è un primo passo, seppur piccolo. Anche se l’opzione migliore sarebbe quella di escludere dal vincolo del patto di stabilità interno le spese per questo genere di operazioni.

I problemi che si possono presentare in relazione a questo nuovo piano di interventi, sono gli stessi che ha posto la Corte dei Conti nel marzo scorso. È indispensabile destinare gran parte di risorse alla prevenzione di frane e alluvioni, e non solamente alla gestione delle emergenze – che è sì necessaria, ma insufficiente per rendere sicura la superficie italiana. Allo stesso tempo, non si può prescindere dalla previsione di un piano decennale di riassestamento, che non venga riadattato e ripristinato di anno in anno. D’altronde, solamente in uno spazio di lungo periodo, sarà possibile stanziare quelle decine di miliardi di euro che il nostro territorio richiede. E in un momento di alta disoccupazione e di pochi investimenti, uno sprint dello Stato nella gestione del nostro suolo sarebbe indubbiamente utilissima.

Anche Legambiente punta forte sulla parola magica: la prevenzione. Questa può avvenire solamente con un nuovo ed efficiente sistema di mappatura del territorio, che permetta di ridare il giusto spazio alla natura, soprattutto per i corsi d’acqua minori – è forte l’immagine del ponte di Olbia, abbattuto durante la seconda alluvione. Sono inderogabili ulteriori miglioramenti nella manutenzione, come la prevenzione degli incendi e il perfezionamento dei sistemi di allerta. Fondamentali sono anche le delocalizzazioni di attività, di strutture ed edifici. Il tutto correlato all’abbattimento dell’uso speculativo e abusivo del territorio. Questo vuol dire prevenzione, un termine che l’amministrazione conosce bene per il quale è mancata la volontà politica di attuazione. Una questione che riguarda tutti i precedenti governi.

Il dramma del dissesto idrogeologico esiste da prima che l’Italia nascesse: è insito in un nostro atteggiamento che ignora il futuro, che preferisce la gallina oggi all’uovo domani, per cui è naturale continuare a mantenere e costruire edifici in posti ad alto rischio di frane e alluvioni. Così come la politica si interroga della soluzione del problema solo nel momento di emergenza.

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Ludovico Martocchia

Nato e cresciuto nella periferia romana. Ha frequentato il Liceo Scientifico Francesco D'Assisi, ora studia Scienze Politiche alla Luiss. Da sempre appassionato di politica, si interessa anche di filosofia, storia, economia e sport. Ma prima di ogni cosa, libero pensatore.
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