Dino Grandi, settant’anni dopo

27/07/2013 di Matteo Anastasi

Dino Grandi, 25 Luglio 1943

«La riunione del Gran Consiglio incominciò alle ore 17 precise. Soltanto in quel momento, quando la seduta era già incominciata, io facevo portare a conoscenza del Re il testo della risoluzione e informavo il Sovrano di quello che noi ci accingevamo a fare. Quando ciascuno di noi prese il proprio posto di fronte alla tribuna pomposamente addobbata colle insegne di comando, dall’alto della quale il dittatore era solito comandare l’Assemblea, un’atmosfera di vero dramma era nella sala attorno a noi. Mussolini entrò vestito in uniforme di comandante generale della milizia fascista, pallido, a testa alta, e senza guardare nessuno. Prese subito la parola. Freddo, tagliente e sicuro, abituato a dominare l’Assemblea, mostrò subito di non avere il minimo dubbio che egli l’avrebbe dominata anche questa volta».

Il virgolettato è di Dino Grandi, al cui nome è indissolubilmente legata la storica seduta del Gran Consiglio del Fascismo, datata 25 luglio 1943, di cui l’Italia, meno di quarantotto ore fa e per la verità senza troppo rumore, ha ricordato il settantesimo anniversario. Quella riunione, l’ultima dell’organo istituito vent’anni prima, avrebbe determinato la caduta del Duce e la fine del regime. Dell’Ordine del giorno Grandi il diretto interessato ha parlato in diversi volumi, editi nel secondo dopoguerra, su tutti: 25 luglio. Quarant’anni dopo (1983) e Il mio paese. Ricordi autobiografici (1985). Meno noti sono, invece, sei articoli, raccolti nel 2005 nel volume La fine del regime a cura Le Lettere, scritti da Grandi a Lisbona, fra il settembre e il dicembre 1944.

In terra lusitana era giunto il 26 agosto 1943, dopo un breve soggiorno a Madrid. In Spagna era sbarcato con un passaporto diplomatico a nome di Domenico Galli procuratogli dal nuovo ministro degli Esteri del governo Badoglio, Raffele Guariglia, suo stretto collaboratore negli anni di militanza a Palazzo Chigi. L’obiettivo di Grandi era incontrare l’amico Samuel Hoare, allora ambasciatore britannico a Madrid, per tentare di evitare la resa incondizionata italiana e cercare di ottenere il coinvolgimento delle nostre truppe nelle operazioni belliche alleate contro i tedeschi. Il progetto diplomatico grandiano, fortemente osteggiato da Badoglio, fu intrapreso su insistenza di Guariglia, il quale con tutta probabilità pensò più alla salvezza dell’amico – sulla cui testa, da Salò, era giunta la condanna a morte di Mussolini – che a reali spiragli politici. Ciò si afferma dal momento che, all’insaputa di Grandi, la missione Castellano – che avrebbe portato all’armistizio di Cassibile – era già in corso. In seguito, lo stesso Grandi si sarebbe reso conto della situazione, dichiarando: «Mi sono sempre chiesto se lo scopo principale di Guariglia non fosse stato quello di salvare me e la mia famiglia dalla vendetta tedesca. Anche a questo egli certamente pensò. Debbo soprattutto a lui, e gli sarò eternamente grato, se il 10 gennaio 1944, io non fui tra i fucilati di Verona».

Ad ogni modo, in Spagna Grandi non incontrò Hoare ma un suo vecchio collaboratore all’ambasciata di Londra, Filippo De Grenet che gli consigliò il trasferimento in Portogallo. A Lisbona prese residenza nel sobborgo di Monte Estoril, in una modesta abitazione affittatagli da un’attempata signora inglese. Vi rimase per tutto il 1944, dedicandosi alla scrittura dei citati articoli che, partendo dal 25 luglio, vanno a ritroso nel tempo, analizzando i principali tratti della politica estera fascista e le motivazioni per le quali essa portò il regime all’involuzione e alla conseguente dissoluzione. Gli articoli sarebbero stati in seguito richiesti da Lord Beaverbrook, titolare del Daily Express, nell’ambito di un’operazione concordata con Winston Churchill per riabilitare in Gran Bretagna la figura di Grandi in vista di un suo possibile reintegro nella scena politica italiana a guerra conclusa.

Come ha osservato il prof. Francesco Perfetti – autore della prefazione al testo in esame – all’interno degli articoli, è possibile estrarre almeno quattro importanti considerazioni di Grandi concernenti i retroscena del 25 luglio 1943.

In primo luogo, egli respinge con forza ogni accusa di complotto o colpo di Stato, affermando la piena legittimità costituzionale – e quindi la piena correttezza politica – dell’operazione: «Il dittatore è caduto per mezzo di una procedura parlamentare: un’assemblea, un dibattito, un voto di maggioranza».

In secondo luogo, sostiene – tesi per la verità assai poco credibile – che il progetto di eliminazione di Mussolini, per il tramite di una risoluzione approvata dal Gran Consiglio, sarebbe stato da lui predisposto già nella primavera del 1941 perfino nella stesura materiale di un Ordine del giorno redatto nei termini di quello poi approvato il 25 luglio: «Questa risoluzione era stata da me già scritta due anni prima».

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In terzo luogo, fornisce dettagli su alcuni incontri con membri del Gran Consiglio nella fase preparatoria della seduta del 25 luglio, accennando all’inziale adesione del segretario del Pnf Carlo Scorza e al colloquio con Mussolini il pomeriggio del 22 luglio. A quest’ultimo Grandi fa un breve accenno, limitandosi a ricordare come il Duce rimase impassibile di fronte alla sua esposizione e lo «congedò freddamente» dandogli appuntamento alla riunione.

In quarto luogo, Grandi riafferma la totale autonomia dell’azione del Gran Consiglio rispetto a tutte le altre iniziative messe in moto dagli ambienti militari e della Corte, lasciando intendere come, anzi, egli – in linea col suo lealismo monarchico – abbia deliberatamente scelto di non coinvolgere direttamente il Re per non comprometterlo, limitandosi a fornire con l’approvazione del suo Ordine del giorno il presupposto giuridico per poter intervenire politicamente e, in quest’ottica, a portarlo a conoscenza dei suoi progetti solo a seduta del Gran Consiglio avviata.

Si tratta di ricostruzioni sintetiche ma ricche di suggestioni e interesse storico su una giornata decisiva per le sorti future di un paese il 26 luglio risvegliatosi improvvisamente antifascista e destinato, meno di un mese e mezzo più tardi, a imboccare la strada di una sanguinosa guerra civile.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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