“Dipingere il silenzio”: Edward Hopper in mostra a Bologna

27/04/2016 di Simone Di Dato

Fino al prossimo 24 luglio, Palazzo Fava di Bologna rende omaggio alla pittura di Edward Hopper. L'esposizione bolognese raccoglie per l'occasione 60 opere dell'artista, dagli acquerelli parigini ai paesaggi e scorci cittadini degli anni ‘50 e ’60, per ripercorrere l'intera carriera artistica e tutto l'arco temporale della sua produzione, di cui, in queste righe, ricordiamo la genesi.

“Calmi, silenti, stoici, luminosi, classici”. E’ così che John Updike in un saggio del 1995 definisce i quadri di Edward Hopper (1882-1967), pittore americano tra i più noti e apprezzati del XX secolo che ha fatto della sua opera figurativa una delle manifestazoni artistiche più intense e originali del Novecento. Amante degli orizzonti di mare, di sofisticati giochi di luci e personaggi solitari, Hopper è stato narratore di quella “scena americana” fatta di architetture nel paesaggio, strade di città, interni di case, di uffici, di teatri e di locali, ma principalmente di storie inquiete di persone schive e taciturne. C’è di fatto qualcosa di metafisico nelle sue opere, dipinti abitati da figure umane drammaticamente estranee alla realtà, immobili in un’atmosfera di serrata concentrazione dove a regnare è il silenzio. Come nessuno Hopper sa dipingere il silenzio, l’incomunicabilità tra i soggetti, la solitudine di sguardi persi nel vuoto o nella lettura, come le sue donne, spesso nude, che si offrono in stanze silenziose assorte e in attesa di qualcosa o forse qualcuno, lo sa bene lo spettatore, che non arriverà. “Le persone di Hopper – scrive il poeta americano Mark Strand – paiono non avere occupazioni di sorta. Sono come personaggi abbandonati dai loro copioni che ora, intrappolati nello spazio della propria attesa, devono farsi compagnia da sé.”

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Nato a Nyack, da una famiglia piccolo borghese angloamericana che incoraggia sin da subito la sua innata propensione al disegno, a diciassette anni si iscrive a un corso per corrispondenza presso la New York School of Illustrating. In questi anni fu Robert Henri, titolare del corso di pittura alla New York School of Art, frequentata dal giovane Edward, la figura chiave per la sua formazione e crescita artistica. Studia l’arte impressionista francese sulla scia di Henri, guardando soprattuto a Degas e dando vita a una serie di autoritratti dipinti a grosse pennellate su fondo scuro, in cui si avverte già il tentativo di esprimersi attraverso la luce. Dopo una serie di viaggi in Europa tra Francia e Spagna – non solo per il desiderio di studiare le opere dal vero, ma anche per immergersi nelle città e nelle atmosfere che i grandi maestri avevano dipinto – Hopper perfeziona la sua ricerca sui giochi di luci e ombre, consolidando la tua attitudine a cristallizzare il tempo delle scene dipinte confermando il tema centrale della solitudine. E proprio quando fauvismo, cubismo e astrattismo fanno il loro ingresso sulla scena artistica europea, Hopper guarda fermamente alla lezione degli artisti della generazione precedente come Manet, Pissarro, Monet, Sisley, Daumier, Courbet, fino a Toulouse-Lautrec, e al più remoto Goya.

Tornato stabilmente negli Stati Uniti ebbe modo di esporre i lavori parigini in alcune mostre, e solo in seguito, al Whitney Studio, il più vitale centro per gli artisti indipendenti americani dell’epoca, Hopper tiene la sua prima personale. Era il 1920. Tra i lavori esposti c’era Soir Bleu  (il cui titolo è ispirato ad un verso di Arthur Rimbaud), grande olio su tela, oggi conservato al Whitney Museum of American Art, che porta in scena la terrazza di un cafè parigino. Nessuno sembra fare caso alla nostra presenza, nessuno ci nota, tutti immersi nei propri pensieri: un’elegante coppia seduta a sinistra, un operaio che assorto aspetta probabilmente un pasto, una donna scollata, troppo truccata, forse una prostituta e il clown, con indosso il costume ed in volto il trucco di uno spettacolo non troppo lontano. Riuscendo a legare perfettamente la realtà americana con la quotidianità della Parigi di inizio Novecento, questo dipinto di Hopper segna in qualche modo l’addio all’atmosfera felice che aveva caratterizzato i suoi soggiorni francesi e all’Europa che lo aveva fino ad allora ispirato.

Da bambino, ciò che vedevo del mondo al di là dei miei immediati dintorni, lo vedevo dal sedile posteriore dell’automobile dei miei genitori. Era un mondo colto al volo, di passaggio. Era immobile. Godeva di vita propria e non sapeva – né gli importava – che io vi capitassi per caso in un dato momento. Come il mondo nei quadri di Hopper non ricambiava il mio sguardo.”

Fino al prossimo 24 luglio, Palazzo Fava di Bologna rende omaggio alla pittura di Edward Hopper con una mostra organizzata in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York, il museo americano che dal 1968 grazie al lascito di Josephine, vedova del pittore, ospita tutta l’eredità dell’artista: oltre 3.000 opere tra dipinti, disegni e incisioni. Curata da Barbara Haskell, curatrice di dipinti e sculture del Whitney Museum, insieme a  Luca Beatrice, l’esposizione bolognese raccoglie per l’occasione 60 opere dell’artista, dagli acquerelli parigini ai paesaggi e scorci cittadini degli anni ‘50 e ’60, per ripercorrere l’intera carriera artistica e tutto l’arco temporale della produzione di Hopper. In mostra spiccano grandi capolavori come  South Carolina Morning (1955), Second Story Sunlight (1960), New York Interior (1921), Le Bistro or The Wine Shop (1909), Summer Interior (1909), e interessantissimi studi come quello per Girlie Show del 1941. Capolavori che raccontano una metafisica crudamente naturalista, legata indissolubilmente all’infinita descrizione delle imperanti solitudini americane.

Info:
Edward Hopper
Dal 25 Marzo 2016 al 24 Luglio 2016
a cura di Barbara Haskell
Bologna, Palazzo Fava
T +39 051 0301089

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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