Pensionati, occupati, disoccupati e inattivi: le riforme, i numeri e qualche riflessione

11/04/2013 di Federico Nascimben

Le “leggi Fornero” – Com’è noto tra i provvedimenti più discussi approvati dal Governo Monti (nel pieno dei propri poteri), si ricordano soprattutto quelli della Ministra Fornero. Ci riferiamo naturalmente alla riforma delle pensioni contenuta nel decreto “Salva Italia”, alle misure prese per far fronte al problema dei c.d. “esodati” e alla riforma del lavoro. Cerchiamo sinteticamente di offrire un quadro d’insieme.

La riforma delle pensioni – I principi alla base della riforma delle pensioni possono essere riassunti sinteticamente nell’allungamento dell’età pensionabile (e il suo adeguamento alla speranza di vita), il passaggio al sistema di calcolo contributivo, la parificazione dell’età pensionabile tra uomini e donne, l’abolizione e la sostituzione della pensione di anzianità con la pensione anticipata (integrata da varie misure per sfavorire l’uscita anticipata dal mondo del lavoro).

Disoccupati, pensioni e lavoro: i numeri

I pensionati italiani – Per quanto riguarda le pensioni, gli ultimi dati Istat disponibili risalgono al 31 dicembre 2010, e sono quindi antecedenti alla riforma. A tale data, risultano 16,7 milioni di pensionati, che beneficiano complessivamente di oltre 23,7 milioni di trattamenti pensionistici, per una spesa totale di 258 miliardi per le casse dello Stato (che, sul totale della spesa pubblica primaria, pari a 723 miliardi di euro nel 2010, equivale al 35,7%). Le donne rappresentano il 53% dei pensionati, ma i loro trattamenti pensionistici medi annuali, nel loro insieme, non arrivano agli 8.500 euro, mentre gli per gli uomini ammontano a 14.000 euro. Vi sono invece circa 780 mila persone che percepiscono un reddito pensionistico medio mensile pari o superiore ai 3000 euro.

Tasso di occupazione tra i 55 e i 64 anni – Sempre a tal riguardo, grande importanza riveste il tasso di occupazione tra i 55 e i 64 anni, che nel nostro Paese, a fine 2011, era pari al 37,9% (con un differenziale di quasi 20 punti tra uomini e donne), inferiore di 9,5 punti alla media UE a 27.

Gli esodati – L’improvviso innalzamento dell’età pensionabile ed un problema di calcolo (con relativo rimpallo delle responsabilità) del numero fra INPS e Ministero, ha creato il noto problema dei c.d. “esodati”, ovvero di tutte quelle persone che, prima del 31 dicembre 2011, attraverso un accordo con l’azienda che incentivava all’esodo, hanno deciso di lasciare anticipatamente il loro posto di lavoro, in quanto avevano la certezza di ricevere la pensione al massimo entro due anni.

Occupati, disoccupati e inattivi – Al 31 dicembre 2012, il numero di occupati in Italia è pari a 22,843 milioni di persone (al proprio interno contiene i sottoccupati part-time, 605 mila), mentre i disoccupati sono 2,744 milioni e gli inattivi 20,280 milioni. Per superare questa tripartizione, oggi l’Istat ha diffuso un documento contenente gli “indicatori complementari al tasso di disoccupazione”. Il primo – e più emblematico – tra questi riguarda gli inattivi disponibili a lavorare, cioè quelle persone che non hanno cercato un lavoro nelle ultime quattro settimane, ma sono disponibili a lavorare da subito. La cifra è impressionante, ma soprattutto è addirittura superiore a quella del numero dei disoccupati: parliamo infatti di 2,975 milioni di persone, pari all’11,6% della forza lavoro, una cifra che è più di tre volte superiore alla media europea (3,6%). All’interno degli inattivi disponibili a lavorare troviamo gli scoraggiati, cioè coloro che dichiarano di non aver cercato lavoro in quanto convinti di non trovarlo, il loro numero è pari a 1,3 milioni di unità. Invece, gli inattivi che cercano lavoro, ma non sono subito disponibili a lavorare sono 111 mila persone. Sommando inattivi disponibili e non disponibili otteniamo le “forze di lavoro potenziali”, pari a 3,086 milioni di individui. Se a questo numero sommiamo quello dei disoccupati arriviamo ad un (tragico) totale di 5 milioni e 831 mila persone, tutte – è bene sottolinearlo – potenzialmente impiegabili nel processo produttivo.

I problemi del mercato del lavoro italiano durante la crisi – Dal 2007 al 2012 il tasso di disoccupazione è passato dal 6,1% al 10,7% (da 1,506 milioni a 2,744 milioni), questo aumento è stato accompagnato dalla crescita delle forze di lavoro potenziali, passate da 2,683 milioni a 3,086 milioni di persone: una differenza positiva di oltre 400 mila unità. Infine, nello stesso periodo i sottoccupati part-time (coloro i quali sono disponibili a lavorare di più) sono passati da 364 mila a 605 mila persone. A questo occorre senza dubbio aggiungere: un tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni molto basso, pari al 57% (a gennaio 2012) del totale; una differenza di quasi venti punti tra occupazione femminile e occupazione maschile (con forti differenze tra Centro-Nord e Sud del Paese); un forte dualismo nel mercato del lavoro che – oltre alla già citata differenza uomini/donne – vede scaricare la maggioranza dei propri problemi sui c.d. “insider”, ovvero sulle fasce della popolazione più giovani che si devono immettere nel mondo del lavoro: a fine 2012, il tasso di disoccupazione fra i 15 e i 24 anni era pari al 35,3%, e fra i 15 e 29 anni al 25,2% (rispettivamente più del triplo e più del doppio del totale).

La riforma Fornero – Per cercare di risolvere alcuni peccati originali del nostro mercato del lavoro il Governo ha approvato nell’estate 2012 la propria riforma. Per valutare appieno i risultati prodotti occorrerà aspettare ancora del tempo, certo è che finora – soprattutto a causa del perdurare della crisi e delle difficoltà di bilancio – gli esiti non sono certo stati quelli sperati, anzi. Infatti, aver posto quest’eccessiva enfasi sull’apprendistato pone dei problemi relativi alla definizione delle normative regionali e – soprattutto – un limite legato all’età: non si possono superare i 29 anni; inoltre, l’ulteriore appesantimento fiscale dei contratti di lavoro a tempo determinato sembra produrre più controesiti che altro. Necessarie sono apparse invece le modifiche sulla reintegra del lavoratore in azienda, mentre quelle sul licenziamento pongono alcune perplessità relative alla discrezionalità in mano al giudice (e ai tempi dei nostri processi).

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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