Disoccupazione: nelle differenze il problema dell’UE

02/05/2014 di Luca Andrea Palmieri

I dati sulla disoccupazione degli Stati Uniti devono farci riflettere. L’economia reale americana, quantomeno per quel che riguarda i lavoratori, sembra aver superato completamente la crisi finanziaria del 2007: il tasso di disoccupazione è infatti calato in aprile al 6,3%, i minimi dal settembre 2008, periodo in cui il fallimento di Lehman Brothers diede la scintilla finale al domino che avrebbe portato una pesante recessione anche in Europa, con i risultati che tutti sappiamo.

In Europa la situazione è ben diversa: l’Eurostat calcola una disoccupazione nell’eurozona pari all’11,8% nell’ottica di un trend di sostanziale stabilità nell’ultimo anno. E ricordiamo che, di nazione in nazione, la situazione cambia parecchio: se il nostro è uno dei paesi con l’andamento peggiore (si parla di una cifra attuale al 12,7%, con un incremento significativo negli ultimi mesi), ci sono paesi, come la Grecia (col 26,7%) e la Spagna (25,3%) che vivono situazioni al limite della drammaticità, se non ben oltre. Di contro, troviamo il Regno Unito al 6,8% e la Germania al 5,1%, che si propongono come modelli virtuosi per eccellenza. Certo, bisognerebbe andare a vedere i dati degli USA Stato per Stato, per capire quali forbici vi siano anche al suo interno, ma la percentuale complessiva già da un’indicazione piuttosto netta sulle differenze nella reazione alla crisi delle due economie: e non c’è questione demografica che regga. Se nell’Eurozona (l’Europa a 18 Stati) gli abitanti sono circa 333 milioni, gli Stati Uniti ne contano all’incirca 314 milioni, anche se distribuiti su un’area molto più vasta.

EuropaLa verità è che in questi dati sono riflesse tutte le difficoltà del progetto europeo. L’idea dell’Unione, intesa come area di libero movimento di merci, servizi e persone, aveva tra le sue basi proprio quella di considerare il continente come un grande mercato del lavoro. Il libero spostamento dei lavoratori avrebbe dovuto far si che i relativi scompensi occupazionali nelle varie zone si equilibrassero. Una cosa che è in parte successa (si veda quanti italiani oggi vadano alla ricerca di migliori fortune fuori e non a caso, soprattutto a Londra o Berlino), ma che fa a pugni con le svariate barriere che ancora sono erette tra le varie nazioni: di mentalità, di cultura e soprattutto linguistiche.  L’inglese universale degli Stati Uniti è un vantaggio non da poco.

Se da un lato c’è un conservatorismo interno, con sacche di resistenza anche alla migrazione europea (noi la vediamo poco, ma si chieda a un politico dell’UKIP cosa ne pensa, o pensiamo ad un paese, la Gran Bretagna, rimasto fuori dai trattati di Schengen), dall’altro c’è un fattore spesso sottovalutato: il conservatorismo casalingo di chi riconosce nella propria patria il proprio comune, o al limite la propria regione, e già meno si identifica nella nazione, magari sentendo come “prima lingua” il dialetto locale prima ancora della lingua nazionale. Se poi pensiamo al legame con le tradizioni e con la vicinanza familiare che spesso questi gruppi si portano dietro, allora è facile rendersi conto che lo spostamento non solo è difficile, ma anche visto estremamente in negativo. Si chieda, questa volta, ai rappresentanti di un qualsiasi movimento definito “populista”: le risposte saranno uguali in tutta Europa.

A tutto ciò si può aggiungere il fatto che il senso d’Europa che l’Unione, nella sua formazione, richiedeva, non si è per niente formato. Ricerche sul sentimento di appartenenza di un cittadino italiano, tra i vari enti di governo (quindi comune, provincia, regione, Stato e Europa) mettono il continente sempre agli ultimi posti. E a ben donde: a parte progetti come l’Erasmus, che rimane limitato rispetto alla totalità della popolazione, quali sono gli sforzi fatti per migliorare l’integrazione europea? Zero.

Economie che avrebbero bisogno di integrarsi, hanno finito per avere da un lato Bruxelles che preme per maggiori regole comuni (si pensi alla telefonia, ma non solo), ma dall’altro paesi che difendono strenuamente i loro interessi e che rallentano, se non bloccano, la macchina dell’integrazione. Così, le economie migliori – sicuramente encomiabili per i loro sforzi e le loro capacità, ma che comunque hanno preso il polso della situazione e lo usano a loro favore, come la Germania – riescono a sfruttare tutti i vantaggi delle varie situazioni, mentre quelle peggiori vedono il gap ampliarsi. Sia chiaro, ciò non avviene solo per colpa dell’Unione Europea, ma in gran parte per l’incapacità di questi paesi di riformare in senso migliorativo i propri sistemi economici, pieni di problemi strutturali, magari seguendo i modelli meglio funzionanti degli altri paesi dell’Unione (che spesso sono ancora considerati “nemici”, almeno dal punto di vista economico). La stessa Unione, persa nel suo eccesso di burocrazia e spesso troppo influenzata da paesi che, nel portare avanti il loro modello vincente, non tengono conto delle effettiva necessità di quelli che stanno peggio, riesce a fare ben poco.

Ci troviamo così di fronte ai dati della disoccupazione greca e spagnola, ai nostri problemi e a quelli di un’Eurozona in continua crisi politica e di credibilità. Intanto l’economia statunitense si riprende: certo, gli USA hanno i loro difetti, lì si aprirà presto il rischio di un’altra bolla finanziaria enorme – con le conseguenze che tutti possiamo immaginare anche in ambito europeo – , ma va detto che è evidente come paghi la maggior coesione di un tale Stato-continente, mentre l’Europa, che pura ha cifre e opportunità da vendere, arranca. Due sono le strade a questo punto: Una è tornare all’”ognuno per sé”, e chi vivrà vedrà. L’altra è, con il sudore della fronte, lavorare ancora verso l’integrazione: politica, con regole migliori e comuni per tutti, ma anche con più solidarietà sociale, per diventare più simili agli Stati Uniti nel nostro potenziale e affrontare le sfide di nuovi colossi come la Cina. Una filastrocca che, però, continua a sentirsi senza che vi siano passi concreti in tal senso. Una sola cosa è certa: continuare così non serve a nulla. Quel che serve è una spallata: a favore o contro l’attuale sistema? Una risposta tutt’altro che scontata.

The following two tabs change content below.

Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
blog comments powered by Disqus