Diritti degli omosessuali, dal sì della Corte Suprema al ddl Cirinnà

27/06/2015 di Laura Caschera

Negli Stati Uniti è arrivato un si storico, che rende il matrimonio tra persone dello stesso sesso legale in tutti i paesi dell'Unione. In Italia, nonostante le proteste del il Family Day, il ddl Cirinnà continua il suo lento iter al Senato: una questione, quella delle unioni civili, che nel nostro paese continua ancora

Nessuna unione è più profonda del matrimonio, per incarnare gli ideali di amore, fedeltà, devozione, sacrificio e famiglia”, queste le parole del giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Anthony Kennedy, con le quali si è conclusa una storica sentenza, che racchiude al suo interno un principio fondamentale: la legalizzazione delle nozze tra persone dello stesso sesso in tutto il territorio degli Stati Uniti. Il matrimonio gay, infatti, sarebbe un diritto sancito dalla Costituzione, e con 5 voti favorevoli e 4 contrari, la Suprema Corte ha espresso il suo parere. Nessuno può essere condannato a vivere la propria vita in solitudine – tuona la Corte – non si può escludere a priori una categoria di cittadini dal godimento dei propri basilari diritti. Il Presidente Barack Obama sceglie l’hashtag “l’amore vince” (#Lovewins) per commentare la decisione, dopo aver lanciato un tweet pieno di carica e sentimenti positivi. Dopo i risultati favorevoli relativi ad argomenti caldi, come il trattato sul libero scambio e la riforma sulla sanità, il governo incassa un ulteriore punto a suo vantaggio, battendo ripetutamente le forze ostruzioniste.

Prima del parere espresso dalla Corte, la questione veniva lasciata al libero arbitrio di ogni singolo Stato, e finora solo in 37 si era arrivati a legalizzare le nozze tra persone dello stesso sesso. Ma non è la prima volta che la Corte Suprema si occupa della questione: già nel 2013, infatti, aveva emesso un’altra sentenza, nella quale si stabilì che le coppie gay sposate in paesi nei quali il matrimonio era legale avevano diritto agli stessi benefici fiscali derivanti dal matrimonio. Un gran passo in avanti si era già compiuto quando, sempre nel 2013, lo stesso organo decise di cancellare una parte fondamentale del Defense of Marriage Act, legge firmata nel 1996 dall’allora Presidente Bill Clinton, con la quale si definiva il matrimonio esclusivamente come l’unione tra un uomo e una donna. Ma da allora è passata troppa acqua sotto i ponti e ormai le leggi sono pronte per aprirsi a nuovi orizzonti. E se poco più di un mese fa in Irlanda si scendeva in piazza per festeggiare il sì della nazione alle unioni civili, in Italia non tutti sembrano essersi accorti che qualcosa all’interno dell’opinione pubblica mondiale sta cambiando.

Infatti, solo pochi giorni fa a San Giovanni si è manifestato per l’elogio e il “mantenimento” della famiglia tradizionale, scendendo in campo con lo slogan “Family day”. Una schiera di cattolici e conservatori hanno infiammato la piazza, “siamo un milione”, hanno detto, smentiti però dal Viminale, che ha parlato di non più di 400 mila persone. Grandi assenti la Cei e Comunione e liberazione, attaccati, seppur in maniera velata, da alcuni tra i massimi esponenti della manifestazione. L’obiettivo comune che univa tutte le voci in coro era il secco no al ddl Cirinnà, il disegno di legge che renderebbe possibile l’introduzione delle unioni civili nel nostro paese.

Nonostante le critiche e i tentativi da parte della piazza di fermare il suo cammino, la Senatrice Cirinnà è andata avanti ed ha dato il suo parere sugli emendamenti presentati. Il testo, approvato dalla Commissione Giustizia del Senato, sancisce alcuni dei diritti basilari riservati a persone dello stesso sesso, c’è da sottolineare che non si parla affatto di matrimonio o di adozione (l’unico tipo di matrimonio citato è quello contratto all’estero, che potrà essere trascritto in Italia), se non di Stepchild adoption, ovvero l’adozione di un bambino già riconosciuto come figlio da uno dei due conviventi. Si vuole evitare il riproporsi di scene contrarie a tutto ciò che c’è di umano, come l’esempio della triste situazione che in momenti drammatici, come quello della malattia, le coppie gay si trovano ad affrontare. Senza un riconoscimento legale della propria unione, non si ha nemmeno la possibilità di assistere il proprio compagno malato. Si cerca allora di porre un argine a tutti questi diritti negati a chi ha la sola colpa di voler passare il resto della propria vita con qualcuno che possiede i suoi stessi cromosomi.

C’è pero da sottolineare che per ogni grande rivoluzione ci sono battaglie che sono spesso difficili da combattere, che possono durare, mesi, anni, a volte decenni. Non si può pretendere di applicare gli stessi parametri e metri di giudizio di 20 o 30 anni fa. L’intero mondo è cambiato, e chi vuole è libero di uscire allo scoperto, senza vergogna, per poter partecipare alla conquista dei propri diritti. E se gli Stati Uniti si sono resi protagonisti di questo grande passo verso la libertà di amare, chissà se anche in Italia, prima o poi, si possa avere almeno il diritto di poter vedere la propria posizione giuridica al sicuro, senza scudi e senza armi, in un clima di unione ed accettazione verso quello che oggi è considerato da troppe persone un nemico da combattere.

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Laura Caschera

Nasce a Roma nel 1990. Si diploma al Liceo Classico “Luciano Manara” e nel 2014 si laurea in Giurisprudenza presso la facoltà “Roma Tre”. Coltiva da tempo la passione per l'arte, la musica e lo spettacolo. Ha frequentato la scuola romana di teatro “Teatro Azione”
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