Disoccupazione giovanile: quali colpe abbiamo noi

27/01/2014 di Federico Nascimben

Dalle carenze del sistema scolastico e universitario, alla scarsa conoscenza degli sbocchi occupazionale nella scelta del percorso di studio; dall'insufficiente padronanza dell'inglese alla mancata conoscenza dell'uso del PC

Secondo gli ultimi dati Istat (qui il link) il tasso di disoccupazione generale è pari al 12,7%, mentre il tasso di disoccupazione nella fascia 15-24 anni (c.d. “disoccupazione giovanile”) è pari al 41,6%.  Il rapporto è circa 3,3 a 1, ma le colpe non sono solo da attribuire a cause di natura strutturale (cioè al mercato e al diritto del lavoro) e congiunturale (cioè il periodo alla crisi economica). C’è infatti un aspetto che viene troppo spesso tralasciato, e cioè le colpe che hanno i giovani e, più in generale, il sistema scolastico e universitario italiano.

Il rapporto McKinsey – “Il viaggio tempestoso dell’Europa, dall’educazione all’occupazione” (qui il link), è questo il nome del rapporto presentato da McKinsey a Bruxelles a metà gennaio che ha preso in considerazione otto Paesi UE. Riprendendo i dati sulla disoccupazione citati in precedenza, nel documento si legge che “tuttavia, questa cifra è solo parzialmente dovuta alla crisi economica: i problemi ribollono molto più nel profondo… Il 47% dei datori di lavoro italiani riferiscono che le loro aziende sono danneggiate dalla loro incapacità di trovare i lavoratori giusti, e questa è la percentuale più alta fra tutti i Paesi esaminati“; infatti persino in Grecia, seppur di un punto, la cifra è inferiore, mentre in Spagna e al 33%, in Germania al 26% e nel Regno Unito al 18% (con una media totale pari al 33%). Oltre ai noti problemi di competitività e di struttura, non sembra essere un caso se “la Ue ha il più alto tasso di disoccupazione ovunque nel mondo, a parte il Medio Oriente e il Nord Africa“. E questo, per quanto riguarda i giovani, è dato anche dal fatto che “datori e fornitori di lavoro o di istruzione hanno percezioni molto differenti. Il 72% degli educatori in Italia pensano che i ragazzi abbiano le attitudini di cui avranno bisogno alla fine della scuola; ma solo il 42% degli imprenditori concorda con questo. La percezione di questo divario riflette una mancanza basilare di comunicazione. Solo il 41% dei datori di lavoro dice di comunicare regolarmente con i dirigenti delle scuole, e solo il 21% considera questa comunicazione effettiva“. E una di queste conseguenze è che, in Italia, in media, solo il 46% dei giovani trova un lavoro dopo uno stage, mentre la cifra sale al 61% negli altri Paesi presi in considerazione.

Il logo della McKinsey & Company.
Il logo della McKinsey & Company.

Studio ergo lavoro – Un altro studio, sempre di McKinsey, dal titolo “Studio ergo Lavoro” (qui il link), e che prende in considerazione la fascia d’età che va dai 15 ai 29 anni, sostiene che “in Italia il 40% della disoccupazione giovanile è imputabile al difficile rapporto tra scuola e mondo del lavoro“. Infatti, “la componente strutturale rappresenta circa il 40% del tasso di disoccupazione giovanile complessivo (oggi al 28% tra gli under 30) e affonda le sue radici nel disallineamento tra capitale umano formato dal sistema educativo e necessità attuali e prospettiche del sistema economico del Paese“. Su questo punto, influisce molto la scelta che i giovani fanno sul loro percorso di studi: solo il 38% è al corrente delle opportunità occupazionali offerte dai vari percorsi scolastici (ne risulta un “disallineamento tra domanda e offerta, evidente in particolare per i diplomati tecnici e professionali”), mentre meno del 30% degli studenti universitari ha scelto il proprio dipartimento sulla base delle opportunità lavorative. E le conseguenze, ovviamente, si riflettono sul futuro lavorativo, dato che solo il 42% delle imprese italiane ritiene che i giovani che si immettono per la prima volta nel mondo del lavoro abbiano delle competenze adeguate, anche perché – come riporta La Stampa – “in Italia stage e tirocini hanno una durata inferiore a un mese in quasi il 50% dei casi nella scuola superiore e in circa il 30% dei casi all’università, e coinvolgono solo la metà degli studenti d’istruzione secondaria e terziaria“.

L’inglese e l’uso del computer – Fra le molte carenze imputabili ai giovani – come la mancata conoscenza della matematica di base, capacità analitiche, intraprendenza, e autonomia -, spiccano in particolare l’insufficiente padronanza della lingua inglese (qui un approfondimento) e dell’uso del computer. Infatti, solo il 23% dei candidati ha una sufficiente conoscenza dell’inglese, mentre solo il 18% una sufficiente competenza nell’uso del computer.

Ricerca di lavoro – Nella ricerca viene messo in risalto l’assoluta inadeguatezza dei canali pubblici nella ricerca di lavoro (attraverso cioè i centri per l’impiego), dove solo l’1% dei giovani fra i 15 e i 29 anni è stato in grado di venire assunto dopo esservi passato attraverso, e solo un terzo dei disoccupati in tale fascia ha provato ad utilizzarli per trovare lavoro. Rimane, invece, ben presente “la rete di amici, conoscenti e familiari per cercare lavoro”, di cui ne ha fatto uso ben l’80%, e che è servita a trovare effettivamente occupazione nel 23% dei laureati e nel 43% dei diplomati.

Lo studio (che verrà pubblicato domani in forma estesa), per cercare di porre fine alla componente strutturale della disoccupazione giovanile italiana, propone di “intraprendere un piano d’azione sia a livello nazionale sia mirato su territori, distretti o filiere specifiche, che intervenga su più ambiti: offerta formativa adeguata alla domanda, informazione diffusa e trasparente, rivalutazione delle scuole tecniche e professionali, stretta collaborazione tra scuola e lavoro (con giovani e insegnanti in azienda e datori di lavoro nelle scuole), servizi di orientamento per gli studenti, efficacia dei canali di collocamento dei giovani sul mercato“.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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